Benevento e Napoli a braccetto nella storia

napoli_beneventoAngelo Forgione – Era un appuntamento con la storia, e lui, Brignoli, ci è arrivato puntuale. Perché un portiere che prova l’ultimo assalto, normalmente, va a piazzarsi al centro dell’area di rigore. Lui no, ne è rimasto ai margini, immaginando di irrompere a valanga per andare a intercettare la palla di slancio. Bravo lui, bravo il compagno Cataldi che gliel’ha messa lì, nel luogo dell’appuntamento. Perché sì, il Benevento retrocederà, ma un mondo per entrare nella storia, alla fine, l’ha pur trovato.
14 sconfitte di fila, interrotte alla 15ma giornata con il pareggio contro il Milan strappato all’ultimo respiro. Proprio come il Napoli 1926/27, buttato nella mischia con un gap tecnico enorme pur di assicurare la presenza nel campionato della città allora più popolosa d’Italia. La squadra di Ascarelli interruppe la sua striscia negativa pareggiando in casa contro il Brescia, conseguendo il primo punto, l’unico nelle 18 partite della traumatica stagione. Il club partenopeo, marchiato col cavallo sfrenato, simbolo di Napoli Capitale, fu declassato a ciuccio dalla stampa e dai tifosi, che soffrirono esattamente quello che stanno soffrendo i tifosi delle “streghe”.
Una campana e una lombarda, 90 anni fa come oggi. Dal Napoli al Benevento, lo scotto del calcio meridionale, quando riesce ad affacciarsi a quello nazionale, è condiviso.

 

L’Italietta del tifo e dei finti intellettuali

Angelo Forgione «Disprezzo i napoletani che non si sentono italiani». Parole di Giampiero Mughini, la stessa persona che preferirebbe essere nato a Parigi e non a Catania. «È lì che dovevo nascere, altro che il mare della Sicilia!», disse qualche tempo fa lo scrittore juventino.
Personaggi come Sofia Loren e Bud Spencer dicono e hanno detto di non essere italiani perché radicalmente napoletani, non perché parigini. Ma che ne può sapere un albero senza radici, che vorrebbe scegliersi la patria e che si è scelto la fede sportiva più conveniente?
I napoletani e tutti gli altri popoli italici non dovranno mica prendere lezioni di moralità da Mughini e dal suo “corano” Buffon, non buoni esempi di appartenenza e di etica, voci amplificate dal basso livello intellettuale dello star-system italiano che li ha resi “opinion leader”.
I napoletani e tutti gli altri popoli italici hanno piena facoltà di non sentirsi italiani finché non disprezzano gli altri. Che poi, solo chi sguazza nell’ignoranza del falsopatriottismo non sa che il popolo italiano non esiste, a meno che non lo si riconsideri in una visione più corretta di coesistenti e rispettose diversità e identità territoriali. Esiste la Penisola italiana o italica, non il popolo italiano. I napoletani, in generale, lo sanno, come lo sanno i sardi, i siciliani, i veneti, i friulani, etc.

