La notte magica di Edenlandia

Angelo Forgione – Se non si è napoletani, ma napoletani di almeno trent’anni di età, non si può capire davvero cosa sia Edenlandia, anzi, l’Edenlandia. Questo luogo magico nel quartiere flegreo del fascismo non è semplicemente il primo lunapark a tema d’Europa. Edenlandia è una parola che fa rima con tronchi, con graffa, con tozzi-tozzi e con altre parole che la rima la baciano solo col pensiero.
Edenlandia è il luogo dove i napoletani possono tornar bambini, il luogo dove i bambini possono tornare a giocare posando lo smartphone.
Edenlandia è il luogo dove sono nato, letteralmente e provvidenzialmente, perché le acque, a mia madre, si ruppero prematuramente in un fosso stradale colto portandovici i miei fratelli, che già amavano i tronchi, la graffa e i tozzi-tozzi. Libero dal cordone ombelicale che mi avrebbe asfissiato, iniziai ad amarli anch’io, e quel parco mi sembrava immenso, sconfinato, perché ad esserlo erano i miei sogni, la mia spensieratezza.
Ieri, Edenlandia è tornata a dispensare sorrisi, e io tornato a lei, come un pellegrino a San Pietro. Mezza Napoli era lì. Emozione forte, incantesimo di una notte d’estate al chiaro di luna!
Mi sembrava piccolissima, come se fossi divenuto un gigante. Il fatto è che quando diventi adulto sono troppo ingombranti i pensieri, ma non abbastanza per non poter tirare fuori il bambino che è in te. E allora di nuovo la graffa, calda, ricca di zucchero da restare attaccato sulle labbra, sulle guance, sul muso, sulla punta del naso. Di nuovo i tozzi-tozzi. I tronchi non ancora, si faranno attendere un po’, ma ciò che importa è che Edenlandia sia di nuovo lì, sostanzialmente uguale a com’era, senza stupire ma a riavvolgere il nastro del tempo di chi l’ha vissuta negli anni in cui tutto sembrava possibile. Ed è giusto così.
La magia, sana e salva, è tornata!

La pantera azzurra graffia e non scalcia

Angelo Forgione – Ed eccola la rivoluzione alla quale ero già preparato da tempo. È innovazione, è sperimentazione. È un mix tra nuovo design Kappa e ispirazione “aureliana”. Piaccia o no, è comunque rottura. Niente lamenti.
Estetica e prenotazioni alle stelle a parte, non è però la texture a tonalità diverse (a me piace) ad andare oltre la storia (aspettate di vedere la versione Champions). È semmai l’irruzione di un animale che non attiene al Napoli e a Napoli, all’humus del territorio.
È l’identità ad emozionare i napoletani, non l’aggressività. È il cavallo sfrenato, il Corsiero del Sole, il simbolo dell’indomito popolo… e, dal tempo degli Svevi, non graffia ma scalcia.
Pensaci, in futuro, Aurelio.

L’antica Porta Reale dello Spirito Santo a Toledo

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Antonio Joli – Porta dello Spirito Santo prima della demolizione

