Luigi Necco, un napoletano perbene

Angelo Forgione Non mi piace la retorica dei lutti. Di Luigi Necco è superfluo dire che è stato, per i napoletani, il volto più atteso delle domeniche pomeriggio fatte di un calcio romantico. Non era un giornalista sportivo ma un uomo di cultura e amore per la verità prestato allo sport, ma lui non vi si abbandonò. Lo gambizzarono a colpi di pistola una domenica di novembre del 1981, all’uscita di un ristorante di Mercogliano prima di recarsi allo stadio di Avellino, perché aveva raccontato qualcosa di scomodo. Nel novembre del 1980, qualche giorno prima del tragico sisma irpino, il proprietario dell’Avellino, Antonio Sibilia, un ricco costruttore edile di Mercogliano, era passato a prendere il calciatore brasiliano Juary e lo aveva portato con sé al tribunale di Napoli, dove era in corso il processo al boss della camorra Raffaele Cutolo. Sibilia si era avvicinato alla cella con la giustificazione che il boss fosse un supertifoso dell’Avellino, lo aveva salutato con tre baci sulle guance prima di presentargli l’ignaro calciatore, cui era stato dato l’incarico di consegnargli una medaglia d’oro con incisa una dedica: “Con stima dalla società e dai suoi giocatori”. Necco aveva raccontato tutto e ne subì ritorsione. Nonostante la disavventura continuò a raccontare il calcio giocato col suo sorriso.
Amava l’archeologia e amava Napoli, ma questo lo sanno un po’ tutti. Quello che non si sa è che venne a presentare il mio libro sulla storia del calcio italiano qualche ora dopo un delicato intervento all’occhio cui si era sottoposto. Non si negò, nonostante fosse visibilmente frastornato e debilitato. Quel libro lo riteneva vero, come era lui, perché ricostruiva la verità del calcio, compreso il suo episodio, di cui non volle parlare ai presenti. Disse: «hai scritto tutto tu, qui parliamo di cose più allegre».
Era un Cittadino che si muoveva senza paura tra malavita, inciviltà e calcio, sempre, o quasi, col sorriso in volto e disponibile con tutti. 
Il 90° è scaduto anche per lui.
Grazie di tutto Gigi… a voi studio.

Auguri SSC Napoli, ma nascondi l’età

Angelo Forgione 1 agosto 2016, giorno di festeggiamenti per i 90 anni del Napoli che si misura contro il Nord del Calcio. È questa la reale definizione della ricorrenza, perché in realtà il Napoli, in questo agosto, festeggia di fatto 94 anni di vita, quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata. Faccio chiarezza, ancora una volta, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A., il quale mi rispose alla sua maniera: «Il Napoli è nato nel 2004».
magna_adl_dlv_cutInganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana. Il Napoli, questo Napoli, era già nato nell’agosto del 1922, quando si realizzò la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli e si costituì l’Internaples Foot-Ball Club, che elesse come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelse il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud. internaplesDal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.
Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples convinse Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), ingaggiò l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili fu promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine arrivò a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
Lì irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’. Bisognava però pur tener conto dell’abissale divario generato tra le squadre settentrionali e le altre, e la fusione fu attuata in modo graduale, privilegiando inizialmente e politicamente i sodalizi delle grandi città, Roma, Napoli e poi Firenze, fin lì impossibilitate a misurarsi con quelle di Milano, Torino e Genova. La Divisione Nazionale si sarebbe articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne sarebbe venuta fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città.intenaples_napoliL’assemblea dei soci formalizzò semplicemente un cambio di nome di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione emanò ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, con cui nacque finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’A.C. Napoli ottenne l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale. articolo_corriere_viareggioL’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport pubblicò un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.
stemma_sscnapoli_1926Il Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
Tra sali e scendi dalla A alla B, il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio che venne decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo, dall’attuale proprietà, che lo denominò provvisoriamente Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di un’unica società nata nel 1922 e rinominata quattro volte nel corso degli anni (1926, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le sottraiamo sì quattro anni di discriminazione settentrionale ma anche il primo periodo di vita.

 contributo video concesso da Giammarino Editore

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Higuain sposa il potere, nessun pianga! Arrivederci e ringraziamenti reciproci.

