L’ignoranza fa sbandati figli

ugo_russoAngelo Forgione Vedo fare distinzione tra bene e male dopo la rapina finita in tragedia a Napoli, dove si sono incontrati tre ragazzi, e non per la ricreazione. Due rapinatori in erba e un giovane carabiniere rapinato, il microcrimine e lo Stato, incrociatisi a Santa Lucia, a due passi dalla vista delle meraviglie del Golfo, nell’assenza pressoché totale di forze dell’ordine per garantire la serenità di tutti nella Napoli del piacere. Non a un posto di blocco ma nel luogo fatale di una tragedia in cui un ventitreenne ha tolto la serenità a se stesso e la vita a un quindicenne.

Già, un quindicenne, che il sabato sera dovrebbe andare a mangiare un panino con gli amici, ronzare intorno alle ragazzine, e rincasare per tempo, piuttosto che montare su uno scooter con targa contraffatta e andarsene a rapinare qua e là come un pistolero impavido.
Un quindicenne dovrebbe andare a scuola, non svolgere lavoretti in nero e fare il perdigiorno in strada; dovrebbe essere seguito nel percorso di crescita dai genitori, non sguinzagliato allo sbando.
Essere genitori non è un dovere ma un impegno che va assunto con coscienza, e mantenuto finché i figli non spiccano il volo. La prolificazione, nella città più giovane d’Italia, è in parte fenomeno derivante dall’ignoranza diffusa. Ugo era figlio dell’ignoranza di chi crede di risolvere le proprie problematiche esistenziali con la gioia della prole, senza avere i mezzi per sostenerla; figlio di chi mette al mondo e viene immediatamente meno alla responsabilità genitoriale; figlio di chi non sa assumersi le responsabilità di un fallimento e devasta un presidio sanitario cittadino in un momento critico per la salute di tutti, tra le percosse al personale medico e ai congiunti di altri infermi.
Genitori e figli, nell’habitat di una certa sottocultura, sono terminali di una spirale che non si arresta, entrambi frutto della dispersione scolastica, che in certi quartieri tocca picchi inaccettabili, crea malerba e inibisce la fioritura sociale.

Manca la famiglia nella cura dei figli come manca lo Stato nella cura del popolo. Quando tutto manca, ognuno sceglie arbitrariamente il suo destino, proprio come il carabiniere, che ha scelto la divisa, e la sua vittima, che ha scelto la delinquenza. Due giovani della stessa città con strade opposte che si sono incrociati per caso, l’uno con una pistola vera e l’altro con una replica. Solo così, nelle zone difficili, lo Stato e il disagio sociale vengono a contatto, e le conseguenze non sono mai piacevoli.
________________________________________

“Lo Stato è una gran famiglia. Di qui seguita, che come nelle ben governate famiglie non si pensa solamente ad avere numerosa prole, ma a’ mezzi altresì di bene educarla, istruirla, e mantenerla con comodità: a quel modo medesimo è necessario, che nello Stato col promuovervi la popolazione, si studj di bene educar la gente per la parte dell’animo e del corpo, e procacciarle proporzionevolmente i mezzi di sostenersi.”

Antonio Genovesi
Delle Lezioni di Commercio o sia d’Economia Civile, 1765

Davide ucciso da Napoli? E chi ha ucciso Napoli?

liberoAngelo Forgione – Sulla triste vicenda del rione Traiano di Napoli preferisco tacere. È inutile esprimere opinioni sui fatti senza conoscerli nei loro particolari, soprattutto nel momento in cui tutti si avventurano in interpretazioni e analisi spesso dettate da condizionamenti esterni. Mi soffermo proprio su uno dei commenti, o meglio, su un titolo, quello del quotidiano Libero: “Prima del carabiniere l’ha ucciso Napoli”, articolo del vicedirettore Pietro Seinaldi. Sensazionale! E chi ha ucciso Napoli? Chi ha ucciso la sua economia, la sua normalità, la sua legalità, il futuro dei suoi giovani? Perché l’illegalità è eletta a sistema? Perché ci sono più controlli nei quartieri meno problematici? Ma davvero c’è chi crede che Napoli voglia così male ai suoi figli? Ma davvero c’è chi non ha ancora capito che si è tutti piegati a qualcosa di più grande? La verità è che a Napoli e al Sud lo Stato è assente. Il ragazzo e il carabiniere sono il rovescio della stessa medaglia, vittime e carnefici allo stesso tempo, in modi diversi, della realtà sociale ad alta tensione in cui siamo tutti immersi, di cui la Città è spia accesa.
Di gente fuorilegge, di ogni età, che non si ferma all’alt ne è pieno il mondo, non accade di certo solo a Napoli ma anche in territori più ricchi, dove la cultura dell’illegalità è automaticamente meno diffusa e dove la gente, oltre a rincorrere il cellulare all’ultima moda (che ha lo stesso prezzo ovunque), pensa anche a pagare l’accessibile assicurazione obbligatoria (che a Napoli è una rapina legalizzata). Proseguire su quest’analisi sarebbe lungo e allontanerebbe dal motivo della riflessione. Dappertutto, dunque, capita che si eludano gli stop delle forze dell’ordine, e partano inseguimenti. A volte capita che siano proprio le forze dell’ordine a rimetterci qualche penna. Stavolta, però, è partito anche un colpo, e il fuggitivo è diventato il morto. Era già successo qualcosa di simile nel luglio 2000, sempre nella dannata Napoli, ad Agnano, periferia flegrea, e sempre un giovane incensurato diciassettenne senza casco. Fu ucciso dopo un breve inseguimento da un poliziotto che non accettò di essere ruzzolato a terra dopo l’inversione di marcia del ragazzo e gli sparò alle spalle. L’agente fu condannato in Cassazione a 10 anni di reclusione e al risarcimento alla famiglia, oltre il milione di euro, unitamente al Ministero degli Interni, colpevole di aver lasciato in servizio, su strada, un elemento del Corpo che già aveva dimostrato “di non essere dotato del necessario equilibrio”. Furono condannati a 25 mila euro di risarcimento anche il settimanale “L’Espresso” e Giampaolo Pansa (dal Tribunale di Roma) per un articolo offensivo della memoria del ragazzo ucciso. Evidentemente, parlare troppo, a caldo e per preconcetti, non conviene. Ecco perché anche io mi fermo qui.