Torna a scorrere il Sebeto?

Spuntano rigagnoli nella zona est di Napoli. Qualcuno ipotizza si tratti del mitico Sebeto, il fiume che costeggiava da un versante l’antica Neapolis, e di cui si sono perdute le coordinate secoli fa.
Dalle pagine de Il Mattino invito alla cautela in attesa di uno studio scientifico per appurare se si tratti davvero di quel fiume di cui ci hanno lasciato traccia gli scrittori e gli umanisti dell’evo antico.
Il primo riferimento scritto al Sebeto risale addirittura al V secolo a.C., cioè alla Neapolis greca, su di una moneta dedicata a una divinità fluviale, sulla quale era incisa la scritta “Sepeithos”. Lì, in quella antica Napoli, vivevano anche gli Alessandrini d’Egitto, che veneravano il loro Nilo, come testimonia la scultura oggi in bella mostra a cielo aperto, in qualche modo ricalcata secoli dopo nella fontana del Sebeto.

Il Napoli ha perso, i napoletani hanno stravinto

tifosi_madridDa Martinafranca a Madrid, la tredicennale parabola ascendente del Napoli, rinato dal nulla, ha condotto la marea azzurra nella città del miglior club del XX secolo. La miglior tifoseria azzurra da esportazione, quella colorita, sobria e corretta, è giunta da ogni parte del mondo e ha dato gran prova di civiltà, così come quella madridista. La chiassosa marea azzurra non ha creato alcun problema nella capitale spagnola, e ha vissuto l’evento come una grande festa del calcio. E se è vero che tale dovrebbe essere la normalità è anche vero la normalità è rara nella mediocrità contemporanea.
I tifosi olandesi del Feyenoord di Rotterdam, qualche tempo fa, scesero a Roma a devastare persino i monumenti.
La Puerta del Sol è parsa piazza del Plebiscito, non solo per il comune monumento equestre a Carlo III, che sarà stato felicissimo di avere ai suoi piedi i due popoli da lui più amati. Lì, per un giorno, si è parlato castigliano e napoletano, in gran serenità. Il Santiago Bernabeu è sembrato il San Paolo quando i napoletani hanno urlato, alla loro maniera, sull’inno della Champions League. Non si cruccino troppo i reduci dalla grande giornata per la sconfitta contro i mostri sacri del football. Siano invece fieri di aver vinto la partita più importante, quella della civiltà.
Si auspica replica al 7 marzo, e sempre.

Portosalvo, la guglia della storia avversata torna a splendere

portosalvo_restauratoAngelo Forgione Immacolata, San Gennaro, San Domenico, Materdei e Portosalvo. Sono i cinque obelischi di Napoli. Uno di questi è uscito dall’abbandono in cui era caduto da decenni. È quello antistante la chiesa cinquecentesca di Santa Maria di Portosalvo e la Fontana della “Maruzza”, all’altezza dell’Immacolatella, alla biforcazione di Via Marina e Via De Gasperi.
È un simbolo di una vicenda saliente della storia di Napoli, realizzato dopo la riconquista del Regno da parte del Cardinale Fabrizio Ruffo che, alla testa dell’esercito della Santa Fede, scacciò i giacobini e restituì ai Borbone quanto sottratto dalle truppe francesi al comando del generale Championnet. A dieci anni dalla Rivoluzione Francese, la Repubblica Napoletana ebbe vita breve e la guglia fu innalzata in ricordo dell’esito favorevole ai reali napoletani in una vicenda epocale destinata a far discutere nei secoli.
L’obelisco celebrativo fu realizzato in piperno, con terminale piramidale sormontato da una croce, e vi furono apposti sui quattro lati dei medaglioni di marmo raffiguranti la Madonna di Portosalvo, Sant’Antonio, San Francesco di Paola – a cui i Borbone erano devoti – e San Gennaro, con cui ci si volle in qualche modo riconciliare. Che aveva combinato?
I militari francesi, appena entrati in città, avevano instaurarono un deciso anticlericalismo e politicizzato il venerato Santo per placare il dissenso dei partenopei, che li consideravano l’esercito dell’anticristo. Championnet, ben informato da Eleonora Fonseca Pimentel sui costumi locali e favorito da alcuni massoni della Deputazione del Santo, aveva imposto con la forza all’Arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di annunciare lo scioglimento del sangue per salutare l’arrivo dei suoi e legittimarne l’occupazione.

[…] Pure san Gennaro si è fatto giacobino! Ecco il commento del popolo. Ma può il popolo napoletano non essere quello che è san Gennaro? Dunque… Viva la Repubblica!

