Tommaso Primo il predestinato della musica napoletana

Angelo Forgione Tommaso Primo. Ricordatevelo questo nome. Non è solo un talento emergente nel nuovo scenario della musica napoletana d’autore. Lui è un predestinato. Lo è perché fa ottima musica ma anche perché è un ragazzo curioso e intelligente, con cui è piacevole scambiare idee e opinioni. Tommaso Primo è un napoletano fiero, esplora la sua identità e cerca di portarla in musica. Il suo primo successo è già un biglietto da visita. Ma ascoltando il brano Metafisica, tratto dal suo ultimo CD Fate, Sirene e Samurai, si afferra la sua crescente ispirazione alla cultura partenopea, nella fattispecie a Giambattista Basile e alla tradizione orale e scritta del Seicento napoletano.

Ho gradito, davvero molto, la scelta di ambientare il videoclip del brano Viola a Casertavecchia, un angolo molto caratteristico della meravigliosa Campania.

Per presentare Tommaso oltre la sua già apprezzabile ricerca musicale, consiglio di ascoltare le sue lucide riflessioni su Napoli e la musica napoletana alle audizioni di Musicultura 2015 a Macerata (a 2:03:40). E capirete perché Tommaso è solo all’inizio di una luminosa strada.

Restauro al Formiello in nome di Ilaria: si inaugura la fontana

Angelo Forgione Completato il restauro della Fontana del Formiello, situtata alle spalle di Castel Capuano. Quattro mesi di lavoro sostenuti dal contributo dei cittadini. E così è finalmente realtà il regalo di Valeria Iodice per la sorella defunta Ilaria, giovane guida turistica e promotrice dell’associazione “Le Due Sirene“, scomparsa la scorsa estate per un male incurabile. Sabato 18 aprile, alle ore 12, in piazza Enrico de Nicola, si festeggerà con un sobrio brindisi a quelle persone che, sposando l’iniziativa #unsognodamore, hanno contribuito alla raccolta fondi per un progetto alimentato proprio dall’amore. Per Ilaria e per Napoli.
La raccolta fondi è ancora in corso, anche perché c’è all’orizzonde la seconda tappa del progetto: il restauro dell’edicola di San Gennaro, sul sagrato della Chiesa di Santa Caterina a Formiello. Le modalità di partecipazione sono illustrate sul sito de “Le Due Sirene”.

Il maquillage del Plebiscito? Una prassi umiliante!

le riprese di Martone come il Giro d’Italia, da anni Napoli deve nascondersi.
Colpa di chi non sa cosa significhi quella piazza per la storia dell’umanità.

Angelo Forgione – Rido. Rido amaramente. Rido amaramente perché ciclicamente (e giustamente) tutti si indignano dei maquillage attuati al Plebiscito. L’ultimo è quello per le riprese del film su Giacomo Leopardi “Il giovane favoloso” diretto da Mario Martone. Le fotografie scattate dall’encomiabile Ilaria Iodice, corredate da una scrittura ricca di sdegno e stupore sul suo blog, hanno fatto il giro del web. Giustamente direi, almeno per lo sdegno, e un po’ meno per lo stupore. La piazza sta così da una decina di anni, abbandonata a se stessa, in agonizzante attesa di essere rimessa a nuovo (?) per poi essere magari di nuovo abbandonata. Martone poteva mai girare scene della Napoli dell’Ottocento, capitale dignitosa e ammirata, con futuristici spruzzi di vernice spray nel suo foro reale? Poteva mai riprendere le sculture equestri del Canova sostenute dalla sporcizia dell’incultura di una Napoli moderna che dimentica la sua cultura universale? Sicuramente la vernice coprente era ad acqua, e il DC Fix decorativo autoadesivo con venature marmoree non ha creato alcun danno ai veri marmi. Il vero danno l’ha creato chi si è disinteressato di quella piazza che significa per il mondo la scoperta borbonica dell’antica Pompei e l’origine (napoletana) del neoclassicismo, non solo architettonico, che mandò in soffitta le pomposità visive-ideologiche del barocco e aprì all’Illuminismo. Storia che gli amministratori napoletani, campani e italiani probabilmente ignorano o fingono di ignorare, lasciando quella piazza all’oblio complessivo e ingarbugliandola tra perniciose competenze di ogni genere che significano rimbalzi di responsabilità.
A Napoli, prima o poi, si torna sempre se si vuole raccontare la Storia d’Italia. Il trucco è da anni una necessità di chi vuole mostrare al mondo le bellezze umiliate di Napoli e basta ricordare cosa dovette fare l’organizzazione del Giro d’Italia nel maggio scorso, quando la carovana rosa partì in pompa magna dalla città partenopea e alle telecamere RAI fu nascosto tutto alla stessa maniera, ovvero con vernice e striscioni pubblicitari.
I lavori per il recupero della basilica e del suo colonnato sono in cantiere, ma saranno lunghi, molto lunghi. Altri lavori interesseranno il Palazzo Reale, che, ad esempio, è già stato interessato dalla rimozione dei lampioni sulla cancellata che va dal San Carlo ai Cavalli Russi. E Napoli colta aspetta. La pazienza non le è mai mancata.

