Spot D&G folk? A Napoli va bene così!

dolceegabbana_napoliAngelo Forgione Polemiche e pareri contrastanti circa gli spot di D&G girati nel Centro Storico Unesco di Napoli, e precisamente a piazza Sisto Riario Sforza, a ridosso della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro. La firma è di Matteo Garrone, che ha riprodotto un mercatino rionale invaso dalla musica a ridosso del Duomo, nel quale si inoltrano Kit Harington nello spot uomo ed Emilia Clarke in quello per donna, attorniati da fan in delirio ad ogni passo che li accolgono con proverbiale calore partenopeo. E qui si tratta di scelta, di quale delle due anime di Napoli rappresentare. C’è chi sceglie quella nobile, come ha fatto il regista Ago Panini per la campagna del Ferrero Rocher, e chi quella plebea.
A qualcuno piace. Qualcuno storce il naso, e lo faccio anch’io. Qualcun altro grida allo scandalo e al dramma (ma quanta maleducazione contro Stefano e Domenico). Uno spot è pur sempre uno spot, e calca la mano su determinati concetti pur di colpire lo spettatore. Quello per Dolce&Gabbana va evidentemente nella direzione opposta a quello che ci si aspetterebbe dai due stilisti, cavalcando stereotipi e folclore che è la stessa Napoli, in qualche modo, ad offrire. I soggetti di certi spot, di prassi, vanno preventivamente sottoposti al vaglio delle amministrazioni che concedono i suoli cittadini per girarli. Il fatto è che nulla si intende fare per invertire una tendenza comunicativa su Napoli, e poco si fa per ri-affermare la sua realtà culturale, artistica e monumentale. Lo scorso anno, ad esempio, è stato approntato un Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico del Comune con Aeroporto, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario per provare a riprendersi il posto avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte, per rendere la città vesuviana una delle principali attrazioni europee, sfruttando il flusso turistico che la provvidenza ha iniziato a re-indirizzarle. Si chiama Napoli 2020, e ha una precisa strategia: non guarda all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma punterà a sviluppare esclusivamente l’immagine folcloristica. Sì, proprio così. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», disse lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism) in occasione della presentazione del Piano. «Dobbiamo convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita», aggiunse il manager. Evidentemente si spera di farlo puntando sulla napoletaneria, che è più impattante e attraente, non sulla napoletanità, e lo spot di D&G/Garrone si inserisce perfettamente nel sentiero tracciato, offrendo ciò che i turisti cercano da Napoli, che piaccia o no.
Una curiosità: il protagonista maschile dello spot, Kit Harington, è lontano discendente di Sir John Harington, l’inventore del wc. Significati subliminali.

Le quattro giornate pop-fashion di Napoli

Angelo Forgione Ho visto modelle di rango sfilare sui settecenteschi e impervi basoli di pietra vesuviana, e senza tappeto rosso. Ho visto il contrasto tra gli sfavillanti tessuti e l’anima popolare del cuore di città. Ho visto la nobiltà neoclassica della villa di Chiaja riempire il vuoto del nulla moderno. Ho visto il tufo giallo del castello sull’acqua meravigliare gli ospiti dei due impavidi stilisti. Ho visto il mito italiano più premiato della storia del cinema firmare per la nazionalità napoletana, che già sentiva sua. Ho visto una giostra festaiola e semiseria… e non l’hanno vista coloro cui non ha destato interesse lo scintillante mondo delle passerelle depatinato e avvolto dal geniale contrasto di un’antichità preservata, ma incomprensibile e stracciona per l’omologazione globale. Ci sarebbe voluto il provvidenzial scippetto per scatenare uno tsumami mediatico su Napoli, e non sul mondano evento a Napoli. Purtroppo per voialtri, tutto a posto quaggiù!
Domenico e Stefano, ambasciatori del Made in Italy, avrebbero potuto invadere per quattro giorni Milano per il trentennale della loro maison, e si sarebbe schierato il battaglione mediatico per darne conto. Ma a me non piace il lamento, che pure sento e leggo. I giornalisti accreditati erano quasi tutti stranieri, dal mondo, e tanto basta. Altro ancora vedrò, e preferisco sapere, e lo so da tempo, che esisto in un posto che detiene l’unicità nel mondo. L’UNESCO l’ha capito. D&G l’hanno capito. Molti napoletani non ancora. Gli altri, chissà dove esistono, e cosa davvero capiranno mai.

