Fischi all’inno nazionale, segnale non nuovo che va interpretato

Angelo Forgione – Nel corso della trasmissione radiofonica Si gonfia la rete di Raffaele Auriemma, ho espresso il mio parere sui fatti dell’Olimpico e motivato i fischi all’inno nazionale, che nulla o quasi hanno a che vedere coi tumulti avvenuti dentro e fuori lo stadio. Quei fischi hanno un significato che il Paese bolla come manifestazione di ignoranza, ostinandosi a non volerli comprendere. Eppure già due anni fa si erano verificati in occasione della finale della stessa competizione contro la Juventus. Nessuno si è preoccupato di capire il malessere e la disaffezione di Napoli verso i simboli della Nazione, concentrandosi sulla più deleteria e volgare gogna mediatica a danno dei napoletani.
Nel corso della trasmissione è intervenuto anche il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito, il quale ha invitato a non individuare nella questione sociale e storica la matrice dei fischi, trovando il disaccordo di Raffaele Auriemma.

17 marzo, festa di ciò che non riguarda il 17 marzo

IO NON FESTEGGIO adesivoAngelo Forgione – Si celebra oggi, 17 marzo, la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, istituita con la legge 23 novembre 2012, n. 222. Pura propaganda, perché l’Unità nazionale non fu conseguita il 17 marzo 1861, quando mancavano lo Stato della Chiesa, il Veneto, la Venezia Giulia, il Friuli e il Trentino Alto Adige, ma il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia che aprì la strada a Roma capitale; la Costituzione italiana ha visto la luce il 22 dicembre 1947, dopo ben ottantasei anni di Statuto Albertino, ovvero lo Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia; altrettanti anni durò “La Marcia Reale”, l’inno nazionale monarchico del Regno di Sardegna esteso all’intera Italia, che fu sostituito nel 1946 dall’inno repubblicano di Mameli, cioè “Il canto degli italiani” (vero titolo, nda). Resta la bandiera italiana, sempre tricolore, certo, ma che in quel 17 marzo aveva lo stemma sabaudo al centro. E allora diciamolo che il 17 marzo è la festa dell’apologia sabauda, non quella della proclamazione dell’Unità ma quella dell’auto-incoronazione di Vittorio Emanuele II quale “Roi d’Italie”, cioè Re d’Italia in rigorosa lingua francese, non italiana, con la quale il sovrano piemontese estese la sua sovranità sui territori invasi. “Victor Emmanuel II assume, pour lui et pour ses successeurs, le titre de Roi d’Italie” si legge nell’atto di incoronazione del parlamento di Torino.
Chissà se i parlamentari attuali hanno appreso tutto questo, visto che l’ignoranza circa le vicende storiche della storia d’Italia fu smascherata dalla trasmissione Le Iene nel giorno delle celebrazioni del “150esimo”, quando all’esterno di Montecitorio i politici italiani, fatto salvo Matteo Renzi, andarono nel panico per le domande sul 17 marzo 1861 (guarda il video).
Continua dunque la confusione voluta delle massime Istituzioni, sulla falsa riga delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, non ancora compiuti di fatto (accadrà solo nel 2020, ndr). Celebrazioni condotte in maniera anti-repubblicana dal Presidente della Repubblica che festeggiò il giorno della monarchia, rendendo omaggio alla tomba del re Vittorio Emanuele II.

video / Mameli e 17 Marzo nelle scuole. Che pastrocchio storico!

Il Senato fa confusione sui valori dell’identità nazionale.
L’inno che nasconde la “Lega Campana” fu davvero scritto da Mameli?

Angelo Forgione per napoli.com L’Inno di Mameli, conosciuto anche come “Fratelli d’Italia” dal suo verso introduttivo, dovrà esser studiato e cantato nelle scuole italiane. Il Senato ha approvato in via definitiva il DDL che impone nei programmi scolastici il canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli (forse, ndr) e musicato da Michele Novaro. Legge incompatibile con la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” perchè il testo dell’inno è anti-straniero e il suo insegnamento contravviene agli articoli 10 e 11 della stessa Carta relativi alla libertà di coscienza, alla libertà di pensiero, alla libertà di opinione e a quella di “di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.
Istituito anche il festeggiamento della data del 17 Marzo, in continuità con il festeggiamento dei 150 anni che sarà il “Giorno dell’unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”.
Che pastrocchio! Partiamo dal presupposto che l’inno di Mameli si chiama “Canto degli Italiani” e non “Fratelli d’Italia”. Ma questo è niente a confronto della totale confusione che i senatori della Repubblica stanno generando nelle teste degli italiani, preparandosi a deviare anche quelle dei bambini. L’inno nazionale non può essere accoppiato al 17 Marzo perchè quella è la data dell’auto-incoronazione di Vittorio Emanuele II di Savoia quale “Roi d’Italie” cioè re d’Italia in rigorosa lingua francese, non italiana, con la quale il sovrano piemontese estese la sua sovranità. “Victor Emmanuel II assume, pour lui et pour ses successeurs, le titre de Roi d’Italie”, così si legge nell’atto di incoronazione del parlamento di Torino. L’unità d’Italia, al 17 Marzo, non esisteva perchè mancavano il Veneto, la Venezia Giulia, il Friuli, il Trentino Alto Adige e Roma con i territori pontifici che, completando una certa unificazione, fu conquistata con la breccia di Porta Pia il 20 Settembre 1870. È quella semmai la data da celebrare per dare risalto all’unità territoriale se proprio non vogliamo tardare fino al 2 Giugno 1946, ricorrenza dell’istituzione della Repubblica. Mai il 17 Marzo 1861 che equivale alla celebrazione dell’auto-proclamazione della monarchia sabauda, antitetica rispetto alla Repubblica. Chissà se i senatori tutto questo lo sanno visto che l’ignoranza circa le vicende storiche della storia d’Italia è stata smascherata dalla trasmissione “Le Iene” nel giorno delle celebrazioni del “150esimo”, quando all’esterno di Montecitorio i politici, italiani, andarono nel panico per le domande di storia italiana (guarda il video). Bisognerebbe che imparassero loro la storia prima di decidere cosa mettere nella testa dei nostri figli a scuola.
Ma non è tutto. L’inno di Mameli è un canto risorgimentale che celebra i valori repubblicani, non quelli monarchici. E infatti non era l’inno nazionale del Regno d’Italia nato il 17 Marzo a Torino che invece, estendendo i possedimenti sabaudi, applicò la “Marcia Reale del Regno di Sardegna” al nuovo Regno d’Italia”. Tant’è che nel periodo bellico di transizione tra la monarchia e la repubblica fu istituita come inno nazionale “La canzone del Piave” scritta dal napoletano E. A. Mario. Il “Canto degli italiani” di Mameli e Novaro è divenuto inno nazionale italiano nel 1946, ben 85 anni dopo il 17 Marzo da celebrare.
Continua dunque la confusione forzata da parte delle istituzioni, sulla falsa riga delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità, non ancora compiuti di fatto (succederà solo nel 2020, ndr) condotte in maniera antirepubblicana dal Presidente della Repubblica che ha festeggiato il giorno della monarchia e non quello della Repubblica (2 Giugno) rendendo persino omaggio alla tomba del re Vittorio Emanuele II.
La retorica mischiata alla disinformazione finirà ora sui banchi di scuola affinchè anche i bambini sappiano a memoria un inno che nutre sentimenti bellici antistranieri, in contraddizione con la fratellanza della civiltà europea e senza valorizzare quella italiana, dal Sud di Federico II alla “Serenissima” di Venezia. Un inno per giunta settentrionalista che promuove a simbolo di unità nazionale la battaglia di Legnano. “Dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano” esalta infatti le gesta della “Lega Lombarda” che mise insieme il conflittuale Nord contro Federico Barbarossa, scacciando i germanici nel 1176. Ma La “Lega Lombarda” non è il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verificò intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le armate di mare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere, vittoriosamente, i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud.
Ultimo particolare da non tralasciare: da come si legge da un articolo del Corriere della Sera del 24 Dicembre 2002 firmato da Ottavio Rossani, pare che le parole dell’inno italiano non siano state scritte da Goffredo Mameli bensì da Atanasio Canata, un padre scolopio di cui proprio Mameli fu allievo. Padre Canata lo avrebbe inviato nel Novembre del 1847 a Michele Novaro per farlo musicare e quando l’allievo divenne un eroe risorgimentale avrebbe taciuto sulla paternità del testo per non offuscarne l’immagine. Ma prima di morire rivendicò indirettamente, ma con precisa volontà, la paternità di quel testo che gli sarebbe stato «sottratto». Nella poesia “Il vate” scrisse: “A destar quell’alme imbelli meditò robusto un canto; ma venali menestrelli si rapina dell’arpe un vanto: sulla sorte dei fratelli non profuse allor che pianto, e, aspettando, nel suo core si rinchiuse il pio Cantore”. E anche sulla pubblicazione “Gazzetta letterata” lanciò un’altra freccia: “E scrittore sei tu? Ciò non ti quadra… Una gazza sei tu garrula e ladra”.
Mameli “menestrello” ladro? In perfetto “Italian style”. Detto da un italiano.

Fischi spagnoli e croati dopo i napoletani, è protesta!

