Una commissione culturale per l’identità storica di Napoli

Giovedì 9 marzo, in commissione Cultura, presso la sede del Consiglio comunale di Napoli, si è svolto un confronto sulla storia e l’identità di Napoli nel contesto del Meridione e del Mediterraneo. Erano presenti Gigi Di Fiore, Angelo Forgione, Luca Pepe, Flavia Sorrentino, la presidentessa Elena Coccia e i consiglieri Francesca Menna (M5S) e Salvatore Pace (Dema). Intervento telefonico di Pino Aprile.
Le istanze saranno tradotte in un prossimo ordine del giorno del Consiglio comunale per segnare una precisa presa di posizione culturale e politica della città.

De Luca vs Bindi, guerra interna al PD sulla pelle dei napoletani

Tratto dalla trasmissione radiofonica “la Radiazza” di Gianni Simioli (Radio Marte), la riflessione circa le frasi di Rosy Bindi sulla camorra e successiva risposta di Vincenzo De Luca.

Bindi e De Luca, tra genetica napoletana e vendette personali

Angelo Forgione «La camorra elemento costitutivo di Napoli». Troppa benzina sulle parole di Rosy Bindi, una frase in ‘politichese’ che la presidentessa della Commissione Antimafia avrebbe dovuto formulare in maniera diversa o chiarire immediatamente, per non dare adito a cattive interpretazioni. “Elemento costitutivo” vuol dire che la camorra è una istituzione dell’economia napoletana e campana, così come la mafia è un’istituzione dell’economia nazionale. E come negarlo? Lo conferma anche l’UE, che ha inserito nel calcolo del Pil italiano (ma non solo) i proventi stimati su traffico di droga, prostituzione, corse clandestine, racket ai commercianti e corruzione ai danni della pubblica amministrazione, ovvero sulle attività mafiose. Il primo passo per affrontare seriamente la criminalità organizzata è riconoscere che essa è parte della nostra società.
Detto questo, bisognerebbe capire chi ha istituito l’industria mafiosa in Italia, e come. Ed è semmai più preoccupante che la Bindi, la quale difende le sue parole dicendo che «non si può fare la storia d’Italia senza fare la storia delle mafie», non conosca la storia d’Italia, non sappia la data in cui Roma è divenuta capitale (video). Fa, inoltre, molto piacere constatare che il governatore della Campania Vincenzo De Luca, bollando le parole della Bindi come “offese sconcertanti”, abbia evidentemente cambiato idea sulla rispettabilità dei napoletani, lui che nel giugno 2011, da sindaco di Salerno, si era rifatto a un certo DNA degenerativo di alcuni napoletani: «A Napoli ci sono persone geneticamente ladre: ladri di camorra o ladri di pubblica amministrazione non fa differenza». Ladri, camorristi e politici disonesti non nascono tali, e De Luca lo avrà capito. In quattro anni si può cambiare idea, soprattutto se l’elettorato politico muta e si ingrossa. O forse, dopo l’etichetta di “impresentabile” appiccicata dalla Bindi su De Luca a 48 ore dal voto per le regionali, si consuma solo una vendetta personale sulla pelle dei napoletani?

Autori del Sud reinseriti nei programmi scolastici

Angelo Forgione La Commissione Cultura alla Camera ha approvato la risoluzione del Movimento 5 Stelle per il reinserimento degli autori meridionali del Novecento inopinatamente esclusi dalle indicazioni ministeriali della riforma scolastica firmata dall’ex ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Autori di spicco come  Sciascia, Quasimodo, Serao, Ortese, Rea, Bufalino e Vittorini saranno riportati ad essere oggetto di studio nei licei.
Resta il forte interrogativo di fondo: per quale motivo in un Paese che si ritiene civile è necessaria una risoluzione in Parlamento per riconsegnare alla sua Letteratura un pezzo importante qual è la nobile tradizione del Mezzogiorno? E perché il mondo della Cultura non ha sottolineato a dovere tale manomissione?