Dolce e Gabbana a Napoli per l’identità conservata

Angelo Forgione La maison Dolce&Gabbana festeggia a Napoli i 30 anni di attività. L’appuntamento, propiziato dal foto-shooting dello scorso giugno nel Centro Storico Unesco, è dal 7 al 10 luglio. Tutto è pronto. Previsto un ricco programma di eventi esclusivi in forma privata, tra sfilate e cene di gala alle quali parteciperanno vip di richiamo internazionale, insieme alla madrina della kermesse, Sofia Loren. Il via il 7 luglio, con una speciale sfilata di moda che partirà dalla Villa Pignatelli. Il giorno seguente si sfilerà in passerella a via San Gregorio Armeno. Il 9 luglio, grande cena di gala con sfilata a Castel dell’Ovo. E infine, il 10 luglio, evento conclusivo con suggestiva cena sulla spiaggia di Palazzo Donn’Anna, a Posillipo.
Ma perché i due famosissimi stilisti hanno scelto proprio Napoli per questo importante anniversario? La bellezza mediterranea del golfo, nella stagione estiva, ha pesato solo in parte. In realtà il motivo è l’identità che Napoli conserva, quella che l’Unesco riconosce come bene dell’umanità da proteggere. E i nostri si sono resi conto di quanto Napoli sia diversa da tutte le città occidentali proprio trascorrendo del tempo per gli scatti della collezione. L’hanno vissuta e conosciuta bene, e se ne sono innamorati, decidendo di tornare a luglio per festeggiare con l’hashtag #DGLovesNaples. «Ci piacciono le strade – dicono Domenico e Stefano – perché sono ancora come negli Anni ’50. È un posto che non ha dimenticato le sue radici ed è una cosa che apprezziamo molto. Amiamo le grandi città, la tecnologia e il futuro, ma per comprendere la vita vera degli Italiani hai bisogno di vedere le loro radici. Ci siamo innamorati subito di questo luogo. E i napoletani sono molto sinceri ed espressivi, veri attori di cinema. Siamo qui a Napoli perché pensiamo che queste persone siano le migliori del mondo. Davvero forti e con un cuore gigante. I napoletani sono le persone più avanti in Italia, sono molto creative. La gente di Napoli non ha fatto altro che aprirci il proprio cuore. Abbiamo ricevuto un benvenuto meraviglioso. E poi il cibo qui è molto di più che mera sostanza, è ragione di vita». Insomma, per onorare il made in Italy, D&G hanno scelto il made in Naples e un palcoscenico perfetto per una festa memorabile. E gli ospiti, vedrete, saranno catturati dal fascino di Partenope più che dalle sfilate.
Per l’occasione, il Comune ha omaggiato l’organizzazione dell’occupazione del suolo cittadino, ma gli stilisti finanzieranno restauri ai Decumani e editeranno una pubblicazione su Napoli da mandare in giro per il mondo, oltre a pagare la locazione di Castel dell’Ovo e di Villa Pignatelli, il risarcimento per gli esercizi commerciali costretti a chiudere e la retribuzione di netturbini e polizia municipale, perché ci sarà da sopportare alcuni disagi. Lascino che sia i napoletani, generosamente e pazientemente, offrendo al mondo dell’Alta Moda uno spettacolo a loro concesso tutti i giorni. Poi verrà il ritorno di immagine per una città in buona rincorsa.

La cassata nata alle falde del Vesuvio?

Angelo Forgionecassta_olplonti_1Un affresco nella villa di Poppea Sabina (la seconda moglie di Nerone) degli scavi di Oplontis, l’antica Torre Annunziata, raffigurante un dolce tipico dell’epoca romana, è stato rinvenuto qualche anno fa, destando grande interesse. Pare trattarsi proprio di un tortino, qualcosa di molto simile alla moderna cassata, con la glassa di colore rosso, a differenza del verde. Questo dolce però, non era presente in nessuno dei documenti pervenutici sulle usanze culinarie degli antichi Romani, finché non sono stati rinvenuti, in una camera prigioniera della lava, alcuni papiri miracolosamente scampati al fuoco. In uno di questi è spuntata come per miracolo la ricetta dell’antica leccornia, scritta in un latino scorretto, il che ha fatto supporre che sia stata redatta da un semplice cuoco, uno schiavo non di madrelingua. Da qui, l’archeologa Eugenia Salza Prina Ricotti ha ricostruito gli ingredienti, riportandoli nel suo libro Ricette della cucina romana di Pompei e come eseguirle (L’Erma di Bretschneider, Roma, 2010): ricotta, miele, albicocche secche, prugne secche, uva sultanina, noci (o nocciole o mandorle), pinoli, datteri e farina di mandorle. La ricetta è già stata assimilata da alcuni ristoratori operanti attorno le aree archeologiche vesuviane, che la propongono ai loro clienti. Insomma, la più famosa cassata di Sicilia sembra proprio avere un antenato nella Campania Felix.

Tempo di Pastiera, tempo di profumi e sorrisi.

Angelo Forgione – Tempo di Pastiera, tempo di profumo nell’aria di Napoli… e di sorrisi.
Il dolce pasquale napoletano è una vera sfida tra massaie a chi la fa più buona, vantando la custodia e il rispetto della vera ricetta. C’è chi, alla ricotta, mescola le uova sbattute; c’è chi invece sostituisce l’aggiunta con crema pasticcera. Ma il giudizio non è mai unanime. L’unica certezza è che la pastiera va preparata il Giovedì Santo, al massimo il Venerdì, per consentire l’esaltazione degli aromi. Il resto è rito.
Le primissime versioni della Pastiera risalirebbero addirittura alla Neapolis romana, accompagnanti le feste pagane per la celebrazione dell’ingresso della primavera. Così come la conosciamo oggi, nasce nei monasteri dei decumani, per mano delle suore che ne simboleggiarono la Resurrezione di Cristo. Quelle del convento di San Gregorio Armeno erano considerate vere e proprie maestre nella sua preparazione, ricca di profumo e sapore che significano la Primavera. Il grano cotto, l’acqua di fiori d’arancio, il limone, il cedro e l’arancia candita, la cannella e la vaniglia. Cosa c’è di più profumato al mondo? Provate ad entrare in una casa napoletana nei giorni che precedono la Pasqua, e ve ne renderete conto.
L’esplosione dolciaria al tempo dei Borbone diede ancora più slancio all’ormai nobile dolce. Pare che la regina Maria Cristina di Savoia, la “Regina Santa” di cui si diceva che non sorridesse mai, cedette alle insistenze del marito Ferdinando II, ghiotto del dolce pasquale. Ne assaggiò una fetta e sorrise. Il re esclamò: «Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo».