juorno.it: L’epopea del pomodoro, Forgione racconta come “l’americano” diventa “il Re di Napoli”

pubblicato il 10 febbraio 2019 su juorno.it

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juornoSe siete tra quelli che hanno letto Made in Naples, Dov’è la Vittoria e Napoli Capitale Morale, i precedenti racconti di Angelo Forgione, probabilmente non vi sareste aspettati dal passionario scrittore partenopeo un saggio sul pomodoro. E in verità non si immagina quanto il pomodoro possa essere protagonista di un’interessante storia capace di raccontare un pezzo importante d’identità napoletana e pure la storia d’Italia. E invece l’autore ha tirato fuori il Re di Napoli, “la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo”, in cui i protagonisti sono appunto due: il pomodoro e i napoletani. Una storia paradossale, perché Napoli ha circa duemilacinquecento anni, eppure solo da due secoli il pomodoro è assoluto protagonista della sua cucina, e da poco più di uno di quella italiana.
Tutto accade tra i secondo Settecento e il primo Ottocento, quando Napoli, già una Mecca europea della cucina, opera una complessa rivoluzione agricola che cambia le abitudini alimentari, e lo fa ponendo al centro il frutto rosso a bacca lunga, diverso da quello tondo che già nel Cinquecento gli spagnoli, partendo dal conquistato Messico,avevano condotto dalle parti del Vesuvio.

Forgione non si limita a scrivere che gli iberici non capirono el tomate e i napoletani sì, facendosi il terzo popolo al mondo a mangiarlo, dopo gli Inca e gli Aztechi, e il primo europeo.

L’autore svela come davvero sia esplosa la passione rossa, dopo quel che definisce un vero e proprio prodigio tangibile di san Gennaro capace di originare il pomodoro lungo vesuviano e di affiancarlo al pomodorino “del piennolo”. Una ricostruzione appassionante che ridefinisce tutta l’ampiezza internazionale dei rapporti diplomatici del Regno di Napoli alla vigilia delle tempeste rivoluzionarie e napoleoniche di Francia, che Forgione ha compiuto leggendo testi spagnoli, non italiani.

E da qui inizia tutta una ricostruzione filologica delle ricette dei grandi cuochi operanti a Napoli tra il Seicento e l’Ottocento, testimoni dell’evoluzione delle pietanze prima bianche e poi, una volta arrossate, divenute pilastri della cucina napoletana, fino alle definitive versioni. Ragù, Parmigiana di melanzane, Lasagne, la Pizza e pure gli Spaghetti all’Amatriciana, piatti che diventeranno italiani una volta conosciuti e talvolta modificati al Nord dopo l’Unità, e poi oltre i confini nazionali.

Ma l’italianizzazione del pomodoro deve abbattere il muro della denigrazione, e qui Forgione ci trasmette il pomodoro come paradigma della città.

A Regno d’Italia fatto, e a lungo, i pizzaiuoli di Napoli, la pizza napoletana e l’ingrediente che li imparentava alla pasta furono considerati un segno di una meridionalità rozza e popolana. Roba da spiantati straccioni napoletani che se ne cibavano per strada, con le mani, la consideravano i settentrionali; e pazienza se è proprio così che il popolo di Napoli aveva dettato una ricchezza culinaria all’aristocrazia borbonica e creato, ad esempio, la cultura della pastasciutta, diametralmente opposta per impiego, gusto e consistenza a quella osservata nei secoli precedenti. Ostracismo lentamente sconfitto dopo che qualcuno a Parma capì, intorno al 1880, che il pomodoro era ricchezza alimentare ed economica, e allora iniziò a coltivare quello tondo.

In silenzio e gradualmente, i piatti napoletani furono apprezzati da tutti, e divennero simboli della cucina nazionale, mentre l’industrializzazione italiana del pomodoro si configurava nella divisione tra comparto Nord, specializzato in produzione di derivati, e Sud, cuore dell’industria conserviera dei pelati.

L’ultima a vincere la discriminazione fu, udite udite, la pizza, nel dopoguerra, in soli cinquant’anni fattasi veicolo universale di un patrimonio immateriale dell’Umanità, l’Arte dei Pizzaioli Napoletani, quintessenza della creatività dei napoletani in cucina capace di fare la vera unità d’Italia in nome del pomodoro, non senza pagare un certo dazio: una crisi del lungo ‘Pomodoro pelato di Napoli’, simbolo di specificità territoriale che cresce solo al Sud, apprezzatissimo dagli chef di tutto il mondo ma oggi sacrificato alle meno pregiate e nutritive passate. Forgione, con il suo libro, combatte anche l’incultura alimentare, veicolata dalle moderne abitudini, che mistifica l’origine di certi piatti nazionali impreziositi da un frutto venuto dalle Americhe a trovare dignità alimentare e cittadinanza a Napoli, fino ad esserne incoronato re.

juorno.it: “Napoli Capitale Morale libro di vera conoscenza”

recensione di Napoli Capitale Morale a cura della redazione di juorno.itjuornopuntoit

“Napoli Capitale Morale” Così s’intitola l’ultimo libro di Angelo Forgione dopo  i grandi successi di Made in Naples e Dov’è la vittoriatutti editi da Magenes. Il sottotitolo è ancora più intrigante del titolo: Dal Vesuvio a Milano – storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa. Ancora un ottimo strumento fornito da Forgione per capire l’Italia, per comprendere le ragioni delle differenti velocità di Nord e Sud di oggi e per individuare le origini delle questioni meridionali irrisolte, ma anche per indirizzarsi verso le necessarie soluzioni, come nella tradizione per niente nostalgica dell’autore, che nei suoi lavori parte sempre dal passato ma per arrivare al presente, motivandolo, e poi provare a dare uno sguardo anche al futuro.
Nel titolo è chiaro il riferimento a Milano, la co-protagonista, ma è Napoli la prima attrice, perché oggi è la controversa metropoli del Sud ad aver bisogno di essere decifrata e capita. Forgione lo fa raccontandone il percorso storico, dal Quattrocento a oggi, ma tenendo d’occhio quello del capoluogo lombardo, che sembra non aver bisogno di approfondimenti. E invece ne ha, perché gli elementi dominanti della narrazione di entrambe si sono ridotti ai ritardi partenopei e ai progressi meneghini, alla criminalità organizzata napoletana e alla finanza milanese.
Il paradosso di Napoli è l’occultamento dei suoi valori positivi dietro l’immagine imposta del male; quello di Milano è l’eccessivo ingombro della sua immagine di città impegnata nel progresso.
Documentazione e passione vera affiorano dalla lettura di questo interessante saggio, ricco di fonti e spunti per capire come si sia passati da una capitale vera, la Napoli preunitaria dagli Angioini ai Borbone, a una capitale “morale” della nazione unita qual è Milano, che alla vigilia dell’unificazione era città subordinata a Vienna e a quell’Impero austriaco con cui Napoli aveva dialogato intensamente nel Settecento, allorché la corte asburgica aveva portato la cultura partenopea e le novità del Regno borbonico nel sottoposto Ducato lombardo. Dal 1861 in poi il rapporto è cambiato, le due città hanno smesso di rapportarsi ed è stata invece Milano ad anticipare tutti, tant’è che la sua galleria “Vittorio Emanuele” in ferro e vetro ha fatto da modello per la “Umberto I” di Napoli. Da periferica contea asburgica, il centro lombardo è cresciuto enormemente di rilevanza, fino ad affermare la sua identità di metropoli moderna ed europea e a diventare quel che era Napoli un secolo prima, ovvero meta di professionisti e talenti.
Forgione compie un interessantissimo percorso parallelo e intrecciato della storia di due città che fanno parte della stessa nazione, anche se non sembra, e lo fa con ricchezza di racconti e chiarimenti. Pur non essendo il presupposto dello scrittore, ne viene fuori anche un paragone pregno di riflessioni interessanti. Più che mai attuali quelle relative al ruolo della Massoneria e della Chiesa nei territori italiani, partendo dal Settecento, come pure quelle sulle manipolazioni mediatiche più recenti, di cui troppo spesso Napoli è vittima. Ma la lettura svela, tra tanti racconti, quel che si credeva di sapere e che invece non si sa ampiamente sui simboli culturali delle due città: il San Carlo e la Scala. Il padre del glorioso teatro milanese, Giuseppe Piermarini, non avrebbe mai potuto costruire quella sala e tutta la Milano neoclassica di fine Settecento se prima non fosse stato a imparare a Napoli alla cerchia di Luigi Vanvitelli. E fu un napoletano trapiantato a Milano a fondare Il Corriere della Sera, il quotidiano oggi più diffuso in Italia, e ancora un napoletano fu a definire Milano la “capitale morale”, ma con un significato ben diverso da quello che gli si è dato erroneamente dal dopoguerra in poi, con riferimento a Torino, non a Roma. Sempre un napoletano, nel primo Novecento, salvò dal fallimento la giovane fabbrica di automobili di Milano, creando il mito motoristico della “casa del biscione”, l’Alfa Romeo.
Un libro di vera conoscenza, insomma, davvero denso e completo, dal quale viene fuori tutta una realtà più concreta su Napoli, Milano e l’Italia impossibile da capire senza inoltrarsi nell’operazione ottimamente e opportunamente condotta da Angelo Forgione.