Il “pentimento” di Pino Daniele: «Sono scivolato nel commerciale. Ora basta!»

Angelo ForgioneLo “speciale Pino Daniele” di Unici (Rai Due) ha attinto per la sua quasi totalità al primo periodo napoletano, restituendo i contorni dell’artista creativo e sfrenato, diverso da quello del secondo periodo italiano. Pino Daniele era un cavallo di razza, un puledro che aveva bisogno di frustate di napoletanità per galoppare. E poi volle aprirsi al mondo della musica italiana, con cui però, pur traendone popolarità, non riuscì che a trottare. Negli ultimi tempi aveva capito di essersi fatto divorare dallo “star-system” e di essersi reso troppo commerciale, lui che aveva rivoluzionato la musica napoletana con un sofisticato linguaggio musicale fatto di ricerca e sperimentazione sul campo. Ed è chiara una sua riflessione artistica espressa in una recente intervista a Red Ronnie (nel video a 1:21), in cui aveva confidato di voler tornare a fare Musica, a Suonare. «Da un certo momento in poi ho pensato solo a fare il pezzo per la radio, ma ora basta, faccio quello che voglio! La musica per me era un codicedisse freudianamente il blues-man – ...è un codice…». Di quel codice parla anche Federico Salvatore nella canzone-denuncia Se io fossi San Gennaro: “Chiederei a Pino Daniele che fine ha fatto ‘Terra mia’, ‘Siamo lazzari felici’, ‘Quanno chiove’, ‘Appocundria’, ‘Napule è na carta sporca, Napule è mille paure, ‘Ma pe’ cchiste viche nire so’ passate ‘sti ccriature’. Non era solo un codice linguistico con cui Pino si fece cifra di un sentire tutto napoletano ma più ampiamente musicale. L’aveva chiuso in un cassetto da troppi anni, e non ha avuto il tempo di recuperarlo per tornare ad esprimersi come un tempo.

Intervista a Radio Marte su panettoni e merci dal nord

Intervista a Radio Marte su panettoni e merci dal nord

Con il videoclip “Nord palla al piede“, il sasso è stato lanciato nello stagno e la discussione è ormai aperta.
Su Radio Marte, con Gianni Simioli, abbiamo parlato del panettone che è un esempio di come sia strutturato il modello di sviluppo italiano: un Nord che produce e un Sud che compra per un totale di 63 miliardi di euro che prendono la via del Settentrione, col paradosso che il primo viene additato d’essere palla al piede quando invece è il mercato preferito del secondo.
Ma i migliori panettoni sono quelli prodotti artigianalmente dai maestri pasticcieri campani che usano, come già detto un anno fa, il lievito madre invece del lievito di birra. Del resto Napoli è la patria della panificazione e non potrebbe essere altrimenti.
Ma le pasticcerie dovrebbero abbassare i prezzi per concorrere col prodotto industriale del nord, decisamente meno buono ma anche più accessibile. Ed evitare di spacciare per artigianale i prodotti semilavorati.