Una strada per Ferdinando II

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAngelo Forgione – Nel 2009, battendo Eduardo De Filippo e Federico II, Ferdinando II di Borbone fu “eletto” superpersonaggio storico di Napoli in un lungo divertissement online del Corriere del Mezzogiorno. Ora la Fondazione “Il Giglio” e il Movimento Culturale Neooborbonico chiedono al Comune di Napoli di intitolargli una strada, dopo la delibera di intitolazione toponomastica di uno slargo ad Enrico Berlinguer (intersezione pedonale tra Via Toledo e via Diaz) e la proposta del sindaco De Magistris di intitolare una strada, una piazza o un giardino di Napoli a John Lennon.
I promotori dell’iniziativa chedono di inviare una email al Sindaco, all’indirizzo sindaco@comune.napoli.it, chiedendo “che sia intitolata una piazza importante o una strada principale della città a Ferdinando II di Borbone, il Re che fece grandi Napoli capitale e il Regno delle  Due Sicilie”. Lo stesso Corriere del Mezzogiorno sta proponendo un sondaggio (clicca qui) per verificare l’eventuale gradimento della proposta.
L’operato politico di Ferdinando II, di cui ho parlato in Made in Naples e che ho focalizzato sotto il profilo economico nel Cenno Storico sulle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli, è riassunto nell’intervento di Gennaro De Crescenzo, tra i promotori dell’iniziativa, nell’intervento alla trasmissione Baobab di Radio Rai (minuto 8:00).

La fine di un vero eroe sconosciuto

manciniAngelo Forgione – Addio a Roberto Mancini, il poliziotto 53enne che si ammalò per combattere i veleni nella “Terra dei fuochi”. Per anni in trincea contro inquinatori e trafficanti dei rifiuti, ha svolto per la Commissione di inchiesta della Camera diversi sopralluoghi in discariche piene di veleni e in siti radioattivi, scoprendo tutta la verità su un torbido intreccio. Come raccontò a SkyTG24 e a Le Iene, la sua informativa, consegnata nel 1996 alla DDA di Napoli, è rimasta ignorata per anni, chiusa in un cassetto e occultata. Nel 2002 scoprì di avere un cancro al sangue, riconosciuto come malattia per causa di servizio, ma risarcito con soli 5mila euro da parte del Viminale. È morto lottando anche contro lo Stato «che non mi ha messo – disse a Repubblica TV – in condizioni di tutelare la mia salute».
“Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell’indifferenza delle istituzioni e dell’opinione pubblica – ha dichiarato la moglie a Mediterraneo News – e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite […]”.

20 anni fa l’omicidio di Alpi e Hrovatin. Nasceva la “Terra dei fuochi”

Angelo Forgione – Era il 20 marzo 1994 quando la reporter della Rai Ilaria Alpi e il suo operatore di ripresa Milan Hrovatin furono uccisi in un agguato a Mogadiscio, in Somalia. Tra depistaggi e sospetti, non è mai stata fatta luce sul duplice omicidio. Nessuna certezza, molti dubbi sull’unico condannato (Hashi Omar Hassan) e tanto sdegno della madre della cronista, Luciana, che ancora si batte per ottenere la verità. Al settimanale Oggi ha detto ancora una volta di sentirsi schifata dalla giustizia italiana: “Ilaria aveva toccato il segreto più gelosamente custodito in Somalia: lo scarico di rifiuti tossici pagato con soldi e armi. La verità è che c’è un filo invisibile che lega la morte di mia figlia alle navi dei veleni, ai rifiuti tossici partiti dall’Italia e arrivati in Somalia. Ci sono documenti che lo provano. Ci sono le testimonianze dei pentiti. Eppure nessuno ha avuto il coraggio di processare i colpevoli. In carcere è finito un miliziano somalo che sta scontando 26 anni, ed è innocente. Ilaria è sempre presente nella mia vita, non c’è giorno che non pensi a mia figlia, mi mancano le sue risate, i suoi racconti, i suoi baci Finché avrò vita chiederò il nome dei mandanti dell’omicidio di mia figlia. Perché Ilaria e Miran sono stati giustiziati”.
Uno dei principali accusati dalla famiglia Alpi è l’avvocato Carlo Taormina, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta avviata nel 2003 e chiusa nel 2006 senza una soluzione unanime, sostenitore della tesi del rapimento fallito. La signora Luciana spera nella procedura per tentare di desecretare gli atti acquisiti dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta e ha lanciato un appello su Change.org alla presidente della Camera Laura Boldrini affinché sia consentito l’accesso a ottomila documenti segreti.
Per l’Italia, e soprattutto per la Campania, è fondamentale che la verità venga a galla, perché è proprio con quel 20 marzo 1994 che fu segnata la sorte dei territori che sarebbero diventati “la Terra dei fuochi” e “il triangolo della morte”. L’Italia divenne crocevia di traffici internazionali di rifiuti, provenienti dai paesi europei e destinati al Corno d’Africa. Un grosso affare probabilmente scoperchiato da Ilaria Alpi e il suo operatore.

