Come i meridionali sono diventati juventini

Angelo Forgione Il calcio è una straordinario termostato sociale, capace di regolare la temperatura del popolo. I potentati economici l’hanno sempre usato, sin dal principio, per ingrandire i loro affari, accrescere il proprio consenso e sedare le proteste operaie. In Italia, il binomio Juventus-Fiat ha sempre rivestisto significati particolari, come, ad esempio, negli anni del “miracolo economico”, quando migliaia di meridionali salirono a Torino per produrre automobili. La storia dei compressori Fiat per frigoriferi con cui fu acquistato Pietro Anastasi, un vero e proprio blitz per strapparlo di forza all’Inter, è solo la punta dell’iceberg di una strategia industriale attuata dalla famiglia Agnelli per far diventare juventini i meridionali.
Con la chiusura delle frontiere dopo la disfatta della Nazionale italiana contro la Corea nel 1966, la Serie A parlò italiano dal 1967 al 1980. La Juventus iniziò a pescare al Sud, da dove provenivano gli operai che ingrossavano la comunità operaia di Torino. Alla fine degli anni Sessanta, il capoluogo piemontese era diventato la terza più grande città “meridionale” d’Italia dopo Napoli e Palermo. I calciatori del Sud divennero allora fondamentali per la strategia di fidelizzazione del tifo.
Furono proprio i meridionali di Torino, quelli che stavano costruendo le fortune economiche degli Agnelli, a iniziare a tifare in massa per la squadra del padrone, trasmettendo la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali faceva facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. Il Torino divenne la squadra dei torinesi, la Juventus quella dei lavoratori provenienti dal meridione. La squadra bianconera dominò gli anni Settanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”, sul cui blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982. La Juventus si rese così la squadra d’Italia, e il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della sua popolarità.
Oggi, la gran massa di tifosi meridionali che sostiene la Juventus deriva da quell’eredità familiare e dalla fascinazione del potere esercita in tutti gli abitanti delle province del calcio, cui riesce facile
poter dire la propria scudetti alla mano.

Maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)

De Magistris: «Olimpiadi a Napoli». Barcellona esempio anche per chi ride.

demagistris_olimpiadiAngelo Forgione C’è una città, Roma, la cui sindaca è in procinto di mettere il veto alla candidatura alle Olimpiadi del 2024, attirandosi le antipatie di tutto quel mondo intrecciato della politica e dell’impresa che a un’occasione del genere non vorrebbe dover rinunciare. C’è un’altra città, Napoli, il cui sindaco apre all’utopia dei Giochi Olimpici del 2028, suscitando perplessità e squallidi commenti di personaggi facili alla più zotica ironia sulla città, gli olimpionici del tiro al bersaglio partenopeo.
Virginia Raggi, dicendo no ai circa 1.700 milioni di euro pronti per far partire la macchina olimpica, frenerà l’indebitamento non solo comunale ma anche l’opportunità di rilancio della Capitale, perché le Olimpiadi sono una coperta corta e questo portano a chi li ospita. I Giochi sono motivo di rigenerazione territoriale ma finiscono col diventare uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per le speculazioni private, che in Italia, terra di corruzione diffusa, sono dietro l’angolo. Tutte le edizioni successive a quella del 1984 hanno visto i costi superare le stime di spesa e comportato una perdita netta per le amministrazioni pubbliche locali e nazionali. La candidatura ad ospitare i Giochi è dunque una scelta di precisa priorità, che è quella di rinnovamento a caro prezzo.
Ma se quello romano sarebbe più un rilancio di immagine internazionale di una capitale in difficoltà amministrativa, non c’è nessuna città italiana più bisognosa di rinnovamento urbano come Napoli. In tal senso, l’esempio massimo, quello che dovrebbe far sbiancare loro, gli olimpionici del tiro al bersaglio partenopeo, viene da Barcellona, l’unica città spagnola ad aver ospitato l’evento. Nel 1992 non fu la più grande capitale Madrid ad accogliere il mondo dello sport ma la metropoli catalana. E qui calza perfettamente la boutade di Luigi De Magistris, oltre la quale si deve bandire il vuoto qualunquismo e aprire invece una riflessione su quanto ha fatto proprio Barcellona più di un ventennio fa. Quella città era praticamente nelle stesse condizioni di Napoli, arenata in un preoccupante vuoto di modernità, bisognosa di riconversione industriale e afflitta dai problemi urbanistici ereditati da decenni di dittatura franchista. La politica locale lanciò una sfida apparentemente impossibile, in un momento pure particolare. La candidatura fu infatti avanzata nel 1981, cioè soltanto due anni dopo le prime elezioni democratiche di Spagna. In quel momento, gli enti locali potevano contare su pochissime risorse economiche, che mai avrebbero potuto attuare il cambiamento necessario. Andò a finire che, sostenuti da Juan Antonio Samaranch, ex politico locale e fresco presidente del Comitato Olimpico Internazionale, i soggetti governativi catalani si imposero alla politica nazionale e riuscirono a trascinarla nel sostegno alla trasformazione urbana del secondo centro spagnolo. Fu una scommessa, vinta nei presupposti, anche se a caro prezzo. Il turismo, pressoché inesistente, cominciò ad aumentare due anni prima dell’evento mondiale, solo perché il nome della città iniziò a circolare sui media, e fu l’inizio di un percorso che condusse Barcellona ad essere tra le mete preferite in Europa, con tutto ciò che ne consegue in termini di economia cittadina e occupazione nel settore. La città dovette affrontare il grave problema della sicurezza e quello dell’impreparazione del settore ricettivo, proprio come Napoli, che si rilancia oggi in modo parziale e poco strutturale. Con assoluta mancanza di visione prospettica, gli operatori alberghieri pensarono di poter far tranquillamente fronte all’aumento della domanda nei soli quindici giorni di Giochi, contando anche sulle strutture della Costa Brava. E invece da lì dovettero necessariamente far crescere l’offerta, partecipando alla crescita del PIL, unica grande risorsa cittadina al cospetto dell’avanzata finanziaria di Madrid.
I tre chilometri di lungomare barcellonese che si apprezzano oggi non c’erano, come non ci sono a Napoli da quando, nell’Ottocento, è stata cancellata la lunga spiaggia di Chiaja che attirò i viaggiatori del Grand Tour da tutt’Europa. I catalani hanno restituito il mare alla città demolendo fatiscendi edifici industriali e realizzando una costa fruibile. La cittadella olimpica fu edificata dove fino ad allora c’erano solo vie ferroviarie e decadenti opifici del XIX secolo. Fu posto fine al completo stato di abbandono del vecchio porto e della montagna di Montjuïc, strutturando un complesso piano di localizzazione di impiantistica sportiva.
Certo, furono fatti anche degli scempi in nome della modernità speculativa, e tanti se ne vedono in giro per la città. Ad esempio, per un porto turistico rilanciato alla grande si paga il prezzo di due orribili torri, la Mapfre e la Arts nel quartiere di Sant Martì, che deturpano la già piatta linea di costa, oltre ad essere in rosso di gestione. Non è il solo problema creato allora. I prezzi delle case, dal 1986 al 1992, aumentarono di quasi tre volte, costringendo molti abitanti ad allontanarsi dalla città. Ma nel complesso fu l’Olimpiade di Barcellona l’esempio universale di come sfruttare l’evento per migliorare lo spazio urbano. Semmai qualcuno abbia riso per la proposta di candidatura – dubito che vi siano in Spagna gli olimpionici del tiro al bersaglio catalano – si sarà certamente nascosto in seguito.
«Le Olimpiadi hanno aiutato a far entrare il nome di una cittá nell’ideale collettivo universale», affermò Juan Carlos Montiel, direttore generale di Barcelona Regional, l’azienda pubblica creata dopo i Giochi Olimpici per dare continuità al movimento innescato. Barcellona si pose all’attenzione del mondo e venne anche il Forum Mondiale della Culture del 2004, con ulteriore – e anche qui contraddittorio – sviluppo urbano, ben lontano dall’edizione che Napoli non ha saputo e potuto sfruttare nel 2012.
L’UNESCO tutela Napoli in quanto città unica e sempre fedele alla sua identità, e l’allontana dal tipico paragone mediterraneo con Barcellona, che oggi è paradossalmente l’esempio cui guardare. Senza una politica locale forte e una nazionale che voglia un rilancio vero per il capoluogo partenopeo, questo resterà lontanissimo dai flussi turistici e dalla normalità sociale della città spagnola, dove anche la sicurezza è migliorata con la riqualificazione urbana. Al netto dei gravi problemi di occupazione, Napoli ha oggi la stessa problematiche della Barcellona pre-olimpica del 1981, ma anche potenzialità decisamente maggiori per patrimonio culturale e storico. È per questo che una eventualità olimpica non sarebbe affatto peregrina, e non andrebbe affatto derisa, e neanche cavalcata populisticamente, trattandosi di unica opportunità contemporanea per un veloce rilancio urbano. Quartieri vecchi andrebbero rifatti ex-novo, oltre ai più cronici problemi di Bagnoli e Napoli Est; il lungomare dovrebbe riscoprirsi e riappropriarsi della sua spiaggia cancellata; il turismo dovrebbe esplodere come l’antica capitale di cultura europea meriterebbe. E questo può accadere solo con un evento davvero globale che consenta immissione di capitali e, possibilmente, investimento controllato. A questo serve un’Olimpiade, e del resto questo è quello che ha capito Torino nel 2006, quando nel 1998 ha trovato il modo di avviare il necessario processo di deindustrializzazione e di uscire dalle sabbie mobili di un’ormai esaurita economia cittadina sviluppata con e grazie alla Fiat. Pur con grave indebitamento, la città sabauda, dal 2006, ha trovato nel turismo post-olimpico la sua seconda rinascita. Se poi pensiamo ai più recenti giochi di Rio de Janeiro, vengono in mente le immagini della bellezza orgorafica e paesaggistica carioca, paragonabile nel mondo solo a quelle di Napoli e Istanbul.