Questo scrisse Eleonora Pimentel Fonseca sul suo Monitore Napolitano, ma il popolo di Napoli non gradì né i francesi né i giacobini napoletani, e tantomeno l’atteggiamento del Santo. Il cardinale Ruffo aveva destituito San Gennaro, sostituendolo con Sant’Antonio da Padova, la cui festività era coincisa con l’ingresso a Napoli alla guida dell’esercito dei sanfedisti, ingrossato dal popolo di Napoli urlante a gran voce “Viva ‘o Rre!”. Nonostante l’amnistia concessa dal Cardinale, iniziarono a saltare diverse teste in piazza Mercato per la sete di vendetta dell’ammiraglio inglese Nelson, fiero oppositore dei francesi, e della Regina Maria Carolina, ancora traumatizzata dalla decapitazione della sorella Maria Antonietta a Parigi e dal massacro di decine di migliaia di popolani del Regno.
I realisti, San Gennaro non ce lo volevano sul monumento, e nemmeno il popolo, che aveva cominciato a chiedere grazie a Sant’Antonio. Ma Ferdinando IV pronunciò parole di pacificazione in vista della ricorrenza del 19 settembre e fece in modo che la città non ripudiasse il suo Santo, cui era dedicato tra le altre cose il più importante Ordine morale del Regno, riservato ai capi delle grandi famiglie e ai fedeli alla dinastia. San Gennaro ebbe un suo spazio sull’obelisco, ma per riottenere il patronato della città dovette attendere la fine definitiva del giacobinismo e dei Napoleonidi, nel 1815.
Qualche anno dopo, l’obelisco divenne il simbolo di una memoria dannata, quella della monarchia napoletana cacciata da Garibaldi e dai Savoia, e ha del prodigioso il fatto che sia scampato alla furia iconoclasta dei liberali, probabilmente perché simbolo religioso. L’abbandono e la razzia dei bassorilievi condussero la guglia di Portosalvo a un sostanziale oblio e a un grave degrado.

Nel 1998, il Consiglio Comunale di Napoli discusse l’opportunità di un’integrazione culturale che accogliesse una più ampia valutazione storica nel corso delle celebrazioni del bicentenario del 1799. In sostanza, la città decise la rivalutazione di ogni periodo storico, a prescindere che si trattasse di vinti o vincitori. Fu proposto che la degradata guglia borbonica e l’area circostante fossero restaurate. La discussione trovò il consenso dell’allora sindaco Bassolino e fu approvata all’unanimità. 
A quella decisione seguì l’avvio dei lavori di restauro nel 2004, poi interrotti senza che l’obelisco uscisse della rovina. La guglia, con gravi problemi di staticità, restò ingabbiata da una struttura metallica, circondata da rifiuti, avanzi di cibo e bottiglie rilasciati dagli extracomunitari che bivaccavano ed esercitavano l’attività di lavavetri in zona.
Nel frattempo, in epoca di celebrazioni dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia, i monumenti e le statue dedicati agli eroi del Risorgimento ritrovavano splendore e visibilità. Poi l’avvento del finanziamento privato del progetto Monumentando a dare finalmente dignità e visibilità all’obelisco borbonico.

Storia della fontana della Tazza di Porfido di Napoli

Angelo Forgione – Quando Ferdinando di Borbone, nel 1778, fece approntare la Villa Reale di Napoli, chiese all’architetto neoclassico Carlo Vanvitelli di realizzare “una passeggiata da Re”. Il figlio del più celebre e defunto Luigi realizzò un luogo raffinato e improntato ai principi di simmetria e prospettiva tipica dei giardini francesi, prevedendo fontane ed opere d’arte classiche. Tra queste, al centro del viale, una grande fontana circolare raffigurante Partenope e il Sebeto, con amorini versanti acqua. La realizzò nel 1781 il celebre Giuseppe Sanmartino, autore del Cristo Velato, inizialmente in stucco, con l’impegno di tradurlo in marmo. Rimase così, primitiva, per sette anni, e non fu mai definita perché nel 1788 fu sostituita dal Toro Farnese, uno dei pezzi della parte romana della Collezione Farnese, sottratta ai vincoli romani dal Re, legittimo erede della serie di opere d’arte della famiglia paterna. Il Toro fu circondato da una gran vasca di fontana, simile a quella che l’attorniava nelle Terme di Caracalla, ornata da raffigurazioni simboliche delle stagioni, per essere poggiato su un finto scoglio in pietra lavica affiorante dalle acque (vedi dipinto di Saverio Della Gatta – Museo di San Martino). Quando, nel 1826, la preziosa scultura fu definitivamente sistemata nel Real Museo Borbonico (attuale Museo Archeologico Nazionale), fu sostituita con un nuovo gruppo scultoreo assemblato, firmato dall’architetto ticinese Pietro Bianchi, impegnato a realizzare il nuovo emiciclo della Basilica di San Francesco di Paola di fronte al Real Palazzo. fontana_villa_2Dal centro del quadriportico normanno della cattedrale di San Matteo di Salerno Ferdinando fece rimuovere una grande vasca di granito egizio, proveniente dal Tempio di Nettuno a Paestum e risalente alla metà del V secolo a.C., che i salernitani chiamavano affettuosamente “il provolone”, facendola sostituire con un’altra vasca più piccola, sempre in granito, che in origine era il fonte battesimale dello stesso plesso religioso. La grande vasca rimossa, del diametro di circa sei metri, era stata collocata nel Duomo salernitano nel 1085, e per i cittadini locali si trattò di una dolorosa perdita. Fu portata a Napoli per essere poggiata su quattro leoni neoclassici del Bianchi (evidentemente simili ai leoni realizzati per il colonnato di San Francesco di Paola), dalle cui bocche far sgorgare acqua. Fu chiamata Fontana della Tazza di Porfido.
tom_jerry_villacomunaleLa fontana, “visitata” da Tom & Jerry appena giunti a Napoli, è ancora oggi motivo di risentimento da parte di Salerno, che richiede la restituzione della vasca di granito contro i pareri negativi dall’amministrazione municipale napoletana e dalla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

