Pizzaioli napoletani contro il “Gambero Rosso”. E la pizza diventa italiana.

È ormai in atto la volontà di “cambiare” il piatto napoletano (verso l’UP)

Angelo Forgione – La manifestazione di protesta nei confronti del “Gambero Rosso” tenutasi alla pizzeria Sorbillo ai Tribunali, che ha promosso due romani e un veronese tra i migliori pizzaioli d’Italia, era un’occasione ghiotta per trovare uno spunto che mettesse a fuoco la situazione. I dubbi erano tanti, e l’assenza dell’annunciato Stefano Bonilli, fondatore di “Gambero Rosso”, li ha amplificati ancor di più. Anche perchè sulla Gazzetta gastronomica è stato proprio Bonilli a precisare con un messaggio in calce ad un articolo che non ne sapeva nulla, tantomeno dei motivi delle scelte del “Gambero Rosso”.
Gino Sorbillo ha distribuito pizze “a portafoglio” per dimostrare che la vera pizza, quella napoletana, si piega a libretto come non si può fare con l’altra. Ascoltando le varie voci, mi è venuto improvvisamente in mente l’evento “Pizza Up”, un simposio annuale che si propone di mettere a confronto le diverse tecniche di lavorazione della pizza e degli impasti. Un evento la cui anteprima dell’edizione 2012 si è tenuta proprio a Napoli in tarda primavera. E così mi è rimbalzata in testa l’affermazione pronunciata da una relatrice: «la pizza non è esclusiva proprietà gastronomica di Napoli ed è bene che ci si convinca tutti che esistono altre pizze altrettanto buone e forse anche più conosciute e gradite di quella napoletana». La frase la pronunciò Chiara Quaglia, titolare dell’omonima azienda di produzione di farine di grano tenero per la pizza, che chiuse il suo intervento con una dichiarazione ancora più netta capace di far irritare i pizzaioli napoletani presenti: «La fama della pizza napoletana è ormai puro romanticismo».
Dopo la vicenda del “Gambero Rosso”, quella frase illuminante mi manda alla ricerca della provenienza dell’azienda. Sede nel padovano, a Vighizzolo d’Este, nella stessa regione di uno dei premiati dal “Gambero Rosso” nonché del discusso governatore leghista Zaia. Spulcio i siti istituzionali e cosa noto? Che il “Pizza Up” è organizzato e sponsorizzato dalla SpA della famiglia Quaglia e dalla “Università della Pizza”, un’iniziativa della stessa azienda padovana, che reca sulla propria homepage l’immagine di Simone Padoan, proprio il titolare della pizzeria veronese premiata dal “Gambero Rosso”.
È chiaro che dietro la pizza si stiano sviluppando degli interessi commerciali inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Basta notare le diverse tipologie di farine per la pizza proposte dall’azienda padovana per capire che è in atto un processo di trasformazione che investe anche la filosofia della pizza stessa. E allora mi sono convinto che le decisioni del “Gambero Rosso” e le iniziative dell’azienda Quaglia volgono in una direzione ben precisa, quella di dichiarare una separazione ideologica tra la “pizza napoletana” e quella del resto d’Italia, fin qui non riconosciuta e sempre all’ombra della partenopea e ora probabilmente da qualificare. Non ci sarebbe nulla di strano, perchè la pizza di Napoli è ben altro gusto e qualità rispetto alle altre, ed è palese che l’Italia (ma tutto il mondo) ha acquisito il piatto nato all’ombra del Vesuvio senza però riuscire a farlo come a Napoli. Ma se un’operatrice del settore non scevra da interessi economici afferma che ci sono pizze più conosciute e apprezzate di quella napoletana, allora non siamo di fronte ad una resa di fronte ai pizzaioli napoletani ma solo all’inizio di un vero e proprio sconvolgimento di una tradizione secolare. L’Italia sta cercando evidentemente il riconoscimento della sua diversa pizza per esigenze di marketing.
Proprio Chiara Quaglia, sul blog aziendale, usa continuamente la dicitura “pizza italiana” e non semplicemente “pizza”. È come se il Sud stimolasse il business del Pandoro e cominciasse a chiamarlo “Pandoro italiano”. E allora bisogna analizzare le finalità del “Pizza Up” che riunisce i pizzaioli di tutta Italia, mettendo quelli settentrionali a contatto con quelli napoletani e tutto il loro bagaglio disciplinare riconosciuto anche dall’Unione Europea col marchio STG. Può essere quella l’occasione per carpirne i segreti e migliorare il prodotto non STG, a prescindere dagli ingredienti.
La pizza diventa così un nuovo paradigma della virtuale separazione del paese. E se in questa operazione qualcuno pregusta il suo vantaggio, altri rischiano di rimetterci. La parola “pizza” senza l’aggettivo “napoletana” non più riferita alla cultura gastronomica partenopea, questo è il rischio e non solo questo.
«La fama della pizza napoletana è ormai puro romanticismo», disse Chiara Quaglia. È la parafrasi del pay-off su pizza italiana: “storie di pizzeria contemporanea”; come dire che la pizza napoletana è un concetto del passato, romantico. Sembra essere lo stesso sinistro messaggio lanciato del “Gambero Rosso”.