Angelo Forgione Finisce la storia tra Higuain e il Napoli. Poco male. Giusto il tempo del pianto dei tifosi e metabolizzare il lutto, ma poi sarà bene guardare avanti. Stiamo parlando di un calciatore di levatura internazionale, e in quanto tale è macchina da soldi gestita da un procuratore. Non è mica un console che deve lasciare in maniera coatta un posto di cui si è innamorato per scadenza del mandato. L’amore, in questo Calcio, è un sentimento che appartiene solo agli appassionati, che non partecipano al giro d’affari dello show-business ma sono proprio quelli che lo alimentano con la loro passione planetaria, ovvero il vero motivo per cui sponsor e imprenditori ci mettono quei soldoni che fanno la felicità dei calciatori. E a loro, ai tifosi, del Napoli in questo caso, vulnerabili nei sentimenti, è stata sottratta la chiarezza. Sarebbe il caso di restituirla e spiegare la verità degli eventi delle ultime settimane. De Laurentiis, Higuain e pure Marotta, lo dicano che erano d’accordo da qualche giorno, e che hanno messo in piedi il giuoco delle parti quando Gonzalo ha accettato il trasferimento a Torino. Non c’è nulla di male, perché a 90 milioni di euro un calciatore si saluta volentieri, soprattutto se ha 28 anni e 7 mesi. È un affarone irrinunciabile, e bisogna dirlo ad alta voce, altrimenti va a finire che i tifosi, che vivono d’amore, continuano a credere che nel presunto sport vi sia spazio per sentimenti profondi e romantiche rinunce. I soggetti interessati lo dicano alla gente che il calciatore aveva da tempo un accordo con la Juventus e che il Napoli ne era al corrente e ha dovuto subirlo. Certo, fino a qualche settimana fa ci voleva la zingara per scrutarlo nella sfera di cristallo. Poi, a fine giugno, con ancora negli occhi la rovesciata del record del Pipita, tuona il fulmine a ciel sereno di Nicolas Higuain a squarciale il ciel sereno, azzurro, informandoci che il fratello non vede un futuro napoletano. Il lavoro sporco lo deve fare il procuratore di famiglia; anche per lui c’è un’appetitosa fetta di torta da tagliare e divorare. Col senno di poi, sembra un copione scritto. De Laurentiis, che può provare ad allungare il contratto nell’estate 2015, dopo una stagione  infelice dell’attaccante argentino, si fa forte dell’esorbitante clausola rescissoria, che se la fissi è perché sai che a quel prezzo, semmai qualcuno arriverà a pagartelo, ti converrà perderlo. Bisogna però rimettere a lucido il calciatore per esporlo in vetrina, ma solo la zingara, che con il patron deve avere un certo feeling, sa che Sarri, il nuovo che avanza, farà il miracolo. Rivalutata l’intera rosa, Higuain come Koulibaly, e per la punta iniziano a fioccare i goal. Alla fine sono 36 in campionato, in 35 partite, record storico in Italia, roba da pazzi. A Napoli, a quel punto, c’è un tesoro che è quarto per valore solo a quello di San Gennaro, alla Collezione Farnese e ai dipinti di Caravaggio. Ma quelli sono inalienabili. Non lo è Higuain, che mentre dice ai tifosi di stare tranquilli manda il fratello a domandare offerte in giro. Spunta la Juventus, che nella sua vetrina ha Pogba ed è disponibile a convertire il suo oro nero in pepite argentine. E qui inizia la sceneggiata. Le voci si susseguono, e Gonzalo tace. Il silenzio è parola d’ordine fino al compimento delle vicende. Strategia diversa per l’argentino, che al momento di lasciare Madrid aveva detto a chiare lettere di volerlo fare. Ma lì non era idolo, e non tramava con i rivali del Barcellona. Qui c’è una città ai suoi piedi e la rivale storica acquattata dietro l’angolo, e c’è da camminare sulle uova. Non tace De Laurentiis, che licenzia definitivamente la zingara e sbandiera ai quattro venti, dallo scranno della Lega Calcio, che la Juve non è disposta a pagare la clausola rescissoria, e che non lo farà comunque perché è