lapide_porta_spirito_santoAngelo Forgione A metà del Seicento, alla vigilia dall’implacabile peste, Napoli, con i suoi circa 300.000 abitanti, risultò la più popolosa città d’Occidente. L’incremento demografico fu stimolato dalle primissime estensioni attuate nel Cinquecento dal viceré spagnolo Pedro de Toledo, che attirò l’aristocrazia in città assicurandogli l’esenzione di alcune tasse, sradicandola così dalle sedi feudali, con lo scopo di addomesticarla e tenerla sotto controllo.
Il “viceré urbanista”, al suo arrivo nel 1532, per migliorare l’aspetto della città, concepì un piano di sventramento, allargamento e fortificazione, e dispose la demolizione della murazione aragonese per farne alzare una nuova, con perimetro ben più allargato, coinvolgendo nello sviluppo urbano le pendici collinari. Il progetto ebbe nella nuova strada di Toledo uno dei cardini principali, realizzata nel 1536 per bonificare il Chiavicone, la fogna ad alveo aperto che da Montesanto che, convogliando le acque reflue e i liquami della collina del Vomero, proseguiva verso il mare, e per collegare agevolmente la vecchia città alla nuova residenza vicereale, che poi sarebbe stata demolita nel 1600 per fare spazio al nuovo Palazzo Reale di Domenico Fontana. La nuova strada, sul cui declivio della collina di San Martino furono edificati i nuovi quartieri militari, fu un vero successo e fu ben accolta dalla cittadinanza.
L’asse stradale venne iniziato da una porta edificata nel 1538 tra il Mercatello (attuale piazza Dante) e il largo dello Spirito Santo, segnando un nuovo ingresso in città da nord e dall’area collinare. Fu chiamata Porta Reale Nuova, per differenziarla dalla vecchia di età angioina, che era sita nella zona dove oggi si trova il liceo Genovesi. Sulla porta, semplice nella sua fattura, sul lato del Mercatello, fu apposta l’aquila bicipite di Carlo V d’Asburgo, sotto le cui ali erano lo scudo del viceré e un altro di dubbia decifrazione, e un’epigrafe latina che segnalava l’operato di Don Pedro. La costruzione fu in seguito abbellita da sculture e da una statua di San Gaetano da Thiene, accolto a Napoli nel 1533 proprio da Don Pedro, che gli concesse la basilica di San Paolo Maggiore, e morto in città nel ’47. In seguito alla costruzione della basilica dello Spirito Santo, nel 1562, la nuova porta fu riconosciuta anche come Porta dello Spirito Santo.
La murazione toledina fu abbattuta nel Settecento, inizialmente da Carlo di Borbone per la costruzione della nuova strada di Marina, e poi dall’erede Ferdinando per il nuovo Foro Carolino al largo del Mercatello e il largo delle Pigne (piazza Cavour). Il giovane Re, nel 1775, fece buttare a terra anche la Porta Reale, ormai fatiscente e di intralcio al traffico, e gli edifici attigui, allineati in asse con la strada di Toledo. Con l’incremento dell’Avvocata e il completamento del Foro Carolino, l’emiciclo vanvitelliano con cui fu sistemato il Mercatello, la porta divenne un imbuto d’intralcio alla vista prospettica della strada e al passaggio, soprattutto a tarda sera, al ritorno dalle passeggiate, orario in cui il popolo era costretto ad attendere per molto tempo il passaggio delle carrozze e infilarvisi con gran ressa. La statua di San Gaetano fu spostata all’apice della risistemata e ampliata Port’Alba e nel luogo della demolizione, sulla facciata di un palazzo all’ingresso di via Toledo, all’altezza dei civici 4 e 6, fu apposta una targa coronata dallo stemma cittadino che ricordava in latino l’atto sancito dagli uomini preposti alle mura e agli acquedotti, mentre più a destra, sul palazzo Pedagna, era possibile notare la lapide d’epoca vicereale prima sulla porta demolita e anche un’iscrizione d’epoca angioina in caratteri gallo-franchi, in ricordo della più antica porta abattuta nel Cinquecento.
Se vi inoltrate per via Toledo da piazza Dante alzate gli occhi. Le tracce di questo piccolo frammento di storia napoletana sono ancora lì.

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50 anni dopo, la maglia sbarrata che inaugurò la nuova SSC Napoli

