L’Italietta del tifo e dei finti intellettuali

Angelo Forgione «Disprezzo i napoletani che non si sentono italiani». Parole di Giampiero Mughini, la stessa persona che preferirebbe essere nato a Parigi e non a Catania. «È lì che dovevo nascere, altro che il mare della Sicilia!», disse qualche tempo fa lo scrittore juventino.
Personaggi come Sofia Loren e Bud Spencer dicono e hanno detto di non essere italiani perché radicalmente napoletani, non perché parigini. Ma che ne può sapere un albero senza radici, che vorrebbe scegliersi la patria e che si è scelto la fede sportiva più conveniente?
I napoletani e tutti gli altri popoli italici non dovranno mica prendere lezioni di moralità da Mughini e dal suo “corano” Buffon, non buoni esempi di appartenenza e di etica, voci amplificate dal basso livello intellettuale dello star-system italiano che li ha resi “opinion leader”.
I napoletani e tutti gli altri popoli italici hanno piena facoltà di non sentirsi italiani finché non disprezzano gli altri. Che poi, solo chi sguazza nell’ignoranza del falsopatriottismo non sa che il popolo italiano non esiste, a meno che non lo si riconsideri in una visione più corretta di coesistenti e rispettose diversità e identità territoriali. Esiste la Penisola italiana o italica, non il popolo italiano. I napoletani, in generale, lo sanno, come lo sanno i sardi, i siciliani, i veneti, i friulani, etc.

Mandorlini e il lamento del provocatore

Angelo Forgione – «Trentamila tifosi del Napoli hanno offeso l’allenatore della squadra avversaria, cioè io: a noi volevano chiudere la curva e ci hanno dato una multa di tremila euro per dei cori che nessuno ha sentito, trentamila tifosi che mi offendono invece niente». Così Andrea Mandorlini in esclusiva alla trasmissione Mediaset Tiki Taka, in riferimento alla partita di domenica del suo Verona al San Paolo, lamentando l’assenza di provvedimento da parte del Giudice sportivo che la settimana scorsa aveva squalificato la curva scaligera per presunti cori razzisti contro Muntari durante la partita con il Milan, sanzione poi tolta.
Difesa d’ufficio debole, di fatto personale, e in linea col personaggio, lo stesso che nel luglio 2011, in occasione della presentazione dell’Hellas Verona neo-promosso in Serie B, trascinò i suoi tifosi nel canto di “Ti amo terrone” (vecchia canzone degli Skiantos eletto a coro della curva dell’Hellas) per sbeffeggiare i salernitani, appena sconfitti e falliti. Il tutto sotto lo sguardo divertito di giocatori, società, sindaco (leghista) di Verona e autorità locali varie. Un allenatore, che per ruolo era (ed è) chiamato a educare allo sport e non all’ostilità, inciampato nell’errore – non l’unico – di omologarsi al mondo del tifo meno intelligente.
Il fatto è che Mandorlini fomenta malcostume e razzismo e poi si lamenta delle offese alla sua famiglia, mettendo sullo stesso piano un certo razzismo di provocazione, a cui ha evidentemente aderito, e una certa maleducazione diffusa di reazione. Reazione che sull’allenatore ravennate piovve già due mesi dopo l’episodio che lo vide protagonista, quando il calciatore napoletano Aniello Cutolo, con la maglia del Padova, fece goal al “Bentegodi” di Verona e andò ad esultargli in faccia, urlandogli: «ti ha fatto gol un terrone!». L’allenatore scaligero fu espulso e al calciatore, negli allenamenti dei giorni seguenti, fu assegnata una scorta da Carabinieri e Digos. I 70 chilometri di distanza tra Padova e Verona erano davvero poco rassicuranti.