È il Napoli “più” di sempre la grande bellezza del calcio italiano

Angelo Forgione Napoli ai preliminari di Champions League. Così impone la classifica a una squadra che ha sgretolato tutti i suoi record, e non solo i suoi. Inutile snocciolarli, valga per tutti il punteggio in classifica: 86 punti. È stato il Napoli più produttivo della storia, con una media punti di 2.26 a partita, la più alta di sempre, superiore anche a quella del Napoli scudettato 1989/90, a quota 2.11 nella conversione dei tre punti per vittoria, e a quello del 1986/87 (1.90), ma anche al primissimo Napoli di Sarri (2.15).
Al traguardo, il Napoli degli 86 punti e della grande bellezza non ha vinto il tricolore, non la Coppa Italia, e neanche ha centrato la qualificazione diretta in Champions. Ma non si può non evidenziare che la prima Juventus di Conte, nel 2012, ha fatto bingo con 84 punti, il Milan di Allegri, l’anno prima, con 82, come l’Inter del triplete di Mourinho. Ad alzare la quota scudetto, evidentemente, è stata la fame dell’ambiziosissimo Andrea Agnelli, voglioso di dimostrare ai cugini Elkann di essere manager all’altezza (e loro replicano ora con la Ferrari) e assatanato nel voler cancellare ogni concorrenza, nel voler battere il record di tricolori consecutivi, compreso quello conseguito dal nonno Edoardo. Sì, la Juventus ha messo in bacheca l’ennesimo tricolore e la Roma ha tamponato, di riffa o di raffa, la rincorsa azzurra. E tutti a chiedere a Sarri e ai suoi cosa sia mancato al Napoli. È mancato in autunno l’assetto trovato in inverno. È mancato qualche punto delittuosamente perso per strada. È mancata la forza economica della Exor e forse anche il debito che la Roma, assai spinta dagli arbitri lungo tutta la stagione, ha con Goldman Sachs. Ma il gruppo napoletano sente di non essere inferiore a nessuno, e vuole riprovarci dall’inizio, ripartendo da dove è rimasto, con gli equilibri trovati, per giocarsi lo scudetto davvero.
L’Olanda di Crujiff insegna che non è necessario essere vincenti per lasciare il segno nel football. Questo Napoli, la grande bellezza del calcio italiano, un segno lo sta lasciando. «È la squadra che gioca il miglior calcio d’Italia, tra le più spettacolari d’Europa», dicono i più titolati, da Guardiola a Capello. Ma alla banda-Sarri il bollino HQ non basta più.
Intanto cala il sipario su una stagione iniziata col grande tradimento, mitigato dall’immediato impatto di Milik. Una quadratura subito trovata e presto persa, con la necessita di trovare rimedio al traumatico infortunio del polacco in nazionale. Gabbiadini dentro, a Crotone, ma immediatamente espulso per una follia a centrocampo. Opportunità fallita, e Sarri convinto che la soluzione non poteva essere il poco sereno attaccante in cui non credeva. C’era Mertens a scalpitare, che già dalla primissima doppietta di Pescara aveva lanciato sguardi fulminanti al mister. Un po’ di rodaggio, con la squadra ad applicarsi attorno al suo tecnico, e poi il sangue si è sciolto: da Gennaio in poi, il Napoli ha iniziato a crescere, fino a diventare una vera e propria macchina da guerra. Milik, uscito da indispensabile a ottobre, è rientrato da comparsa a febbraio.
Gioco spumeggiante e meccanismi perfetti, palla nascosta a occhi chiusi, goal a raffica a rendere meno gravi quelli subiti di troppo, e Mertens, il rimedio, più goleador di Higuain in bianconero. Quasi tutti gli avversari asfaltati e Napoli campione di primavera, cioè primissimo nel girone di ritorno, coperto di complimenti e consensi. Ma non può finire qui.
Per il sodalizio azzurro si tratta pur sempre del diciassettesimo podio della sua vita sportiva, il quinto nelle ultime sette stagioni, che vale l’ottava partecipazione consecutiva alle competizioni europee, record nazionale in fieri. Si tratta di un club ben assestato nell’élite del calcio italiano ma anche in quello europeo, molto più saldamente del Napoli di Ferlaino sotto il profilo finanziario. Eppure la piazza è divisa, in una sterile diatriba oppositiva nei confronti di uno scorbutico presidente che opera in un territorio in cui è improbo fare impresa ad alti livelli, un imprenditore tronfio proprio perché consapevole di cosa voglia dire fare Calcio d’alto livello al Sud. Una parte della tifoseria pretende di più, nella convinzione che siano solo la passione e l’ampiezza di seguito a determinare le opportunità di un club e non le condizioni territoriali, che invece generano i più importanti vantaggi e limiti, a seconda di dove si operi. Un altro presidente, quello degli scudetti nati da sacrifici insostenibili, sollecita il rischio d’impresa, quello stesso rischio che egli prese non sulla sua pelle ma su quella di un club e di una tifoseria che avrebbero poi pagato i trionfi con tre lustri di anonimato e un doloroso fallimento. Provare a vincere è intento nobile per un club del Sud, ma è giusto provarci con la certezza di non uscire mai dal Calcio che conta. Il Napoli di De Laurentiis vi è entrato di prepotenza, vi resterà senza rischi, e ora si è messo pure in testa di trionfare.
Se dipendesse dalla banda-Sarri, il campionato potrebbe cominciare domenica prossima. Bisognerà invece attendere agosto per dare il via alla nuova stagione, difficile e stimolante. Altro giro, altra corsa. Ci sarà da sabotare il potere, da inceppare il meccanismo sportivo-finanziario che regola la Serie A. La torta è davvero dolcissima. Manca la ciliegina. Il meglio deve ancora venire.