società di galantuomini, così sottintendendo che l’argentino e i bianconeri hanno già un’intesa preliminare. Vero è che tra Aurelio e Andreino corre buon sangue, e allora il bianconero Marotta sorride e sta al gioco: «Col Napoli non si tratta. Storia chiusa, per ora». Già, per ora. Stupido a quel punto chi non capisce. Il patron azzurro si sposta a Dimaro e da lì lancia un messaggio che apparentemente sembra indirizzato al Pipita lontano ma che è invece un nuovo indizio per il plotone disarmato della stampa e per i tifosi che pendono dalle sue labbra: «Higuain, vuoi tu davvero sposare la Juve e tradire la curva sotto la quale andavi a cantare e saltare?». Gatta ci cova. I tifosi. poverini, si illudono, e credono che il presidente stia sventando il grande sgarbo. In realtà c’è poco da sventare, perché tutto serve a pubblicare che Higuain e la Juve sono d’accordo, e che tocca solo ai torinesi decidere se pagare o no. Il copione è studiato nei minimi particolari e, trascorso qualche giorno, qualcuno diffonde la foto di un certificato sanitario spagnolo. Higuain ha già fatto le visite mediche a Madrid alla presenza di Marotta, l’uomo del “per ora”. Per ora Higuain è abile e arruolabile in bianconero e la proprietà juventina deve solo pagare. Può rinunciare, ma il sì del calciatore è cosa nota. Higuain ha tradito, in ogni caso. Lo spiffero serve a rendere sempre più concreta la prospettiva che può traumatizzare i tifosi, a sdoganare una verità perché la gente inizi a prenderne atto, nel silenzio delle due società interessate. Ormai il dado è tratto.
Giusto prendersi il bottino della clausola rescissoria, una cifra fuori mercato per un calciatore alla soglia dei ventinove, e puntare su un attaccante da valorizzare, magari più giovane, e incastonarlo in quello che è il vero segreto del Napoli di oggi, ovvero il suo sistema di gioco, che produce palle-goal in quantità industriale per l’uomo d’area di rigore. Sarà pure il tempo di ben reinvestire i soldi, tanti, che il Napoli incasserà, perché il patron De Laurentiis è sempre più nell’occhio del ciclone e non bastano gli alti standard raggiunti per farsi apprezzare da una piazza esigente, spaccata tra pro e contro l’uomo della rinascita, complessivamente refrattaria a comprendere i limiti oggettivi di una società che ottiene comunque risultati in una depressione territoriale che allontana gli imprenditori delle nuove frontiere dell’oro.
Il vero dolore, in tutta questa vicenda, è tutto per i tifosi, che vedono Higuain passare alla concorrenza. Passerà, perché Higuain, diciamolo, non è un leader, non lo è mai stato e mai lo sarà; e mai è stato bandiera e portavoce di proclami di battaglia. Higuain è cuore River Plate, la squadra dell’aristocrazia di Buenos Aires, la Juventus d’Argentina, contrapposta al proletariato del Boca di Maradona, colui che detestò Barcellona e giurò eterna avversione al potere calcistico-industriale del settentrione d’Italia. Higuain, a Napoli, ci è finito per sbaglio e per fortuna, e ora ripara. Sarebbe andato volentieri a Torino già tre anni fa, quando il Napoli fece un’offerta migliore al Real Madrid e se lo portò a casa. Credeva di poter vincere il bomber, ma non aveva fatto i conti coi poteri forti d’Italia. Non li conosceva. Li ha verificati, toccati con mano, e ha capito che a Napoli è difficilissimo trionfare. Solo uno ci è riuscito, ma quella è tutt’altra storia. Presto Gonzalo dirà, c’è da scommeterci, di essere felice di approdare nella squadra che gli dà la possibilità di farlo. Ed è proprio qui il nocciolo della questione: ovvio che Gonzalo lasci Napoli per un bel po’ di soldi in più, e in tal senso una maglia vale più dell’altra se ti fa gonfia il conto in banca e non il petto, ma va a Torino perché si sente un perdente di successo e la Juventus gli dà la chance per dimostrare di non esserlo. Se