La mentalità perdente di Napoli secondo il fortunato Profeta di Fusignano

Angelo Forgione«Napoli perdente!». Ipse dixit Arrigo Sacchi, la cui carriera è in qualche modo legata al Napoli più vincente che vi sia mai stato. L’ex tecnico romagnolo ha sparato a zero sulla piazza partenopea nel giustificare, in un’intervista al quotidiano spagnolo AS, il fallimento (o presunto tale) di Benitez, suo pupillo, all’ombra del Vesuvio. Ed è bufera.
«A Napoli – ha detto l’ex allenatore – Benitez ha trovato una situazione non facile perché è una città che non ha mentalità vincente. Quella squadra non ha mai vinto niente di veramente importante. Maradona, il migliore giocatore che ho visto in campo, non ha alzato là neanche la Coppa dei Campioni. Neanche è arrivato ai quarti. Lavorare in un ambiente così è difficile».
C’è poco da risentirsi. Sacchi ha detto una sacrosanta verità. La mentalità vincente manca al Napoli, e manca a tutto il calcio centro-meridionale. È un problema radicale, nativo, che coinvolge tutto il movimento calcistico della parte del Paese non industrializzata. Più ci si allontana dalla produttività settentrionale e più il Calcio diventa poesia, sentimento. Roma, ad esempio: è una delle capitali europee meno vincenti nel Football, disciplina in cui la mentalità vincente è fiorita nei centri industriali del Vecchio Continente. È proprio l’applicazione dello spietato metodo imprenditoriale nel Calcio ad aver prodotto successi, lavorati come in catena di montaggio, da “accantonare” appena fabbricati, e fabbricati ad ogni costo, possibilmente il più basso. Se per l’icona bianconera Boniperti «alla Juventus vincere non è importante ma è la sola cosa che conti», anche a costo di festeggiare un Coppa dei Campioni con dei cadaveri all’esterno di uno stadio, un motivo ci sarà. Se per Berlusconi è prioritario ostentare sulle maglie del Milan una patch con le sette Coppe dei Campioni vinte, un motivo ci sarà. Se Massimo Moratti si è svenato di oltre un miliardo di euro nell’arco della sua quasi ventennale presidenza dell’Inter, pur di cancellare la fama di perdente che si era costruito, un motivo ci sarà. Le varie proprietà di Juventus, Milan e Inter coincidono nel tempo con la maggiore nomenclatura imprenditoriale italiana, quei Rizzoli, Agnelli (intere generazioni), Moratti (padre e figlio) e Berlusconi che hanno compreso il ruolo veicolante del Calcio per la creazione di identità moderne e produttive.
Napoli, che piaccia o no, è un’altra piazza, un’altra Italia. Solo 15 podi in 72 stagioni in Massima Serie (2 volte primo, 5 volte secondo, 8 volte terzo), e la sua tifoseria di oggi non tiene conto del dato storico, migliorato dall’azzurro di Maradona con 5 podi (5 trofei) e da quello del contestato De Laurentiis con altri 3 (3 trofei), i due più vincenti della storia. Roma non ha fatto meglio, coi 21 podi giallorossi (in 85 campionati) e i 13 biancocelesti (in 75 campionati). Risparmio al lettore la quantità di podi, non di scudetti, delle squadre di Milano e Torino.
Napoli, come Roma, è piazza che non sa vincere, perché ogni importante battaglia vinta non l’archivia immediatamente, come in catena di montaggio, ma si abbandona a lunghe euforie che abbassano la soglia di concentrazione rispetto ai successivi impegni in guerra. Napoli, come Roma, è piazza che non sa neanche più perdere, perché se ci lascia le penne è colpa di chi non fa qualcosina per appagare la convinzione di meritare di più, dimenticando tout court le svantaggiose condizioni economico-sociali del territorio.
Sacchi, dunque, ha ragione, e c’è poco da risentirsi. Ma quel poco ha il suo perché proprio nella figura di Sacchi, uno baciato in fronte dalla fortuna. Arrivato al Milan dalla provincia senza aver fatto nulla di straordinario oltre a rifilare due sconfitte al ricco e rampante Berlusconi. Uno che ha vinto tanto in rossonero, dando spettacolo, ritrovandosi addosso la fama di miglior allenatore italiano di tutti i tempi. Lo fece in soli tre anni, complice il tasso tecnico messogli a disposizione dall’allora Cavaliere e il temporaneo sfarinamento del Napoli più vincente della storia, che gli regalò uno scudetto e lo lanciò nell’olimpo della Coppa Campioni. È lì, nel torneo continentale più importante (e molto più facile di quello di oggi), che costruì il suo mito, visto che nei successivi 3 campionati italiani si piegò a Trapattoni, Bigon e Boskov. Sacchi introdusse l’esasperazione del ritmo e del movimento senza palla, ma soprattutto la figura del preparatore atletico, vero segreto che gli consentì di far correre i suoi più di tutti, prima di tutti. Quando quella figura fu adottata dall’intero scibile calcistico, Sacchi finì di veder sfrecciare i suoi in campo con una marcia in più. Se ne andò a guidare la Nazionale, e per poco non vinse un mondiale senza nulla fare e con un Baggio in più, macchiando la fama che si era costruito con quella nuova e meno lusinghiera del “cul de Sac”. Risultati assai modesti a seguire, anche in Spagna e poi ancora in Italia. Il troppo stress lo portò al ritiro. Magari frustrazione da insuccessi per un uomo che aveva vinto tanto in poco tempo, il signor nessuno divenuto “il profeta di Fusignano” e chiamato a dover dimostrare di essere un vincente. Chi lo aveva sostituito al Milan [Fabio Capello] vinse più di lui, senza prendersi alcuna benemerita etichetta.
Non che si intenda sminuire chi ha saputo dettare un cambiamento del Calcio, ci mancherebbe. Ma quel cambiamento fu attuato senza applicare la cultura della sconfitta. Il Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere, e toccò livelli di fair-play molto bassi. Come non ricordare il pareggio-qualificazione della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90 contro l’Atalanta grazie a un rigore guadagnato (e trasformato) con una rimessa in campo non restituita agli orobici, mentre Sacchi se ne lavava le mani e si prendeva le invettive del collega Mondonico. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto al Napoli, quando, dalla panchina, Arrigo urlò di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellere lui e tre furibondi rossoneri. Il suo Milan chiuse nella vergogna il meraviglioso ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, presto riattivato. Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, espugnando il “San Paolo” e soffiando lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori (quello sì che era un pubblico che sapeva perdere). Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Cosa c’entra la mentalità vincente con la lealtà sportiva? C’entra, quando vittoria ad ogni costo significa calpestare l’etica. Sacchi frequenta oggi i salotti televisivi in qualità di opinionista, trasformandosi spesso a sproposito in educatore. Ha ragione a dire che a Napoli non c’è mentalità vincente ma è bene che non dimentichi che lo stimato Benitez ha fallito anche a Milano, con l’Inter, perché Moratti chiuse il portafogli dopo essersi svenato per vincere la Champions League. La crisi della raffinazione a livello europeo aveva avviato la spirale negativa dei bilanci in rosso della sua Saras. Sine pecunia ne cantantur missae. Se ne sta accorgendo anche l’ultimo Berlusconi, falciato dal lodo Mondadori. E se questo a Napoli è normale, a Milano lo è un po’ meno. A proposito di mentalità vincente.