Tra Aurelio e Gonzalo, i napoletani in mezzo

Angelo Forgione Ma cos’è questa faida tra Higuain e De Laurentiis con una clausola di 90 milioni in italia e 94 in Europa, alta, altissima, che nessuna società del calcio italiano avrebbe potuto pagare? Neanche la Juventus, se non avesse preso i 120 milioni di Pogba. Ne ha guadagnato il Napoli, perché un calciatore alla soglia dei 30, a quella cifra, non può lasciare rimpianti. Ne ha guadagnato Higuain, che ha avuto la squadra che voleva.
Bisogna mettersi il cuore in pace: a Napoli, che è un club italiano, i calciatori che esplodono non possono rimanere. Cavani, Lavezzi, Higuain, e poi magari Mertens e poi ancora chi verrà dopo. Più il Napoli sarà a certi livelli – e per fortuna – e più il suo patrimonio tecnico sarà nelle mire del calcio più ricco. Bisogna conoscere i limiti del club. Non li conosceva Higuain, evidentemente, quando, chiamato da Benitez, lo preferì alla Juventus lasciando il Real. Giusto un anno fa, dopo gli isterismi di Udine, frate Nicolas diceva che la famiglia Higuain aveva capito che vincere a Napoli è quasi impossibile.
I fischi, per Gonzalo, erano meritati. Non perché sia andato ma per come se ne è andato. E ora punta il dito platealmente. Robaccia, robaccia davvero; reazione a una insostenibile pressione da parte di chi cerca di riabilitarsi scaricandola sugli altri. E qualcuno pure ci casca.
Crediti pregressi? Rosa non competitiva? Altre ragioni? Tutto plausibile. Resta il fatto che alla fine tutto era nelle mani del calciatore, al quale spettava l’ultima parola. Arrivò la Juventus e lui disse sì. Mettiamola così: il presidente l’ha costretto ad andarsene? Lui ha scelto dove andarsene.
Voleva, Gonzalo, vendicarsi di qualcosa? L’ha fatto nel peggiore dei modi, fregandosene di una città intera, dei tifosi, sposando i colori più detestati e andando via come un ladruncolo nella notte, senza un saluto alla gente e al suo mentore-allenatore. E poi sono iniziate le ritorsioni, le frasi dette e non dette, le provocazioni di frate Nicolas, le pizze argentine e le facezie di ogni tipo, l’apprezzamento per la “bella e tranquilla” città di Torino. «Quando si cambia squadra lo si fa per trovare felicità, come successo a me. Non mi sono pentito», ha detto solo due giorni fa il Pipita. Era così tanto infelice costui, a Napoli?
Dopo l’apoteosi dei 36 goal e l’improvviso addio avrebbero dovuto raccontarci la verità e mai mettere Napoli e i napoletani in mezzo alla brutta faida. E meno male che questa tre giorni è passata, e che Gonzalo in riva al golfo più bello del mondo non ci tornerà per un bel po’. Che nausea!

25 anni fa lo scudetto dei veleni. Festa a Napoli e ira a Milano.