‘Dov’è la Vittoria’ su Radio Sportiva

Dalla rubrica “Libri e Sport” di Radio Sportiva di venerdì 4 settembre, un concentrato di meridionalismo intellettuale in maglietta e pantaloncini, parlando di Calcio e Italia spaccata.

Matteo Renzi e il disco rotto del piagnisteo. Vietato evidenziare il dramma Sud.

Angelo Forgione per napoli.comSia lodata la Svimez, ma ancor di più la Grecia in crisi. Che potesse divampare nuovamente la “Questione meridionale” sotto il solleone di Agosto, con la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, nessuno poteva prevederlo, perché da un buon decennio, freddo o caldo che facesse, tra l’abbondante demagogia leghista e la massiccia retorica delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il problema Sud era di fatto scomparso dai temi del dibattito politico nazionale.
Sia chiaro che la Svimez non ha detto nulla di nuovo, perché sono anni che nei suoi periodici rapporti preconizza desertificazione industriale e umana al Sud, richiamando attenzione sulla povertà meridionale. Tutto ignorato e relegato a qualche articolo di giornale mai capace di “estorcere” un commento significativo da parte dei leaders dei Governi che si sono succeduti. C’è voluta la Grecia, c’è voluto il suo euro-referendum per fare lo sgambetto al presidente del Consiglio in carica; c’è voluto il dibattito sulla “Questione greca” che sta all’Europa come quella “meridionale” sta all’Italia. L’attenzione internazionale si è concentrata sul dramma economico ellenico e tutti hanno creduto che oltre quel fondo non si potesse scavare nell’Eurozona. E invece la Svimez, riesprimendo gli stessi dati degli anni scorsi, ha condito quanto già detto col riferimento greco, così riaprendo una ferita mai rimarginata. Tutti hanno finalmente e improvvisamente scoperto che esiste un peggio al peggio, che la Magna Grecia sta peggio della Grecia. Il meridionalismo intellettuale lo sapeva già, ma l’imbavagliamento di cui è oggetto non gli consente di diffondere ampiamente la propria voce. E, del resto, nulla hanno potuto neppure i Gramsci, i Salvemini, i Nitti, i Fortunato e tutti coloro che hanno denunciato a gran voce, anche in sede politica, le problematiche affiorate con la creazione del “triangolo industriale” negli anni seguenti l’unificazione nazionale.
Il Sud ha battuto un colpo, finalmente, e la “Questione meridionale” è tornata inaspettatamente sotto i riflettori. Ma al grido d’allarme della Svimez ha risposto la leggerezza interpretativa del premier Renzi, la stessa persona che lo scorso gennaio, con incredibile superficialità, disse al parlamento di Strasburgo che le famiglie italiane incalzate dalla povertà si stavano invece arricchendo. Ora, dal pulpito nipponico di Tokyo, il “rottamatore” della politica italiana ha tuonato: «Basta piagnistei sul Sud! Voler bene all’Italia è smettere di parlarne male. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. È vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più, ma basta piangersi addosso». Il Presidente del Consiglio ha chiesto dunque di nascondere sotto il tappeto la polvere, di celare il dramma meridionale, di non parlar male dell’Italia, come se questa fosse una. No, non lo è e non lo è mai stata. Esistono due diverse Italie: ce n’è una che rincorre la ripresa facendo leva su un’economia che si approssima all’Europa che conta e ce n’è un’altra che da un secolo e più è scivolata verso il baratro. C’è una parte del Paese con distretti che procedono come la Germania e un’altra che è in panne alla partenza.
“Piagnisteo”. È così che Renzi liquida la Questione. Se il Sud si fa ascoltare “chiagne”, e magari “fotte” pure. Per cui è meglio che la smetta e che non faccia fare brutta figura all’Italia sullo scenario internazionale, soprattutto a un premier che è in visita nel Paese della terza economia mondiale. Nel Calcio, tanto caro al Capo di Governo, qualcuno dice che l’attacco è la miglior difesa, e Renzi sembra proprio attuare tal teorema per respingere le accuse nei confronti di un Esecutivo, il suo (ma non solo il suo) che per il Mezzogiorno non ha fatto nulla se non arrecare ulteriori danni con continui tagli della spesa in conto capitale e degli investimenti statali. Proprio di tattica si tratta, perché il rifiuto del “piagnisteo”, cioè l’attacco a chi prova ad attaccare, è un classico della dialettica dell’ex sindaco di Firenze. Otto mesi fa, a novembre, era a Sidney, e dai microfoni australiani chiedeva all’Italia di smetterla di vivere nel piagnisteo. Un mese prima – era ottobre – diceva lo stesso nella sua città, durante le celebrazioni per i 150 anni delle Officine Galileo a Campi Bisenzio, ricordando che nel dopoguerra italiano nessuno si è abbandonato al piagnisteo e così l’Italia è ripartita. Inesatto, perché i “piagnistei” c’erano anche allora, ed erano meridionali, ma furono messi a tacere. Quell’Italia in ginocchio ripartì grazie agli aiuti stanziati dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951, con cui furono rimessi in piedi gli stabilimenti industriali del Nord-Italia. Stanziamenti predisposti dagli Stati Uniti con lo scopo recondito di demolire il comunismo italiano (sostenuto esternamente dal grande blocco sovietico), nell’ambito di un piano più ampio finalizzato ad ottenere liberalizzazioni commerciali in Europa per le multinazionali americane e acquisire forte influenza della politica statunitense su quella europea. Eppure il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per un minimo sviluppo industriale nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, presidente di Confindustria, che rifiutò con ormai cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. «E assurdo pensare che l’industria si localizzi nel Sud, è più conveniente trasferire la manodopera verso il Nord». Così disse Costa nel 1946, e non è un caso che l’attività di navigazione per passeggeri immediatamente dopo avviata abbia portato alla nascita del colosso italiano delle crociere, quelle dai fumaioli gialli e la C blu. I soldi del Piano Marshall furono profusi dal Governo italiano in grandissima parte nei territori d’Alta Italia, rivitalizzando il “triangolo industriale” e inaugurando la più massiccia emigrazione da Sud a Nord. È così che l’Italia spaccata è ripartita dopo la Guerra. Si trattò di ripartenza assistita grazie al gettito di capitali esterni, come l’Italia dovrebbe fare per il suo Sud. È se lo Stivale intero non riesce a volare in Europa è proprio perché quel gettito fu maldistribuito, ricreando un fallimentare modello di sviluppo e ricalcando il Paese proprio come la si era lasciato prima dei bombardamenti, con un Nord in progresso industriale e un Sud “destinato a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord”. Il virgolettato si riferisce alle parole pronunciate da Gaetano Salvemini nel 1911, in pieno cinquantenario dell’Unità. Era anche quello il “piagnisteo” di chi sapeva di cosa parlava.