kappa_napoli_sbarrata.jpgAngelo Forgione La seconda maglia del Napoli 2016/17, inaugurata con la cinquina d’agosto al Monaco, ci riporta alla divisa della stagione 1964/65, la prima con la denominazione Società Sportiva Calcio Napoli S.p.A., seguita alla precedente Associazione Calcio Napoli, già trasformazione dell’Internaples Foot-Ball Club 1922. Il cambio avvenne il 25 giugno del 1964, per arginare i grandi problemi economici del club. Achille Lauro non versò una lira per il capitale sociale ma ottenne il quaranta per cento delle azioni per i crediti vantati. Fu eletto presidente Roberto Fiore, dopo una serie di scontri e tentativi di ricreare addirittura un “nuovo” Napoli, il Napoli Football Club, per iniziativa di Giovanni Proto, consigliere comunale monarchico, ma il compagno di partito Lauro non lo seguì. Il dissidente, talmente adirato da strappare la tessera dell’Unione Monarchica e da dichiararsi indipendente in consiglio comunale, si associò con Carlo Del Gaudio e spostò gli interessi sul CRAL Cirio in Serie D, cambiandogli il nome in Internapoli.
napoli_2016_17La nuova SSC Napoli di Fiore (e Lauro) disputò il campionato 1964/65 di Serie B. La tradizionale maglia azzurra dell’AC Napoli fu messa in naftalina per privilegiare una scaramantica maglia sbarrata, ricalcata da quella del Bologna, che l’anno prima si era laureato campione d’Italia con una sbarra rossoblù. La maglia accompagnò la squadra, allenata da Bruno Pesaola, al secondo posto in cadetteria a suon di vittorie e alla promozione in A. L’anno seguente, il presidente Fiore mantenne la scaramantica bianca sbarrata, indossata dai nuovi acquisti Altafini e Sivori. Il neopromosso Napoli (in foto) chiuse la stagione 1965/66 al terzo posto, alle spalle di Inter e Bologna, e vinse il suo primo trofeo internazionale, la Coppa delle Alpi.
napoli_1965_66La maglia sbarrata cedette il posto alla tradizionale azzurra nella stagione 1966/67, restando però seconda divisa. La scaramanzia si esaurì nella stagione 1967/68, quando venne introdotta una seconda maglia rossa, in ricordo di quella indossata nella finale di Coppa Italia del 1962 disputata e vinta contro la Spal. La squadra partenopea aveva approntato una inconsueta maglia di colore rosso per non confondersi con la casacca bianco-azzurra dei ferraresi.
Una sartoria milanese ha realizzato nell’agosto 2015 una splendida riedizione vintage della maglia sbarrata di cinquant’anni fa, con stemma cucito recante serigrafia dei tre gigli capetingi borbonici.

L’orologio alla francese del ‘San Carlo’

[…] Sull’arco fra le colonne del proscenio, colossale bassorilievo in argento. In mezzo, il tempo segna col dito l’ora su un quadrante mobile. Cosa strana, con tutta la fobia ufficiale per ciò che è francese, quest’orologio, unico in tutta la città, segna l’ora come in Francia. Che ne dirà, il patriottismo italiano? […]

Così Stendhal nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria, per la dettagliata descrizione della nuova abbagliante sala neoclassica del Real Teatro di San Carlo (con stucchi in argento), inaugurata il 12 gennaio 1817 dopo l’incendio dell’anno precedente che aveva cancellato la sala barocca di Giovanni Antonio Medrano. Ardita la soluzione adottata dall’architetto Antonio Niccolini, e chissà cosa ne pensò Ferdinando di Borbone, appena ritornato sul trono dopo il crollo di Napoleone, a chiusura del turbolento ventennio dei giacobini e dei napoleonidi.

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Nuova “Città della Scienza”, spazio alla spiaggia

previsto l’arretramento della struttura (che non poteva stare sul mare)

Angelo Forgione – Lunga sarà la strada per scoprire chi siano mandanti ed esecutori dell’incendio della “Città della Scienza” che devastò il complesso la sera di lunedì 4 marzo 2013, nel giorno di chiusura settimanale al pubblico. Ma intanto è stato anticipato, nel corso di una conferenza stampa nel polo di ricerca e divulgazione scientifica di Napoli, parte del progetto della ricostruzione della plesso scientifico e della realizzazione della spiaggia pubblica a Bagnoli. Lo “Science Center” arretrerà di circa 10 metri per permettere la realizzazione di una terrazza sulla spiaggia, lì dove insisteva prima dell’incendio del 4 marzo, che diverrà l’ingresso alla spiaggia con la realizzazione di nuovi percorsi di camminamento. Ed è proprio il recupero della spiaggia una delle principali chiavi di lettura dei tristi eventi, considerando che, secondo il Piano Regolatore di Napoli, relativamente all’area di Bagnoli, i capannoni andati in fiamme erano tecnicamente un abuso edilizio, non potendo essere ubicati sulla costa di Coroglio in quanto impedivano il previsto ripristino della linea costiera (leggi articolo del 6 marzo ’13). La posizione individuata è una sorta di compromesso, visto che i comitati civici avevano chiesto la dislocazione completa della “Città”.
La spiaggia sarà realizzata al posto dell’attuale scogliera, con il ripascimento del tratto di costa. La rinascita di Città della Scienza, che cambierà aspetto rispetto ai vecchi capannoni ex industriali e dovrebbe essere terminata il 31 dicembre 2016, costerà circa 65 milioni, di cui 22,5 a carico della Fondazione Idis, 34 milioni a carico della Regione e 8 milioni del Governo. La firma ufficiale sarà posta a Coroglio il 4 marzo 2014, simbolicamente nell’anniversario e nel luogo del rogo.