Parthenia sirena, ma uccello!

Angelo Forgione – Parthenia, dal greco “vergine”, è protagonista della leggenda della fondazione della città di Napoli. Nel IX secolo a.C. approdarono sull’isolotto di Megaride, laddove oggi è il Castel dell’Ovo, i primi coloni greci. Provenivano dall’isola di Rodi e portarono il culto orientale delle Sirene, che si diffuse in tutto il sud tirrenico.
Le origini della città di Napoli si perdono nella leggenda e nel mito del poema omerico di Ulisse. Degli scogli delle Sirene si parla anche nell’Odissea e sarebbero, secondo la leggenda, i “Li Galli” nei pressi di Positano, in antichità detti “Sirenusse”.

La Maga Circe, che secondo la leggenda si trovava nell’attuale Parco Nazionale del Circeo, avvertì Ulisse di fare attenzione al canto delle Sirene. Si trattava della voce chiara Ligea, la bianca Leucosia e la vergine Parthenia. Pur di ascoltarle, il Re di Itaca tappò le orecchie dei compagni con la cera e si fece legare all’albero maestro della sua imbarcazione. Le Sirene presero a cantare e promisero a Ulisse che gli avrebbero rivelato i segreti reconditi della conoscenza. Lui cercò di liberarsi ma i compagni assicurarono ancor di più la legatura e l’imbarcazione oltrepassò. Per la delusione, le Sirene si suicidarono lanciandosi dagli scogli, e il corpo di Parthenia fu portato dalle correnti sugli scogli di Megaride, dove fu rinvenuta con gli occhi chiusi e i capelli ondeggianti nell’acqua del Golfo.
Nell’immaginario collettivo, le Sirene sono bellissime figure umane per metà donna e metà pesce, e con queste sembianze ha scolpito Napoli il marcianisano Onofrio Buccini nel gruppo della fontana in Piazza Sannazaro. In realtà non è così poiché si tratta in origine di figure mitologiche, anche spaventose nell’aspetto, con il busto di donna e il corpo d’uccello, ali comprese, che vivevano appunto sugli scogli e, come tutti gli uccelli, usavano il canto per “catturare” gli uomini.
Per rendersene conto basta recarsi in Via Santa Caterina Spina Corona, nei pressi del Corso Umberto, e scorgere una della fontane più importanti e più nascoste di Napoli. Sulla parete laterale esterna dell’omonima chiesa, nel XVI secolo, Don Pedro de Toledo fece realizzare da Giovanni da Nola la fontana della Spinacorona, anche dette “delle zizze”.

Il gruppo scultoreo dal fortissimo significato esoterico, riferito alla prima protettrice della città, ha come soggetto la Sirena Parthenia nelle sue reali sembianze di donna-uccello e nell’atto di spegnere il fuoco del Vesuvio con l’acqua che le sgorga dai seni. Alle falde del vulcano, rivoli di lava e un violino, mentre al di sopra si leggeva un tempo una targa in marmo su cui era incisa la frase “Dum Vesevi Syrena Incendia Mulcet” (mentre la sirena addolcisce l’incendio del Vesuvio).
È nel Medioevo che, con la diffusione del Cristianesimo, le Sirene perdono le ali in segno di caduta dell’anima e vengono trasformate in pesci.
Il volto di Parthenia è raffigurato nel busto della “Capa ‘e Napule” sullo scalone principale di Palazzo San Giacomo. Si tratta della replica di una parte di una statua di 20 secoli fa che prima della sistemazione attuale si trovava nei pressi di Piazza Mercato per poi essere trasferita durante il periodo del “Risanamento”.

fonte leggenda