25 anni fa lo scudetto dei veleni. Festa a Napoli e ira a Milano.

29 aprile 1990 – 29 aprile 2015: 25 sono gli anni trascorsi dal secondo e ultimo scudetto del Napoli. Un quarto di secolo, un periodo in cui solo Roma e Lazio, indebitandosi fino al collo, sono riuscute a portare altri due scudetti nel sud del Calcio.
Quello del 1990 fu lo scudetto dei veleni, uno scontro tra Nord ricco e Sud guastafeste, tra organizzazione ed estro. Vinsero Maradona e compagni, in situazioni poco chiare e tra strane dinamiche su ambo i fronti. Monetine (ininfluenti) e goal fantasma a far da sfondo a un finale di stagione pre-Mondiali culminato nell’ira di Berlusconi e soci, che non riconobbero la vittoria degli avversari, loro che due anni prima avevano trionfato tra gli applausi e la legittimazione dei napoletani, pur delusi da uno scudetto gettato alle ortiche. Il team manager Silvano Ramaccioni, in diretta tivù nazionale, affermò di non riconoscere “lo scudetto napoletano della slealtà”. Il regolamento della responsabilità oggettiva vigeva da anni ed era stato applicato più volte in precedenza, ma l’episodio interessò la lotta per lo scudetto tra una squadra ricca e potente del Nord e una straordinariamente forte del Sud. Vinse la seconda e la normativa fu rivista sulla scia dell’ira di Berlusconi e Galliani, ancora oggi influenti nelle scelte della giustizia sportiva (cancellazione chiusura settori per discriminazione territoriale).
Quello storico tricolore decretò la chiusura del grande ciclo del Napoli (anche se ne seguì una roboante vittoria in Supercoppa contro la Juventus) e la fine di un duello acerrimo e velenoso col nuovo potere berlusconiano, in forte ascesa. Dietro quel confronto sportivo tra Napoli e Milano (con l’Inter terzo incomodo) si addensano ancora oggi nubi nere: accuse di scudetti venduti e scommesse clandestine, di arbitri schierati; confessioni camorristiche di manovre politiche pro-Milan e di accordi di palazzo pro-Napoli (dettagli e approfondimenti sul mio saggio Dov’è la Vittoria di prossima uscita). Un’epoca così lontana, eppure così attuale. Anzi, eterna. Un’epoca riassunta in una dedica più recente di Maradona ai napoletani: «Abbiamo vinto contro tutto e tutti».