Clicca qui per vedere il videoclip MERIDIONE=SOMALIA

Italia corrotta, quando e come nasce

dall’Unità in poi, solo governi votati al profitto personale

Angelo Forgione La corruzione è un carattere distintivo e fortemente accentuato in Italia. Non è solo una percezione nostrana ma qualcosa di ben radicato nell’opinione pubblica internazionale. Nella classifica di dicembre 2013 dei coefficienti di corruzione di 177 Paesi nel mondo, redatta dalla ong Transparency International, l’Italia si è piazzata al 69esimo posto, a pari “merito” con il Kuwait e la Romania, e dietro a Uruguay, Botswana, Costarica e Lesotho. L’ultima posizione è occupata dalla Somalia, proprio quella nazione con cui l’Italia di Craxi strinse patti basati sul traffico di armi e rifiuti tossici, dai quali è poi conseguito l’inquinamento della Campania e del Mezzogiorno. In Europa, peggio di noi fanno solo Serbia, Bulgaria, Grecia e Albania, oltre a Russia e Ucraina. Ma qual’è l’origine di tanta disonestà?
L’Italia è nata così, non lo è diventata. Tanto per cominciare, fiumi di denaro in piastre turche, facilmente commerciabili e difficilmente tracciabili, sono scorsi da Londra via Torino per pagare la spedizione garibaldina e annettere il Sud al Piemonte. II criminologo positivista dell’Ottocento Cesare Lombroso, un grande agitatore di idee che fa discutere ancora oggi, molto criticato per alcune sue teorie scientifiche sulla fisiognomica destituite di ogni fondamento, ma al quale va comunque riconosciuto il merito di aver iniziato gli studi criminologici moderni, nel suo trattato L’uomo delinquente del 1876 lanciò strali su ministri e deputati del Regno d’Italia, da Cavour ad Agostino Depretis, in carica in quel momento:
“[…] Una triste osservazione in Italia mi ha dimostrato che dopo Cavour non si ebbe un ministero completamente onesto che potesse reggersi. Se vi prevalevano uomini troppo onesti, il ministero era certo di una brevissima durata, perché non aveva abbastanza tenacia, furberia, tristizia contro le mene parlamentari. […] Il ministro certamente più carico di delitti che sia mai esistito poté or ora, non solo reggersi davanti alla Camera, ma anche davanti alla opinione pubblica e governare senza una vera opposizione nel paese che tanto più gli si prostrava sommesso, quanto più si allontanava dalla legge. Ed è morto pieno di onori e d’anni ed ha una statua collocatagli certo per volere di molti italiani, quel ministro mediocrissimo di mente che se pur non corrotto instaurava da noi la più sfacciata corruzione parlamentare. Ecco dunque il vizio divenuto quasi necessario pel governo parlamentare. Anche agli specialisti medici, avvocati, la bugia è necessaria nei nostri tempi, è quasi la base delle loro operazioni.”
Del resto, quando Vittorio Emanuele II morì, nel 1878, lasciò debiti su questa terra per 40 milioni di lire dell’epoca, circa quarantacinque milioni di euro attuali, e lo storico Denis Mack Smith, specializzato nella storia italiana dal Risorgimento, afferma in Vittorio Emanuele II (Laterza, 1983) che “le carte di Cavour vennero tolte di forza dal governo italiano agli eredi del conte nel 1876, e in seguito soltanto poche persone hanno potuto vederle. Sembra che nel 1878 una parte di quelle carte siano state trasferite negli archivi reali, e ciò serviva senza dubbio a nascondere certi fatti nei quali il sovrano era coinvolto”. Una disinvolta tendenza a dissipare che iniziò allora, quando la corte sabauda era considerata tra le più sfarzose e spendaccione d’Europa.
I primi scandali finanziari del Regno d’Italia furono anche copiosi. Vale la pena citarne qualcuno per tutti: dietro la regia del politico e banchiere Pietro Bastogi, Ministro delle Finanze, le Ferrovie Meridionali furono cedute alla propria compagnia finanziaria privata, per poi subappaltare clandestinamente i lavori, dando luogo alle indagini di una Commissione d’inchiesta parlamentare, senza che però le speculazioni sulla costruzione delle reti ferroviarie terminassero. Il capitale fu ripartito tra le banche del Nord, con Torino, Milano e Livorno che presero la fetta più grande. Sempre dietro la regia di Bastogi, nel settore edilizio si sviluppò una forte speculazione a Roma, Napoli e Milano, nata dall’alleanza tra aristocratici proprietari terrieri e grandi banchieri settentrionali, interessati a guadagni a breve termine e senza rischi. In quegli anni, tra l’altro, fu decisa l’edificazione a Roma del Vittoriano, monumento nazionale a Vittorio Emanuele II appena morto, un’enorme mole di marmi e sculture dal costo insostenibile per l’Italia. Gli squilibri creati dall’edilizia impazzita fecero crollare il settore e fallire gli istituti di investimento immobiliare, generando lo scandalo della Banca Romana. Per coprire le enormi perdite, l’istituto di credito capitolino forzò l’emissione di moneta senza autorizzazione e stampò un ingentissimo quantitativo di banconote con un numero di serie identico ad altre emesse precedentemente, riservandone una parte per pagare politici e giornalisti. Una colossale truffa in cui furono implicati Francesco Crispi, Giovanni Giolitti e una ventina di parlamentari, nonché, seppur indirettamente, il re Umberto di Savoia, fortemente indebitato proprio con la Banca Romana.