Pomigliano miglior stabilimento d’Europa. Questa è l’Italia che piace!

Premio “Automotive Lean Production” alla fabbrica napoletana

Angelo Forgione – Tempi duri per i teorizzatori della scarsa laboriosità dei napoletani che invece fanno onore al Paese mentre loro sprecano fiato prezioso.
Quando a Gennaio denunciai lo spot della nuova “Panda” ravvisandone significati espliciti contro i sindacati e insulti ideologici alla città di Napoli, conclusi il mio scritto affermando che gli operai di Pomigliano sono ottimi lavoratori che fanno del “Giambattista Vico” il migliore stabilimento FIAT al mondo. Basti ricordare il premio qualità vinto nel 1997 per la produzione dell’Alfa 156. Lo aveva riconosciuto anche lo stesso Marchionne, ma solo dopo che gli operai si erano piegati alle sue condizioni. Ricordate come finiva quello spot? una Panda usciva dallo stabilimento, percorreva il lungomare di Napoli e le strade costiere della Campania per poi approdare come d’incanto in Piazza dell’Anfiteatro a Lucca, da Sud a Nord, mentre la voce esclamava “questa è l’Italia che piace”.
A distanza di tempo, le sentenze dei tribunali e i licenziamenti per far posto ai lavoratori da riassumere per sentenza hanno dimostrato che quello spot era effettivamente un messaggio diretto agli operai napoletani della FIOM. Ora è arrivato anche un riconoscimento prestigioso per lo stabilimento: la miglior fabbrica d’Europa! Nonostante i progetti di casa FIAT non proprio ai vertici, è stato infatti premiato col “Automotive Lean Production 2012”, un premio importante ottenuto vincendo la concorrenza di più di 700 impianti di produzione in oltre 15 Paesi tra cui Germania, Francia, Spagna e altri che hanno partecipato alla selezione iniziata nel 2006.
L’impianto di Pomigliano d’Arco è divenuto così “un riferimento di eccellenza all’interno del Gruppo Fiat e, più in generale, nell’intero mondo automotive”. Insomma, operai napoletani che, mentre subiscono imposizioni e vessazioni, diventano un modello per tutt’Europa. Quale migliore risposta? E Fiat, su un suo sito istituzionale e sulle pagine dei quotidiani gli dedica il premio: “Pomigliano, escono auto italiane, entrano premi internazionali. Alle donne e agli uomini che lavorano a Pomigliano un riconoscimento importante”: il premio Automotive lean production 2012. E’ così che  funziona la miglior fabbrica d’Europa”. Anche gli annunci pubblicitari di questi giorni servono come servì lo spot di Gennaio e i Cobas hanno strappato simbolicamente queste pagine davanti all’Ikea di Afragola, dove hanno indetto una conferenza stampa per illustrare i due cortei anti Fiat che hanno organizzato ad Acerra e Pomigliano per protestare contro la cassaintegrazione di 2431 operai.
E mentre FIAT esaltava l’italianità, con una nota stampa dall’ufficio comunicazione annunciava l’intenzione di emettere bond in franchi svizzeri dopo aver delocalizzato la produzione in Serbia. Ma l’importante riconoscimento è comunque finito all’ombra del Vesuvio ed stato consegnato al siciliano Sebastiano Garofalo, Responsabile dell’impianto campano dal 1995, in occasione della cerimonia di premiazione che si è svolta presso il Centro Congressi di Lipsia durante il settimo Congresso Internazionale organizzato da ”Automobil Produktion” e Agamus Consul.
Il premio segue quello assegnato allo stabilimento Whirlpool di Via Argine, dichiarato a Febbraio il migliore al mondo per la produzione di lavatrici. Dallo spot “Panda” in poi, due premi importantissimi sono stati assegnati al “Made in Naples” in trionfo!
Siete ancora convinti che i Napoletani non vogliano e non sappiano lavorare? E che Vesuvio e spaghetti siano l’immagine dell’Italia che non piace? Come si spiegherebbe che, fin quando i napoletani hanno avuto fabbriche in cui lavorare, quelle fabbriche producevano ed esportavano in tutto il mondo?
Se questi sono i riconoscimenti internazionali per lo stato dell’arte della produzione italiana, allora diciamo pure che è Napoli l’Italia che piace! Il tempo è sempre galantuomo.