La crisi del pomodoro pelato

Angelo Forgione Ma quanto stiamo sbagliando, proprio noi italiani, con il pomodoro? Consumiamo soprattutto la passata (54%), il prodotto meno nobile perché ottenuto con scarti della lavorazione, pezzi eliminati dagli operai mentre i pomodori scorrono sui nastri delle industrie conserviere. Poi ci sono le polpe (21%) e solo pochi ormai preferiscono i pelati (11%), che sono il prodotto più sicuro e qualitativo, perché subiscono una trasformazione industriale solo minima e mantengono intatto il legame con la materia prima da cui originano, i pomodori lunghi di qualità, lavorati appena colti e conservati nel modo migliore. Maturati, poi lavati, bolliti, spellati, e infine inscatolati con succo naturale con aggiunta di acido citrico per salvaguardare le caratteristiche organolettiche del prodotto finito.

Tecnologi, nutrizionisti e chef stellati avvertono che i pelati sono la migliore tra le conserve di pomodoro, eppure sono diventati prodotto di basso consumo in Italia, mentre negli anni Ottanta costituivano la metà delle vendite. Di scatole di pelati se ne aprono soprattutto in Campania, e poi in Sardegna, nel Lazio e in Umbria, mentre in Molise e in Sicilia la quantità è pari a meno della metà delle regioni in testa, bassa quanto in Friuli. Il consumo si è sbilanciato verso passate, polpe e sughi pronti, prodotti soprattutto al Nord.Meglio vanno le cose all’estero, dove i pelati sono ancora il prodotto italiano preferito. Insomma, il pelato ce lo invidiano in tutto il mondo, è il pomodoro italiano più amato nel mondo, ma non il più mangiato in Italia.

Eppure una buona informazione sul mondo del pomodoro sta facendo crescere la diffidenza da parte dei consumatori nei confronti dei prodotti trasformati, e i recenti sequestri sono solo gli ultimi, tra i più eclatanti, ad avvertirci che l’industria conserviera, nel mirino dei Carabinieri del Reparto Tutela Agroalimentare, non è immune dalle frodi.

La produzione dei pelati sta calando drasticamente anno dopo anno. Il rischio concreto è quello di veder sparire lentamente dagli scaffali dei supermercati il miglior prodotto italiano, unico al mondo per qualità, biodiversità e lavorazione. Tutto questo mentre l’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (ANICAV) di Napoli, dal 2017, prova a tutelare e valorizzare il prodotto trasformato registrando il marchio “Pomodoro pelato di Napoli IGP” e la Coldiretti di Foggia si oppone perché la gran parte del pomodoro lungo, poi trasformato in Campania, viene coltivato in Capitanata. Una guerra tutta intestina di un Mezzogiorno che non riesce a valorizzare un suo unicum nel mondo, il simbolo più evidente della sua specificità e della sua qualità.

Tutto ciò senza dimenticare il pomodoro San Marzano, specifico pomodoro lungo coltivato in determinate aree territoriali delimitate tra le province di Napoli, Salerno e Avellino, l’eccellenza del pomodoro italiano nel mondo, che è ormai un frutto di nicchia, e quello vero è persino roba di soli contadini per consumo proprio.

L’invito è uno solo: acquistare i pelati e non le passate. E se proprio disturbano semini e bucce, esistono sempre gli utili passini, a manovella o elettrici. Per un pomodoro di qualità, e perché no, per l’economia del Sud.

per approfondimenti: il Re di Napoli

juorno.it: L’epopea del pomodoro, Forgione racconta come “l’americano” diventa “il Re di Napoli”

pubblicato il 10 febbraio 2019 su juorno.it

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juornoSe siete tra quelli che hanno letto Made in Naples, Dov’è la Vittoria e Napoli Capitale Morale, i precedenti racconti di Angelo Forgione, probabilmente non vi sareste aspettati dal passionario scrittore partenopeo un saggio sul pomodoro. E in verità non si immagina quanto il pomodoro possa essere protagonista di un’interessante storia capace di raccontare un pezzo importante d’identità napoletana e pure la storia d’Italia. E invece l’autore ha tirato fuori il Re di Napoli, “la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo”, in cui i protagonisti sono appunto due: il pomodoro e i napoletani. Una storia paradossale, perché Napoli ha circa duemilacinquecento anni, eppure solo da due secoli il pomodoro è assoluto protagonista della sua cucina, e da poco più di uno di quella italiana.
Tutto accade tra i secondo Settecento e il primo Ottocento, quando Napoli, già una Mecca europea della cucina, opera una complessa rivoluzione agricola che cambia le abitudini alimentari, e lo fa ponendo al centro il frutto rosso a bacca lunga, diverso da quello tondo che già nel Cinquecento gli spagnoli, partendo dal conquistato Messico,avevano condotto dalle parti del Vesuvio.