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Piazza Plebiscito, roba da svizzeri

Angelo Forgione – La presenza dei nazionali svizzeri a Napoli è testimonianza storica di intense relazioni intrecciate dal Quattrocento fino a qualche decennio fa. Nel secondo Novecento i napoletani hanno iniziato a lasciare la propria terra per i territori del Nord-Italia e oltre, Svizzera compresa, con il sogno di una vita migliore, ma nei secoli precedenti era stata Napoli a rappresentare un approdo dinamico per chi cercava opportunità di lavoro più appaganti. Ginevra, Neuchâtel e Zurigo erano all’epoca il motore migratorio del territorio elvetico, come oggi lo è Napoli, che invece sprigionò, fino all’Unità d’Italia, grande capacità attrattiva anche nei confronti dei germanofoni e dei francofoni. Nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità straniere: Caflish, Meuricoffre, Egg, Wenner, Schlaepfer, Vonwiller, Corradini, Zollinger, Meyer, Von Arx, tanto per citare le più rappresentative famiglie scese nella Napoli borbonica, dove tra l’altro erano di stanza i reggimenti svizzeri al servizio dei Borbone, fedeli alla Casa Reale fino al 1861. Rimase in piedi fino al 1984 la Scuola svizzera, istituita in forma di centro educativo nel 1811, chiusa per mancanza di alunni.
Singolare la storia della pasta Vojello, nata dalla conversione all’arte della pasta di August von Wittel, un progettista di Thun chiamato sotto il Vesuvio da Ferdinando II per la realizzazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici (approfondimenti su Made in Naples, Magenes 2013). Ma forse la curiosità maggiore sta nella realizzazione della piazza simbolo di Napoli: i due edifici monumentali dirempettai del largo di Palazzo sono “made in Suisse”. Già, perché il Palazzo Reale fu realizzato dall’architetto ticinese Domenico Fontana, nato a Melide nel 1543, che nel 1593 ricevette dal vicerè Fernando Ruiz de Castro, VI conte di Lemos, l’incarico di “cambiare il volto di Napoli”, seconda città dell’Impero di Spagna dopo Madrid e prima per popolazione, in vista della visita del Re Filippo III (che però non avvenne mai). La costruzione fu completata nel 1620 nelle sembianze che poi sarebbero mutate definitivamente nell’Ottocento, e sostituì la precedente residenza vicereale fatta edificare cinquant’anni prima dal viceré Don Pedro de Toledo, al culmine della strada da quest’ultimo aperta. Ed è ticinese anche la firma alla Basilica di San Francesco di Paola, dell’architetto Pietro Bianchi da Lugano, incaricato da Ferdinando I di Borbone di realizzare un edificio sacro per assolvere un voto di riconoscenza per la riconquista del Regno dopo il Congresso di Vienna. Inaugurata il 30 maggio del 1831, la chiesa in stile neoclassico fu compiuta definitivamente nel 1836, testimoniando al mondo l’importanza universale degli scavi di Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia. Ma neanche i napoletani avrebbero mai immaginato che quel ponte urbanistico tra il Seicento e l’Ottocento che avrebbe separato i due lati del celebre slargo avrebbe portato da Fontana a Bianchi, da uno svizzero all’altro.