lui a Napoli ci è finito per sbaglio e per fortuna, Diego ci è finito per destino, e ci è rimasto per amore, rinunciando a un mucchio di soldi e al suo desiderio più grande: una villa con giardino e piscina dove invitare amici e parenti, che Ferlaino gli promise nel 1984 e non gli concesse mai. Berlusconi lo colpì nel punto debole, la privacy dorata, ma in fondo el pibe poteva farne a meno, poteva restarsene nel suo appartamento posillipino di via Scipione Capece e andarsene in giro di notte pur di non dare un dolore alla sua gente. Gli restava il panorama del Golfo e la voglia di vincere per sovvertire le gerarchie, non poco per un rivoluzionario con la propensione al ribaltamento degli ordini precostituiti. Non gli occorreva cambiare squadra perché sapeva che era lui a far vincere una società, non il potere di una società a dargli la chance per farlo. Riuscì nell’impresa di ribaltare gli squilibri, e il Napoli pagò in seguito lo storico sforzo.
Higuain che passa dall’azzurro al bianconero è
una storia tipica di un calcio imperniato su interessi economici talmente grandi perché i protagonisti dello show si possano preoccupare dell’identità e della moralità. Higuain avrebbe potuto rifiutare di avvalersi della clausola e annullare così la volontà juventina, se fosse stata solo tale. De Laurentiis avrebbe potuto accontentarsi di una cifra minore dall’Atletico Madrid o dall’Arsenal pur di non lasciarlo ai rivali juventini, i quali, a loro volta, non ci hanno pensato su più di tanto a portare in bianconero il capocannoniere della Serie A. Tutti d’accordo, sulla pelle dei tifosi che oggi brucia per le ferita, vittime del Calcio degli avidi legionari, delle volgari clausole e dei disonorevoli scandali, da cancellare azzerando la concorrenza e la competizione. Quella della Juventus, a dieci anni da Calciopoli, è una dispotica manifestazione di potere che nasconde una volgare sete di rivalsa sul Calcio italiano. Tornata a dominare e piegate le rilavi storiche, c’è da strappare alle più immediate concorrenti italiane del momento i pezzi pregiati (Higuain e Pjanic) e provare a lasciar loro solo la lotta per le briciole. È il progetto di Andrea Agnelli che sta diventando realtà: una Juve incontrastabile che infili sei scudetti consecutivi almeno, per essere il presidente dell’unica società italiana ad esservi riuscita e sottomettere non solo la storia dell’Inter e del Milan ma anche quella di nonno Edoardo, zio Gianni e papà Umberto. E provare a mettere sulla torta la ciliegiona della Champions League. Sarebbe uno spot internazionale per Fiat-FCA, in difficoltà nella gestione sportiva della Ferrari affidata, con pochi risultati, nientepopodimeno che a Marchionne. C’è in ballo il prestigio familiare nel precario equilibrio tra gli Agnelli, che gestiscono la Juve, e gli Elkann, che gestiscono la Ferrari, rami ereditari della monarchia di Villar Perosa. Higuain ha dato il suo assenso a partecipare a tal progetto, ma la scelta non addolori nessuno. In fin dei conti, restando in Italia ha deciso di venire a giocare al San Paolo da avversario. Sarà un bel giorno. Per il Napoli, sia chiaro, è un grande affare, e gli affari fanno la fortuna dei club moderni. A patto che li si faccia fruttare a dovere, e il club partenopeo sa farlo. Chi invece ancora crede al Calcio dei sentimenti inizi a ripensare al suo modo di viverlo, e non si strappi i capelli ma lasci che sia. E lasci perdere gli idoli a pagamento, li ignori pure in strada, esattamente come loro ignorano la gente. Passano e vanno, mentre il Napoli è sempre lì, da 94 anni, di cui i 90 che erroneamente si appresta a festeggiare sono quelli in cui si è potuto battere contro i poteri forti. Se una buona volta capissimo perché la data del 1926 è un falso storico capiremmo come gira il mondo del Calcio italiano, oggi come allora.