Forgione non si limita a scrivere che gli iberici non capirono el tomate e i napoletani sì, facendosi il terzo popolo al mondo a mangiarlo, dopo gli Inca e gli Aztechi, e il primo europeo.

L’autore svela come davvero sia esplosa la passione rossa, dopo quel che definisce un vero e proprio prodigio tangibile di san Gennaro capace di originare il pomodoro lungo vesuviano e di affiancarlo al pomodorino “del piennolo”. Una ricostruzione appassionante che ridefinisce tutta l’ampiezza internazionale dei rapporti diplomatici del Regno di Napoli alla vigilia delle tempeste rivoluzionarie e napoleoniche di Francia, che Forgione ha compiuto leggendo testi spagnoli, non italiani.

E da qui inizia tutta una ricostruzione filologica delle ricette dei grandi cuochi operanti a Napoli tra il Seicento e l’Ottocento, testimoni dell’evoluzione delle pietanze prima bianche e poi, una volta arrossate, divenute pilastri della cucina napoletana, fino alle definitive versioni. Ragù, Parmigiana di melanzane, Lasagne, la Pizza e pure gli Spaghetti all’Amatriciana, piatti che diventeranno italiani una volta conosciuti e talvolta modificati al Nord dopo l’Unità, e poi oltre i confini nazionali.

Ma l’italianizzazione del pomodoro deve abbattere il muro della denigrazione, e qui Forgione ci trasmette il pomodoro come paradigma della città.

A Regno d’Italia fatto, e a lungo, i pizzaiuoli di Napoli, la pizza napoletana e l’ingrediente che li imparentava alla pasta furono considerati un segno di una meridionalità rozza e popolana. Roba da spiantati straccioni napoletani che se ne cibavano per strada, con le mani, la consideravano i settentrionali; e pazienza se è proprio così che il popolo di Napoli aveva dettato una ricchezza culinaria all’aristocrazia borbonica e creato, ad esempio, la cultura della pastasciutta, diametralmente opposta per impiego, gusto e consistenza a quella osservata nei secoli precedenti. Ostracismo lentamente sconfitto dopo che qualcuno a Parma capì, intorno al 1880, che il pomodoro era ricchezza alimentare ed economica, e allora iniziò a coltivare quello tondo.

In silenzio e gradualmente, i piatti napoletani furono apprezzati da tutti, e divennero simboli della cucina nazionale, mentre l’industrializzazione italiana del pomodoro si configurava nella divisione tra comparto Nord, specializzato in produzione di derivati, e Sud, cuore dell’industria conserviera dei pelati.

L’ultima a vincere la discriminazione fu, udite udite, la pizza, nel dopoguerra, in soli cinquant’anni fattasi veicolo universale di un patrimonio immateriale dell’Umanità, l’Arte dei Pizzaioli Napoletani, quintessenza della creatività dei napoletani in cucina capace di fare la vera unità d’Italia in nome del pomodoro, non senza pagare un certo dazio: una crisi del lungo ‘Pomodoro pelato di Napoli’, simbolo di specificità territoriale che cresce solo al Sud, apprezzatissimo dagli chef di tutto il mondo ma oggi sacrificato alle meno pregiate e nutritive passate. Forgione, con il suo libro, combatte anche l’incultura alimentare, veicolata dalle moderne abitudini, che mistifica l’origine di certi piatti nazionali impreziositi da un frutto venuto dalle Americhe a trovare dignità alimentare e cittadinanza a Napoli, fino ad esserne incoronato re.

Il Re di Napoli al ‘Mattin8’

rdn_coverLa curiosità è un motore che mi tiene acceso, e che accende anche gli altri quando sentono l’identità parlare servendosi di me. Quando parlo di ciò che scopro e imparo vorrei che tutti ne sapessero. Non deve restare a me.
Le riflessioni dell’ottimo Salvatore Calise, conduttore del Mattin8 (Canale 8), in una piacevole discussione che non è semplice copertura di un palinsesto televisivo, sono di quelle che mi fanno capire che sono un folle, sì, ma anche che la follia può essere contagiosa.