Littizzetto, D’Amico e la civil Torino all’olandese

Angelo Forgione L’induismo lo chiama karma, cioè “azione”, a cui corrisponde una conseguenza, nel bene e nel male. I napoletani, che tutto traducono in massime di grande saggezza popolare dai tempi di Giambattista Basile, traducono il karma negativo così: Nun sputà ‘ncielo ca ‘nfaccia te torna! (non sputare verso l’alto perché la saliva ti torna in faccia). Effetto boomerang. Per chi ci crede, ciò che parte dalle azioni individuali impiega un certo lasso di tempo, più o meno lungo, per tornare alla fonte, in modo diretto oppure indiretto. Possono volerci anche anni, ma per Luciana Littizzetto è bastata una sola settimana. Era stata lei a tirare in ballo i napoletani come esempio italiano di massima inciviltà per dimostrare che gli olandesi di Rotterdam avevano fatto anche peggio, e pertanto gli italiani tutti potevano ritenersi alleggeriti, tutto sommato, del loro autolesionismo.
«Vogliamo parlare di quelli che hanno distrutto piazza di Spagna, i tifosi? Cos’erano, napoletani? Erano olandesi, dei civilissimi olandesi». Dopo una settimana è subito da aggiornare quella frase che tanto ha fatto parlare, e che pure ha diviso gli stessi napoletani in una discussione sul presunto vittimismo partenopeo (chissà perché). Derby della mole: agguato al pullman della Juventus per le vie di Torino e bombe carta sui supporters granata. Un padre prende a calci il torpedone juventino tenendo per mano il figlioletto. Una giornata di ordinaria follia nel capoluogo sabaudo, una delle tante. Ieri a Torino, la prossima volta chissà dove. Cos’erano, olandesi? Erano torinesi, dei civilissimi torinesi. Avrebbe dovuto dirlo la Littizzetto in Rai, ma ha finito col farlo dal pulpito di Sky la bella Ilaria D’Amico da Roma, stupita dell’inaudita gravità dei fatti in una una città – per lei – civile ed abitata a una tifoseria composta. Stupisce semmai che una persona preparata come la compagna di Buffon inciampi in un simile convincimento, evidentemente persuasa che Torino fosse diversa dalla sua Roma (ultimamente nell’occhio del ciclone), da Napoli e da Palermo.
Così funziona, Signori, perché per chi ha il responsabile e delicatissimo ruolo di parlare alla Nazione insegue ostinatamente la certezza che Torino e il Nord progredito siano la culla della civiltà, lontana dal degrado sociale del retrivo Sud napoletanizzato. E se il Nord sgarra è perché é meridionalizzato. Non mi perdo nel tanto caro approfondimento storico alle radici della civilizzazione, non capirebbero quelli che hanno certezze e mai qualche dubbio.
E giù dibattiti, i soliti, con conduttori e opinionisti ad affannarsi per denunciare che tutto resta sempre uguale, e che la violenza non va via dal nostro Calcio. È una routine stucchevole perché il Calcio attira violenza dalla sua prima ora, soprattutto nell’Italia dei campanili. Già nel 1914 i sostenitori di Livorno e Pisa, un po’ come guelfi e ghibellini, si scambiarono sassate e colpi di pistola. Idem nel 1925 tra bolognesi e genoani, nella stazione di Porta Nuova a Torino. Come riporto nel mio prossimo libro in uscita a maggio (Dov’è la Vittoria, Magenes editore), nel 1928 fu Lando Ferretti, il presidente del CONI, a denunciare con facile lungimiranza nel suo Il libro dello sport (Libreria del Littorio, 1928) cosa sarebbe diventato il gioco del pallone per gli italiani:

“Le fortune travolgenti del Calcio fra noi, per il suo meraviglioso adattarsi al temperamento della stirpe, sono uno dei fatti salienti della ripresa sportiva italiana. Certo il Football ha potentemente contribuito a questa ripresa, ma oggi col suo incipiente professionismo e con le sue aspre contese campanilistiche cui dà luogo, ne compromette i successivi sviluppi.”

Se non ci scappò il morto a inizio Novecento fu solo per una lunga serie di fortunati esiti o per volontà superiore, se vi pare. Ma 27 vittime negli ultimi 51 anni, dentro e fuori gli stadi italiani, parlano chiaro. Ci hanno rimesso la pelle troppe persone, tra tante aggressioni, scazzottate, coltellate e qualche conflitto con le forze dell’ordine. Al Nord come al Sud.

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Littizzetto e il sottile confine tra la difesa e l’offesa

Tratto da La Radiazza su Radio Marte, il mio commento alle parole di Luciana Littizzetto, che nel corso del suo spazio a Che Tempo che Fa del 19 aprile ha inteso stigmatizzare l’autolesionismo italiano dimostrando che gli hooligans di piazza di Spagna erano olandesi, mica napoletani! Si trattava certamente ed evidentemente di un tentativo di evidenziare come i tifosi violenti e incivili siano dappertutto, non solo in Italia, ma tirare in ballo i napoletani in un discorso in cui si ponevano altri esempi (senza altri paragoni del genere) ha sortito come effetto anche quello di affermare i napoletani stessi come i più incivili d’Italia. La comunicazione è un’arte, e il confine tra la difesa e l’offesa può risultare a volte molto sottile.