Fischi spagnoli e croati dopo i napoletani, è protesta!

il capofamiglia, i figli maleducati, la pecora nera e il condominio

Napoletani, spagnoli, croati. Questa è la consecutio dei fischi all’inno di Mameli che è ormai un caso internazionale, non più solo nazionale. Politici e uomini di spicco del nostro sport sono sull’orlo di una crisi di nervi. E allora Gianni Petrucci, presidente del CONI, ha mosso i primi passi ufficiali, chiedendo alla Federcalcio di pretendere sanzioni dall’UEFA. Così il direttore generale della FIGC Antonello Valentini ha inviato un esposto a Platini e soci che tira in ballo anche i fischi dei napoletani. “C’è forte rammarico da parte nostra – si legge – nel vedere che gruppi di tifosi spagnoli a Danzica e croati a Poznan hanno fischiato il nostro inno. Sono episodi deprecabili. Non dimentichiamo che lo stesso è successo anche in Italia, quando c’è stata la finale di Coppa Italia a Roma, ma ciò non ci esime dall’esprimere un forte rammarico e dispiacere, sentito dalle autorità italiane sportive e non sportive. Ogni valutazione ora è nelle mani della Uefa”.
In sostanza la FIGC, proprio l’entità governativa sportiva che non fa rispettare a tutti i livelli le regole contro il razzismo, e che per questo (e non solo) causa i fischi all’inno nazionale da parte napoletana, confeziona un comunicato in cui sostanzialmente dice “si, sappiamo che l’inno ce lo siamo fischiato anche tra di noi, ma…”, ammettendo quei fischi come colpa italiana e non come colpa istituzionale propria. Immaginiamo che un padre di famiglia, chiassosa e maleducata, abbia il compito di educare dei figli, tutti insolenti, e lo faccia senza applicare lo stesso zelo per tutti. Uno dei figli, dopo anni di denigrazione da parte dei fratelli, esplode e finisce per protestare vibratamente; lui se la prende con quel figlio ribelle per la rimostranza. Poi quello stesso padre viene contestato anche dai vicini di casa per la maleducazione e la chiassosità della sua famiglia e va a protestare dall’amministratore del condominio dicendo che sa bene che uno dei suoi figli ha alzato la voce, ma ciò non lo esime dall’esprimere un forte rammarico e dispiacere per le proteste degli altri. Quel capofamiglia fa bene a pretendere il rispetto ma solo dopo averlo dato, e soprattutto dopo aver riflettuto sui proprio errori. Petrucci, Abete, Valentini, Schifani ancora non si sono chiesti perchè i napoletani hanno fischiato e ora dovrebbero domandarsi perchè spagnoli e croati hanno osato.
Insomma, protesta lecita e giusta nel principio, ma un po’ meno dal punto di vista etico. Quantomeno incoerente da parte di chi (Petrucci) non ha mai chiesto alla Federcalcio di sanzionare i cori razzisti e non si è mai indignato per i fischi italiani agli inni stranieri, da quello francese a Milano nel 2007 a quello argentino a Roma nel 1990 quando era Segretario Generale della stessa Federcalcio. Un po’ più coerente riflettendo sul commento di Petrucci alla paventata scritta “30 sul campo” sulle maglie della Juventus: «le regole sono fatte per essere interpretate»… mica rispettate?!
Francamente stufa dover ascoltare le dichiarazioni che arrivano dalla delegazione azzurra agli Europei. Dopo il pareggio contro la Croazia, Gianluigi Buffon ha posto le mani avanti circa la possibilità del “biscotto” tra spagnoli e croati nel terzo e decisivo turno del girone. «Spagna e Croazia – ha detto il portiere azzurro – non finirà in pareggio perchè gli spagnoli hanno un pedigree che non permette l’etichetta di antisportività e farebbero ridere l’Europa». Per Buffon, gli spagnoli sarebbero una garanzia e forse non sa, o finge di non sapere, che i biscotti li fanno anche loro, chiedere al Villarreal che ha pagato con la retrocessione l’accordo in campo tra Granada e Rayo Vallecano. Ma ammesso che gli spagnoli siano integerrimi, i croati cosa sono per Buffon, truffatori? Se i vertici della Federcalcio croata gli chiedessero le scuse per la mancanza di rispetto nei loro confronti farebbero pure bene. Non possono farlo per via della procedura dell’UEFA nei loro confronti causa razzismo dei tifosi croati, anche loro. E con quale sfrontatezza un calciatore italiano si consente di parlare di correttezza invocandola per garantirsi l’allungamento della propria esperienza agonistica? Buffon, per chi ha memoria corta, è lo stesso portiere che, dopo aver ricacciato via la palla di Muntari ben oltre la linea di porta nel rovente Milan-Juventus di Febbraio, ha detto che pure se si fosse accorto che la palla era dentro non lo avrebbe ammesso. Più che onestà, trattasi di coerenza! Ed è anche lo stesso portiere della Juventus che, per difendere il suo allenatore coinvolto nello scandalo del calcioscommesse, ha detto che «chi conosce il calcio sa che in certi casi è meglio due feriti che un morto». Più che di onestà, trattasi di coerenza! Ora ci racconta che gli spagnoli, solo loro, hanno un pedigree che non gli permette di far ridere l’Europa con l’etichetta di antisportività. Se uno più uno fa due, per la proprietà transitiva delle frasi di Buffon, Conte non ha il pedigree dell’onestà.
Sarà mica per tutto queste vicende, o anche per queste vicende, che l’inno italiano è divenuto il più fischiato d’Europa? La nostra immagine nel continente calcistico è delle peggiori, questo è un dato di fatto, e la crisi di nervi non giova a chi vuol combattere questa deriva che è fastidiosa quanto si vuole ma sicuramente non gratuita.
Dunque, li facciano pure eroi sul campo i nostri calciatori ma restino tali solo li, senza investirli di ruoli che non hanno. All’interno del mondo sportivo, più d’uno reputa questo Buffon un esempio, lui che ha ammesso di essere un accanito scommettitore. E un esempio lo reputa anche Giorgio Napolitano che gli ha riconosciuto delle capacità orali degne di un politico. Questi sono i messaggi che un presidente della Repubblica dovrebbe evitare di dare. Nessuna caccia alle streghe, ci mancherebbe, ma non si perda il senso della realtà. Buffon non è né un grande uomo né un filibustiere, è un uomo normale che diventa imbattibile tra i pali e vulnerabile fuori dal campo, scivolando più volte su sé stesso.
Prima di Buffon era toccato a Cassano inciampare sulle vuote dichiarazioni di Cecchi Paone. Ed è purtroppo scivolato anche Prandelli, colto impietosamente dalle telecamere mentre bestemmiava dopo il goal di Pirlo. Nulla di gravissimo per loro ma è il caso che stiano attenti a quando aprono bocca perchè ultimamente non ne ingarrano una. Non sono loro il miglior esempio per l’Italia ed è meglio che in questo particolare momento si concentrino a vincere, l’unica cosa che ci si aspetta. Per tutto il resto hanno francamente stufato. Calciatori, dirigenti e politici.