7 pensieri su “Pizzaioli napoletani contro il “Gambero Rosso”. E la pizza diventa italiana.

  1. Ma quante scimmie in quel filmato, al solito, chi da man forte al losco disegno sono proprio i due meridionali che senza accorgersene fanno la figura dell’utile idiota.
    Ma questi una Vera Pizza, l’hanno mai mangiata? Hanno mai sentito l’odore che fuoriesce dai nostri forni. Purtroppo si è cercato di difendere (riuscendovi) la pizza dall’assalto dello straniero, senza sapere che il vero nemico è in casa nostra. E’ l’otto settembre della Pizza.

  2. per me era solo un ultima cena con giuda dietro l,angolo e poi una montagna di stronzate cercano solo di rubbare trucchi e capacita di tradizione ma la cosa che dice quello che e pesante il pomodoro doveva saziarte ma che stronzate la ragazza con i capelli rossi cozzella ha detto la cosa giusta e la pasta che mangi no gli ingredienti

  3. Complimenti per l’articolo, Angelo! I tuoi sospetti mi sembrano fondati… é una storia che andrebbe approfondita… é probabile che ci sia altro da scoprire!
    Dove siamo arrivati! Dopo il Banco di Napoli e tutto il resto, ci vogliano portar via anche la pizza!

  4. Non solo é usato insistemente il termine di “pizza italiana” ma anche di di storia della “pizza contemporanea”… e qui il messagio subliminale mi pare evidente… voglio dire che la pizza napoletana, ovvero la vera pizza, é roba vecchia, del passato!

    Anche il sito “pizzaitaliana.me” non sembra animato dalle migliori intenzioni, visto che il Registrant del dominio é nascosto, mentre invece “universitadellapizza.com” é registrato al Molino Quaglia Spa e l’email fornita é proprio quella di Chiara Quaglia (vedi http://whois.domaintools.com/universitadellapizza.com)

  5. Qua c’e un equivoco. Questo “chef” esaltato non sapendo come chiamare la sua creazione e tra focaccia al pomodoro e gambero rosso e pizza l’a chiamata pizza. La pizza ai frutti di mare non e una novita da tutte le parti del mondo la consumano adesso se questo esaltato dopo aver studiato, osservato, ricercato non ha trovato niente di meglio che chiamarla pizza in onore alla pizza napoletana. Al mio parere mi fa pensare a dei “chef” francesi si montano la testa per cosi poco. La pizza napoletana non la supera nessuno e non sara il gambero rosso a farla impallidire basta vedere il numero di persone che nominano la pizza napoletana. Niente a che fare con quella dei polentoni e anche in quella li superiamo. Antonio

  6. Pingback: Passo indietro del Gambero Rosso: «scusate l’incompetenza» | il blog di Angelo Forgione – V.A.N.T.O.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...