Vecchioni: «Sicilia isola di m…, ma è provocazione d’amore». Poi elogi a Milano e brutte rassegnazioni

Angelo Forgione Una frase violenta incastonata in una riflessione ad ampio raggio può essere più forte del senso del discorso, e perciò strumentalizzata. Quella pronunciata da Roberto Vecchioni nell’aula magna della facoltà di Ingegneria di Palermo, secondo molti, ha offeso l’orgoglio siculo e meridionale. «Sicilia, sei un’isola di merda» ha scatenato furiose polemiche sui social network. Ma cosa intendeva dire il professore della canzone? L’audio integrale parla chiaro e va analizzato per intero.
Da 150 anni qui non succede nulla. Credete che sia qua soltanto per sviolinare? No, assolutamente. Arrivo dall’aeroporto e mi tirano dietro le uova. Entro in città e praticamente ci sono 400 su 200 persone senza casco. In tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada, e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda. La mia è una provocazione d’amore. La filosofia e la poesia antiche hanno insegnato cos’è la bellezza e la verità, la non paura degli altri, in Sicilia questo non c’è, c’è tutto il contrario. E mi sono chiesto, prima di arrivare qui, se dovevo dirle queste cose a voi ragazzi. Non avete idea di cosa sia la civiltà, la colpa è vostra! Volete sviolinate? No. Io non amo la Sicilia che rovina la sua intelligenza e la sua cultura, le sue coste; quando vado a vedere Selinunte, Segesta e altri posti di questo tipo non c’è nessuno a spiegarti cosa c’è da sapere. Non amo questa Sicilia che si butta via, che non si difende. Siete il popolo più intelligente, perché vi buttate via?

Fermarsi a questo servirebbe a spegnere le polemiche su una parola fuori posto in un discorso evidentemente condivisibile per tanti versi. Ma c’è dell’altro, e lo si ascolta in seguito, quando un ascoltatore protesta.
No, non si fa così. Poi se vieni a Milano ti spiego perché… anche perché Milano ha inventato per tutto il mondo una cosa per 25 milioni di persone [l’Expo] che manco per il cazzo poteva succedere in qualsiasi altra città d’italia, questo mettitelo in testa. E tu dirai “perché hanno più soldi?” No, non sono i soldi. È la volontà!

A questo punto interviene il moderatore, di fianco, a cercare di sedare la protesta. E dice qualcosa di veramente esecrabile (e contraddittorio):
 
Vecchioni è qui perchè ci vuole stimolare a prendere coscienza di un declino irreversibile che innegabilmente c’è in Sicilia e ad essere protagonisti del cambiamento.

È dunque forte la denuncia, e va accettata, ma non si tratta certo di “provocazione d’amore” per la Sicilia. È chiaro che di sentimento ci sia veramente poco e che il tutto sia ispirato da una certa tipica e presunta superiorità di stampo milanese da esportare al Sud retrogrado. C’è la beatificazione dell’Expo delle multinazionali, degli illeciti amministrativi e delle risorse per il Sud distratte per metterlo in piedi, e poi ripulito nella sua immagine con un evidente maquillage dall’alto. Sono stati proprio i soldi la volontà motrice dell’Expo, ma Vecchioni finge di non saperlo, come forse finge di non sapere da dove nasce il degrado meridionale.
La denuncia è corretta, perché quel Sud che offende la sua Cultura, la sua Storia e la sua Civiltà va condannato, ma ci sono ambienti e ambienti per il turpiloquio e per le offese, e in quel contesto, con quel linguaggio, Vecchioni ha fatto, purtroppo, danno soprattutto a se stesso più che alla Sicilia. Spero vivamente, per il suo passato, che il cantautore fosse un po’ su di giri, come due anni fa, quando gli fu ritirata la patente per guida in stato di ebrezza e provò a giustificare al giudice l’alto tasso alcolemico nel sangue con l’assunzione di uno sciroppo per la tosse a base di alcol.
Più delle parolacce usate in un’aula magna, però, ritengo più stonati gli elogi alla Milano che insegna e le parole del moderatore. Quando un cantautore meridionale andrà alla Bocconi a dire che la Lombardia è una m… perché è ancora la Tantentopoli irredenta degli anni Novanta capiremo la differenza tra vittimismo e legittima difesa. E non si può definire irreversibile il degrado, soprattutto se poi dopo chiedi ai siciliani di farsi protagonisti del cambiamento. E se proprio dobbiamo tirar fuori una frase dal contesto, condanniamo quella del siciliano, il primo da stigmatizzare per aver comunicato a studenti e non studenti la sua rassegnazione. Neanche quella è irreversibile.

Paolo Villaggio: «napoletani “monnezza”»

Angelo Forgione – Quando Paolo Villaggio disse che i disastri alluvianali di Genova del novembre 2011 erano colpa della cultura sudista borbonica (“piaga di tutta l’Italia”) mi “toccò” riprenderlo (con una telefonata in diretta radiofonica) per rinfacciargli l’ignoranza storica dimostrata. Ma l’irriverente personaggio continuò a distribuire perle di ignoranza storica, ficcandosi spesso in polemiche da discriminazione territoriale (c’è ancora chi dice che il Calcio è un mondo a parte), trascinato persino davanti al giudice dalla Società Filologica Friulana per aver scritto su un suo libro in cui offendeva un po’ tutti gli italiani che “i friulani, per motivi alcolici, non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di m… e l’abitudine di ruttare violentemente” (assolto perché la sua fu dichiarata “una mediocre opera comica” incapace di nuocere).
Navigando online, càpito sul canale youtube di Villaggio, contenitore in cui lui stesso carica video rimediati in rete e interagisce con chi li commenta, e vedo un video non recente ma neanche troppo datato. Caricato il 9 luglio scorso, si tratta di un’intervista del 18 gennaio 2013 realizzata da un’emittente genovese durante la festa per i suoi 80 anni, organizzata a Palazzo Tursi di Genova, sede del Comune. Nel contributo audiovisivo, Villaggio decanta la sua città, la bellezza riscoperta – dopo quarant’anni di vita a Roma – dei suoi palazzi e la sua aristocrazia; e poi si compiace dei genovesi e del loro rapporto con la gente. E come lo fa? Disprezzando tout court Napoli:

«Mentre Roma (senza aggettivo) e la “monnezza” di Napoli (traduzione: “quei cafoni napoletani”) mi dice “uh, uè, che piacere…”, a Genova tutti sono affettuosi ed educati, e dicono “scusi se la disturbo… tanti auguri.»

Frase da interpretare? La generalizzazione, con un microfono alla bocca, non è un’attenuante ma un’aggravante.
Attenti, napoletani (e pure romani), a salutare Villaggio; lui che è di una cultura anglosassone diversa da quella sudista potrebbe non gradire il calore dei “terroni”. Con buona pace del Maestro Marcello Mastroianni e il suo amore per “il garbo e la gentilezza d’animo dei napoletani”.