Gennaro Iezzo: «A quest’Italia nessuno crede più!»

Gennaro Iezzo: «A quest’Italia nessuno crede più!»

dibattito sui fischi all’inno nazionale su Capri Event

Dalla trasmissione “Ultimo Minuto” su Capri Event, uno stralcio del dibattito nel corso del quale si è affrontato anche il tema dei fischi all’inno nazionale. L’ex portiere di Napoli e Cagliari Gennaro Iezzo ha espresso il suo pensiero ostentando consapevolezza e curiosità riguardo temi storici e contemporanei approfonditi tramite letture meridionaliste.
Il suo ex compagno De Sanctis ha invece detto di capire il malessere ma che avrebbe protestato in maniera diversa e più elegante. “Parate” di due portieri; uno tesserato e selezionato in Nazionale, l’altro ormai senza condizionamenti di sorta. 

Intervista per dubito.it

Intervista per dubito.it

tratto da dubito.it – L’ultima puntata di “Ultimo Minuto”, trasmissione sportiva in onda su TeleCapriSport e Capri Event, è stata un successo. Illustri ospiti, puntata veloce e ficcante innumerevoli argomenti trattati, il tutto è stato possibile grazie alla competenza ed alla professionalità della padrona di casa, Virginia Casillo, che ha saputo miscelare con maestria le componenti variegate che pullulavano nello studio di Ercolano. Ospite in trasmissione anche Angelo Forgione, creatore ed ideatore del movimento V.A.N.T.O., il quale alla fine della puntata ci ha regalato un’intervista “On The Road” in esclusiva per la nostra testata. Il meridionalista ha ripercorso i temi di stretta attualità: dai fischi all’inno, alla vittoria di Coppa Italia del Napoli, dal mercato azzurro, alla napoletanità.
L’intervista è stata realizzata dal nostro caporedattore Giuseppe Libertino.

videoclip / LA STELLA DEL SUD

videoclip / LA STELLA DEL SUD

il racconto della finale di Coppa Italia

Boom di richieste per l’attesissimo videoracconto della vittoria del Napoli ai danni della Juventus nella finale della Coppa Italia. Che non poteva mancare, nonostante gli importanti argomenti da approfondire che la stessa finale ho fornito fuori dal rettangolo di gioco. Il trofeo alzato al cielo di Roma, otto anni dopo il fallimento, è la certificazione della bontà del progetto di De Laurentiis. E la festa che ne è venuta segue quella per la promozione in Serie A, due gioie per le nuove generazioni di tifosi che non hanno vissuto i trionfi degli anni ’80. Una vittoria che ha sottratto alla Juventus la stella d’argento e l’imbattibilità stagionale… e ha regalato al popolo azzurro la migliore rivincita dopo la derisione di Torino. Cantanapoli chi canta ultimo!