‘Dov’è la Vittoria’ a “Si Gonfia la Rete”

Dalla trasmissione Si Gonfia la Rete su Radio CRC del 13 luglio, due chiacchiere sul libro Dov’è la Vittoria e sul nuovo Napoli di Sarri che inizia a prendere forma.

Il “Cornetto”, geniale idea napoletana

Angelo Forgione – Era il 13 dicembre 1903 quando Italo Marchioni, un marchigiano residente a New York, ricevette il brevetto statunitense per l’invenzione del “cono” da gelato, che già vendeva dal 1896. Serviva il suo prodotto in bicchieri di vetro, ma finiva che i clienti americani non glieli restituivano. Occorreva qualcosa di usa e getta, anzi di usa e mangia, e lui la creò. E però il gelato, sciogliendosi, spugnava la cialda. Pazienza, per circa sessant’anni.
E così arriviamo al 1960, in pieno miracolo industriale italiano, anno in cui il gelataio napoletano Spica ebbe la geniale idea di “impermeabilizzare” la superficie interna del wafer rivestendola con uno strato di olio, zucchero e cioccolato. Fu la salvezza della croccantezza del cono di Marchionni, che Spica battezzò col nome di “Cornetto”, perché è noto quanto il simbolo apotropaico sia parte della tradizione partenopea.
Fu la Algida, fabbrica italiana del dopoguerra, ad acquistare ben presto il brevetto Spica. Poi, nel 1974, piombò il colosso industriale anglo-olandese Unilever ad acquisire il marchio italiano, assorbendo anche il “Cornetto” napoletano. Inizialmente si puntò sul “Cremino”, ma dopo due anni fu lanciato proprio il “Cornetto”, che divenne il prodotto di punta e dilagò nel mondo. Ed è sempre dal territorio napoletano di Caivano, dalla fabbrica di gelati più grande d’Europa e la seconda in assoluto, che parte la produzione italiana del “cuore di panna”, portandosi dietro il primato di gelato industriale più venduto nel globo e le sue origini partenopee.

San Leucio, modello sociale anche per Telecom

Angelo Forgione – Sul libro di Aldo Canonici per Telecom Italia dal titolo People caring: un’azienda a misura delle sue risorse umane – nuove forme di benefit adottate dalle aziende più avanzate si legge di  people caring, una struttura creata da Telecom nel 2009 per rispondere alle aspettative delle persone attraverso l’attivazione di numerose iniziative volte al miglioramento della qualità della vita. Qui è fissata la genesi e la crescita della sociologia industriale, che ha alla base la Real Colonia di San Leucio.
La vera frase su cui riflettere è: Il people caring, salvo l’eccezione di San Leucio, nasce parallelamente alla nascita dei primi studi di sociologia industriale. Non mi colpisce, per evidenti motivi, il ruolo assegnato all’incredibile esperimento di “Ferdinandopoli” e allo Statuto leuciano, evidentemente troppo avanti rispetto al suo tempo. Alla faccia dell’arretratezza meridionale, la Real Colonia casertana è preso a modello dichiarato di sviluppo sociale ben prima dello sviluppo industriale del Nord.

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