29 aprile 1990 – 29 aprile 2015: 25 sono gli anni trascorsi dal secondo e ultimo scudetto del Napoli. Un quarto di secolo, un periodo in cui solo Roma e Lazio, indebitandosi fino al collo, sono riuscute a portare altri due scudetti nel sud del Calcio.
Quello del 1990 fu lo scudetto dei veleni, uno scontro tra Nord ricco e Sud guastafeste, tra organizzazione ed estro. Vinsero Maradona e compagni, in situazioni poco chiare e tra strane dinamiche su ambo i fronti. Monetine (ininfluenti) e goal fantasma a far da sfondo a un finale di stagione pre-Mondiali culminato nell’ira di Berlusconi e soci, che non riconobbero la vittoria degli avversari, loro che due anni prima avevano trionfato tra gli applausi e la legittimazione dei napoletani, pur delusi da uno scudetto gettato alle ortiche. Il team manager Silvano Ramaccioni, in diretta tivù nazionale, affermò di non riconoscere “lo scudetto napoletano della slealtà”. Il regolamento della responsabilità oggettiva vigeva da anni ed era stato applicato più volte in precedenza, ma l’episodio interessò la lotta per lo scudetto tra una squadra ricca e potente del Nord e una straordinariamente forte del Sud. Vinse la seconda e la normativa fu rivista sulla scia dell’ira di Berlusconi e Galliani, ancora oggi influenti nelle scelte della giustizia sportiva (cancellazione chiusura settori per discriminazione territoriale).
Quello storico tricolore decretò la chiusura del grande ciclo del Napoli (anche se ne seguì una roboante vittoria in Supercoppa contro la Juventus) e la fine di un duello acerrimo e velenoso col nuovo potere berlusconiano, in forte ascesa. Dietro quel confronto sportivo tra Napoli e Milano (con l’Inter terzo incomodo) si addensano ancora oggi nubi nere: accuse di scudetti venduti e scommesse clandestine, di arbitri schierati; confessioni camorristiche di manovre politiche pro-Milan e di accordi di palazzo pro-Napoli (dettagli e approfondimenti sul mio saggio Dov’è la Vittoria di prossima uscita). Un’epoca così lontana, eppure così attuale. Anzi, eterna. Un’epoca riassunta in una dedica più recente di Maradona ai napoletani: «Abbiamo vinto contro tutto e tutti».

Razzismo anti-Napoli negli stadi a “il Settimanale” della TGR

Per la rubrica “Il Settimanale” della redazione RAI di Napoli, all’interno dello speciale sulla stagione degli azzurri, Cecilia Donadio ascolta Angelo Forgione all’esterno dello stadio San Paolo sul razzismo anti-napoletani negli stadi italiani combattuto nel silenzio delle istituzioni calcistiche, con ironia, orgoglio e vittorie.

Premio Fair-Play “Fortunato” a De Sanctis e Pisacane

Premio Fair-Play “Fortunato” a De Sanctis e Pisacane

la consacrazione di due esempi “difesi” da V.A.N.T.O.

Si è svolto Lunedì 27 Febbraio a Roma, presso la Sala della Protomoteca del Campidoglio, il IV premio “Andrea Fortunato” – Lo sport è vita, organizzato dall’Associazione Sportiva Fioravante Polito Onlus di S.Maria di Castellabate (Sa), promotrice della Biblioteca e del Museo del calcio Andrea Fortunato.
È stata l’occasione per premiare tra gli altri i calciatori Morgan De Sanctis e Fabio Pisacane con dei riconoscimenti per il Fair Play dimostrato. Candido Fortunato, fratello dello sfortunato calciatore Andrea ed organizzatore della kermesse, ha detto che: «era giusto premiare Pisacane, perché è stato il primo ad avviare questa nuova opera di ‘pulizia’ del calcio, essendo stato il primo a denunciare la corruzione. Morgan, oltre ad essere un campione dello Sport, lo è anche nella vita, come dimostrano tutti i suoi gesti di solidarietà. Nella vita ha un carattere schivo e poco avvezzo a pubblicizzarsi davanti alle telecamere, ma è veramente una bella persona».
Due esempi: un calciatore napoletano, primo vero sabotatore del calcioscommesse snobbato come non altri, e un altro del Napoli ferocemente infangato insieme a tutto l’ambiente partenopeo da sospetti privi di fondamento.

A sostenerli dalla prima ora V.A.N.T.O. c’era. E ora si rallegra con piena soddisfazione per aver sensibilizzato su Pisacane nell’ambito delle offese bergamasche e per aver sostenuto De Sanctis dando qualche noia a Juventus e Cesena (caso Rodriguez).