L’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari della seconda metà dell’Ottocento scandirono lo sviluppo politico che seguì all’unificazione nazionale. Nel 1876, la “Destra storica” piemontese di Cavour, La Marmora e Ricasoli fu sconfitta dalla “Sinistra” monarchica di Depretis, Nicotera e Zanardelli. Ma i due schieramenti governativi non rappresentavano espressioni diverse e alternative, essendo facce della stessa medaglia, entrambe espressione della borghesia liberale. Si sviluppò il “trasformismo” del sistema di governo italiano, che costruiva ogni maggioranza con accordi e patti basati su interessi contingenti. Il clima consociativo, cioè privo di una vera e propria opposizione politica, alimentò le furbizie e le manovre segrete, costruendo un sistema politico a vantaggio di tutti, tale da non incoraggiare le riforme necessarie per modernizzare l’Italia, a favore degli interessi privati. Giustino Fortunato denunciò che il governo d’Italia delegò i politici meridionali  a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali. Già un rapporto del 30 novembre 1869 emesso della Prefettura di Napoli evidenziò le frequentazioni tra Giovanni Nicotera, futuro Ministro degli Interni, e un camorrista del quartiere Mercato. Lo Stato, in sostanza, garantiva riduzioni di pena e trattamenti compiacenti in cambio di favori elettorali. Nacque e si definì così il voto di scambio all’italiana. Nel 1901, in una Napoli travolta dalla speculazione edilizia piemontese-romana, nell’ambito del risanamento dei rioni popolari, e da una “tangentopoli” attorno agli appalti per l’illuminazione pubblica e i tram, venne istituita una Commissione d’inchiesta presieduta dal savonese Giuseppe Saredo, che portò a galla la grave situazione di inquinamento da accresciuto potere della camorra politico-governativa, accertando i legami del parlamentare Alberto Aniello Casale con la camorra, coinvolgendo anche il giornalista Edoardo Scarfoglio, direttore de Il Mattino, accusato di aver intascato danaro per sostenere i corrotti sulle pagine del quotidiano. Un brano del rapporto conclusivo della Commissione appurò le responsabilità dei parlamenti di Torino, Firenze e Roma nell’accrescimento del potere camorrista:
“Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la Camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali. In corrispondenza quindi alla bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di servaggio, con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un’alta camorra, costituita dai più scaltri e audaci borghesi. […] È quest’alta camorra, che patteggia e mercanteggia colla bassa, e promette per ottenere, e ottiene promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza la piazza, ben a ragione è da considerare come fenomeno più pericoloso, perché ha ristabilito il peggiore dei nepotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo l’imposizione alla volontà, annullando l’individualità e la libertà e frodando le leggi e la pubblica fede.”
Con il dilagare indisturbato della corruzione dei deputati e la sparizione di soldi pubblici si inaugurò inevitabilmente la crescita del deficit dello Stato. Dopo il 1855, l’indebitato Piemonte, che da solo ebbe, fino al 1898, 41 ministri contro 47 dell’intero Sud, non compilò più il bilancio statale, oscurando le informazioni. Dopo aver invaso il Regno delle Due Sicilie, il Regno d’Italia si inaugurò a Torino con un alto debito che è sempre cresciuto nel corso di questi 153 anni, arrivando a superare i 2.000 miliardi di euro.
Il sistema politico-sociale della Nazione è rimasto sempre lo stesso, costruito sulla corruzione e sull’interesse personale. Ricordare la storia d’Italia del secondo Novecento servirebbe solo ad allungare il brodo. Meglio indugiare su una vignetta che nel 2009 ha vinto il Concorso nazionale di Satira e Umorismo “L’Ortica” (in basso). Si chiama “Homo Ridens: tributo semiserio a Darwin”, ed è stata realizzata da Marco Martellini, che ha disegnato ogni figura col un suo perfetto corrispettivo sul versante opposto. L’evoluzione della specie parte da una scimmia che si ingobbisce per diventare prima uomo di Neanderthal e poi predatore. L’acme è rappresentato da Giulio Cesare e dalla “civitas romana”. L’inizio dell’involuzione è rappresentato dall’Unità d’Italia nella figura del massone Garibaldi, omologo del predatore, che prelude alle tre figure imperanti della politica del Novecento: Mussolini, Andreotti e Berlusconi.
Mi fermo col quesito di Lorenzo Del Boca, dal 2001 al 2010 presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti: «Con queste premesse, è possibile pensare che l’Italia avrebbe potuto essere diversa da quella che è?» È l’interrogativo con cui, nel febbraio 2012, concluse un intervento (clicca qui per ascoltare) sulle nascita risorgimentale della corruzione in Italia. Per chi non lo sapesse, Del Boca è un piemontese doc di Novara, non un meridionale.