Dov’è la vittoria, a “San Paolo Show” anteprima con dibattito

Dov’è la vittoria, in uscita il 13 maggio in libreria, presentato in anteprima a San Paolo Show, la trasmissione di Tv Luna condotta da Paola Mercurio. Coinvolti nel dibattito che ne è nato anche Beppe Bruscolotti, Patrizio Oliva, Rino Cesarano, Massimo D’Alessandro e Angelo Pompameo.

DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

Copertina DOV'È LA VITTORIA 2

copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

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► Intervista su iogiocopulito.it de Il Fatto Quotidiano

Roma-Napoli, la verità sul gemellaggio interrotto

Non fu il gesto di Bagni il pomo della discordia ma l’appartenenza di Giordano

Angelo Forgione I rapporti storici tra le città di Roma e Napoli sono sempre stati stretti e, spesso, amichevoli. Basti ricordare che le Due Sicilie e lo Stato Pontificio erano uniti da un forte cattolicesimo e che Papa Pio IX in esilio fu ospitato per un anno e mezzo da Ferdinando II tra Gaeta e Portici.
Anche nel calcio, Roma-Napoli conserva significati particolari. È il “derby del Sole”, è il Centro-Sud che si oppone al potere del Nord-ovest, è il confronto dei due vessilli dell’identità territoriale più radicata, di due popoli vicini, che però oggi, invece di compattarsi, sono in conflitto. La storiaccia perdura da più di venticinque anni, ma prima non era così. Per più di un decennio, le due tifoserie si erano strette in un bellissimo gemellaggio, il più bello di sempre, e anche la nomenclatura storica dei gruppi delle curve lo sottolineavano. Il Commando Ultrà Curva Sud della Roma andava a braccetto col Commando Ultrà Curva B del Napoli, si scambiavano bandiere al centro del campo, sfilavano sulle piste d’atletica degli stadi delle due capitali, si sostenevano vicendevolmente durante gli incontri. I romanisti gridavano “Napoli… Napoli…” e i partenopei rispondevano “Roma… Roma…”, adottavano cori comuni e si ospitavano a vicenda nelle rispettive curve. Fiumi di romani scendevano festanti a Napoli e la marea napoletana saliva a Roma ostentando serenamente i propri colori. Roma-Napoli era una festa!
Poi tutto si è rotto, improvvisamente. La responsabilità addossata, ma per errore, sulle spalle di Salvatore Bagni, autore di un gestaccio alla fine dell’incontro dell’Olimpico nella stagione 1987-88. Carico di adrenalina il guerriero azzurro dopo che Pruzzo aveva portato in vantaggio i giallorossi. L’arbitro aveva espulso i napoletani Careca e Renica, e il Napoli aveva pareggiato in nove uomini con un’inzuccata di Giovanni Francini su corner di Maradona. “Tore” si recò sotto la curva Sud e fece l’ombrello. Apriti cielo!
Ma perchè fece quel gesto? La tradizione orale, in ogni storia, rende spesso verità qualcosa che non lo è. Quel gestaccio ci fu, certo. Bagni continua a scusarsene e anche a credere di avere colpe esclusive e decisive, ma il particolare trascurato è che il gemellaggio era già rotto quando fu commesso.
Il popolo azzurro aveva lo scudetto cucito al petto ma veniva da anni bui in cui aveva ingoiato bocconi amari ed era stato ben contento di sostenere la squadra di Roma nella corsa al titolo contro la Juventus nei primi anni Ottanta. Con l’arrivo di Maradona in maglia azzurra gli equilibri erano mutati e, per puntare allo scudetto, il Napoli aveva ingaggiato nell’estate del 1985 anche Bruno Giordano. Il bomber proveniva dalla Lazio, di cui era stato per anni la bandiera. L’odio per l’ex laziale fu più forte dell’amicizia coi napoletani.
Era il 26 ottobre 1986 (guarda il video): il Napoli, quello avrebbe vinto il primo storico tricolore, salì a Roma col solito seguito infinito di sostenitori. Previsto il rituale gemellaggio con scambio di vessilli e giro di campo, ma dalla Curva Sud si alzarono cori contro Giordano, già beniamino dei partenopei. Dalla Nord, che accoglieva i tifosi ospiti, partì una timida risposta indirizzata alla bandiera romanista Bruno Conti. Nulla di particolarmente grave ma una prima crepa nei rapporti tra le due frange. La partita scivolò via serenamente, dentro e fuori dal campo, nonostante l’intera posta portata a casa dal Napoli con un goal del “pibe de oro”, imbeccato proprio da lui, Bruno Giordano.
Il 25 ottobre 1987 (guarda il video), 364 giorni dopo l’apertura della crepa, il Napoli tornò all’Olimpico fregiato di tricolore. La Roma non era più la forte squadra scudettata di Liedholm. Valori capovolti, con il contributo di un purosangue laziale. L’armonia tra le tifoserie era ormai compromessa ma si provò comunque a celebrare l’amicizia ormai finita. Prima della partita i due portacolori si incontrano nel cerchio di centrocampo. Da lì, iniziarono a correre verso la Curva Nord, occupata dai napoletani, tutti insieme a urlare forte “Roma… Roma…”. Poi verso la Sud romanista, per il rituale dello scambio delle bandiere. Il tifoso napoletano non sentì il coro “Napoli… Napoli…”, eppure porse ugualmente lo stendardo al romanista, il quale lo mandò platealmente al diavolo con un gesto inequivocabile, il via a inaspettati e sonori fischi della marea giallorossa e al lancio di oggetti verso il malcapitato, vittima di un tranello. Il tifoso azzurro battè in ritirata riportando indietro la sua bandiera, mentre i napoletani, ignari di cosa fosse realmente accaduto dall’altra parte dello stadio, continuavano a inneggiare alla Roma. Non compresero lo sgarbo finché non fu comunicato dallo sfortunato portacolori.
In partita, al goal di Pruzzo partirono gli insulti napoletani verso gli ex amici. La tensione salì, le espulsioni di Careca e Renica l’acuirono e l’insperato pareggio di Francini fece esplodere la tifoseria napoletana, con tutto il più volgare sdegno di Salvatore Bagni sotto la Curva Sud. Maradona e gli altri andarono invece verso la Nord a donare le sudatissime maglie. Da quel giorno i romanisti si allinearono ai cori razzisti delle tifoserie nordiche; anche per loro, all’improvviso, i napoletani puzzavano e meritavo una vesuviana lavata ardente. Il Napoli, non più cenerentola del campionato ma squadrone in lotta contro Juventus, Milan e Inter, pulsava anche col cuore laziale di Bruno Giordano, amato dai tifosi partenopei. Fu di fatto lui il vero pomo della discordia. E poi con quello di Maradona, che due anni e mezzo dopo, nel giorno della finale del Mondiale ’90, fu fischiato sonoramente in quello stesso stadio, durante l’esecuzione dell’inno argentino, dopo essersi fatto capopolo napoletano e carnefice della Nazionale italiana.
Più recentemente, un romanista DOC qual è l’attore Massimo Bonetti raccontò quel giorno in un intervista concessa al sito calcionapoli24:

“Io ricordo bene l’episodio che pose fine al bellissimo gemellaggio tra le due tifoserie, ero allo stadio. Andò così: partì il tifoso romanista dalla Curva Sud con la bandiera e si diresse verso la Nord strapiena di tifosi biancoazzurri napoletani. Quando arrivò lì ci furono applausi e cori per la Roma da parte loro, una cosa bellissima. Partito dalla Curva Nord quello napoletano, invece, una volta attraversato il campo e giunto alla Sud, prese fischi e bottigliette. Da romanista vero, doc, oggi chiedo scusa agli amici partenopei. Poi si è scritto del gesto dell’ombrello di Bagni ecc. ecc., ma quello è un episodio successivo e sicuramente, seppur deprecabile, fu la reazione adrenalinica dopo un gol che valeva un pareggio riacciuffato in netta inferiorità numerica, non certo la causa della fine di quell’amicizia. Spero che in futuro si possa ripristinare quel bel clima”.

Ricomporre la frattura, oggi, appare quanto mai difficile. Ma che tifosi di Roma e Napoli siano in conflitto invece di compattarsi contro il vero avversario è massima testimonianza di ottusità di un mondo del calcio, perfetta espressione delle pulsazioni del Paese.

Il “San Paolo” che si sbriciola

processo di carbonatazione in corso da anni, lo stadio muore lentamente

Angelo Forgione – L’UEFA ha inviato procedimento monitorio alla SSC Napoli intimandogli di eseguire alcuni lavori urgenti ed indifferibili allo stadio “San Paolo”. La prossima partita casalinga di Europa League contro gli ucraini del Dnipro, in programma l’8 Novembre, potrebbe non giocarsi a Fuorigrotta.
Il problema è vecchio, non è certo un fulmine a ciel sereno. Il fatto è che il “San Paolo”, già rovinato dalla cascata di ferro nella speculazione di Italia ’90, senza manutenzione straordinaria sta anche crollando lentamente. La struttura è interamente interessata dal fenomeno della “carbonatazione”, ossia la reazione tra l’idrossido presente nel calcestruzzo e l’anidride carbonica che produce carbonato di calcio. La conseguenza è che gli intonaci si distaccano (rischiando di cadere sugli spettatori sottostanti) e i ferri di armatura finiscono per restare scoperti e soggetti agli agenti atmosferici che li corrodono.
Basta buttare l’occhio sia all’interno che all’esterno per vedere in che condizioni sia lo stadio napoletano. E non c’è bisogno di essere sul posto perchè troppo spesso le inquadrature televisive umiliano l’immagine della città.