vignetta

Rifiuti tossici: «Danni incalcolabili sulle generazioni future»

intorno al 2060, il picco dell’incidenza tumorale

Angelo Forgione – “Danni incalcolabili, che graveranno sulle generazioni future”. Così sentenzia la relazione sugli illeciti connessi ai rifiuti della Campania approvata all’unanimità da un’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta. “Il danno ambientale che si è consumato è destinato, purtroppo, a produrre i suoi effetti in forma amplificata e progressiva nei prossimi anni con un picco che si raggiungerà fra una cinquantina d’anni. Questo dato può ritenersi la giusta e drammatica sintesi della situazione campana”. Cioè, i tumori tra Napoli e Caserta aumentano e toccano picchi esorbitanti, ma è solo l’inizio perché il peggio deve ancora venire.
Le colpe? Ben note. L’ormai acclarato intreccio tra imprenditoria centro-settentrionale, camorra e politica. Decisiva la mediazione dall’apparato amministrativo regionale che “ha favorito in larga parte interessi sostanzialmente illeciti”, favorendo società che operano nel settore apparentemente munite di autorizzazioni necessarie ma in realtà “riconducibili alla criminalità organizzata”. Le conclusioni sono una vera condanna per i cittadini del Sud, almeno fin quando avranno la fortuna di non ammalarsi: “È evidente che il sistema, a questo punto, risulta essere stato riprogrammato per far funzionare una macchina capace senz’altro di produrre profitti, ma destinata a non risolvere i problemi, dal momento che il raggiungimento dello scopo costituirebbe evidentemente motivo per far cessare ogni possibile spunto di guadagno riguardo al ciclo dei rifiuti”. Cioè, nessuno ha interesse e voglia di risolvere un problema igienico-sanitario creato ad arte.
In questo contesto, ormai incancrenito da anni, le bonifiche restano chimere. La politica nazionale glissa e ostacola il registro tumorale regionale, il ministro della Salute Balduzzi giustifica le neoplasie con l’obesità e il Presidente della Repubblica chiude il suo mandato senza aver mai speso una parola sull’argomento. E il popolo campano paga.

Pagano solo il Napoli e i suoi calciatori. Gianello di fatto la passa liscia.

Angelo Forgione – Sentenza di primo grado della Commissione Disciplinare: Il Napoli sanzionato con 2 punti di penalizzazione e 70mila euro di ammenda. Cannavaro e Grava squalificati per 6 mesi. E il vero colpevole, quel Matteo Gianello che aveva tentato la combine, la passa di fatto liscia. Perché i tre anni e tre mesi inflittigli sono sostanzialmente inutili per un giocatore a fine carriera già ai tempi di Napoli. Pagano quindi solo la SSC Napoli e i suoi calciatori e non il colpevole di tutto che si è contraddetto più volte in un processo dal quale è stato peraltro estromesso Fabio Quagliarella, anch’egli prima avvicinato per la combine affinché desistesse dal suo intento di raggiungere il premio concordato con la società in base ai goal segnati in stagione e poi no, secondo le diverse versioni dell’imputato.
È ora necessario che il Napoli non si pianga addosso e tragga invece “vantaggio” dalla vicenda, ripartendo di slancio e con rabbia in campionato contro le avversità. I successivi gradi di giudizio dovrebbero mitigare le pene ma resta comunque la questione morale di un’ingiustizia e di un danno economico e sportivo fatti, a prescindere dal doveroso rispetto delle sentenze e dei regolamenti sulla responsabilità oggettiva che, ora più che mai, è necessario rivedere. E, consentitelo, se pure i difensori azzurri siano stati effettivamente sollecitati dal portiere, resterebbe la tentata corruzione di un calciatore veronese ignorato da un napoletano e un casertano ai quali vanno, a parziale ed effimera consolazione, la solidarietà e il ringraziamento per aver preservato una certa onorabilità.