Il cavallo, simbolo di Napoli: ecco dov’era

Angelo Forgione I racconti secolari ci dicono che nel cuore di Napoli, là dove oggi sorge l’obelisco a San Gennaro, l’attuale piazza Sisto Riario Sforza, sfogo della porta laterale del Duomo, insisteva un grande cavallo di bronzo su un piedistallo marmoreo, da cui nacque il simbolo di Napoli: il cavallo sfrenato, indicato dagli archeologi del Seicento come un Corsiero del Sole perché posto nei pressi di uno scomparso tempio di Apollo. Dal secolo XIII, quel cavallo identifica l’indomito e fiero popolo partenopeo e, probabilmente, l’identità solare della città.
Come si può osservare dall’illustrazione di Nicola d’Oratio, un incisore napoletano attivo alla fine del XVIII secolo, a quel tempo, in quel luogo, si affacciavano le primissime cattedrali cittadine, la Stefania e quella di Santa Restituita (quest’ultima ancora esistente e inglobata nel Duomo stesso).

La storia è leggendaria e risale alla conquista della città, nel 1253, da parte di Corrado IV di Hohenstaufen, figlio di Federico II. I napoletani si opposero strenuamente trincerandosi dentro le mura e lo Svevo dovette aprirsi un varco sotterraneo. Entrò, vinse e volle dimostrare di aver domato il popolo di Napoli facendo mettere un morso in bocca alla statua del Corsiero del Sole, venerato in nome del culto di Virgilio, che di Napoli era considerato protettore.

Si narra che il manufatto sia stato fuso nel 1322 per farne campane per il nuovo Duomo, costruito in luogo delle due cattedrali. Sarebbe stata una volontà dell’allora Arcivescovo, che avrebbe così inteso cancellare ogni credenza verso quel colossale cavallo, ritenuto dai napoletani capace di guarire i cavalli malati per antica magia di Virgilio.

Sparì in qualche modo il grande corsiero di bronzo, ma restò simbolo della Città, raffigurato in atteggiamento sfrenato e indomito, esattamente come il popolo napoletano, nelle effigi istituzionali, compresi, in epoca moderna, gli stemmi della Provincia di Napoli (poi Città Metropolitana) e del Calcio Napoli (poi declassato a ciuccio).

L’allegoria della Giustizia alla Reggia di Caserta

Angelo Forgione – La Sala di Astrea nell’Appartamento Ottocentesco della Reggia di Caserta, un tempo adibita ad “Anticamera per i Gentiluomini di Carriera, Ambasciatori, Segretari di Stato e di altre persone privilegiate” in attesa di accedere alla successiva Sala del Trono, prende il nome dal dipinto sul soffitto del francese Jacques Berger che raffigura la Dea della Giustizia, Astrea appunto, fra la Verità e l’Innocenza, mentre la Prepotenza, l’Ignoranza, e l’Errore si danno alla fuga. Si suppone che il pittore, tra i preferiti dal Re di Napoli Gioacchino Murat, si sia ispirato alla regina Carolina Bonaparte per connotare le fattezze di Astrea.
In questa sala, su uno dei camini, cattura l’attenzione l’altorilievo in stucco dorato di Astrea tra Ercole e il Regno delle Due Sicilie, già commissionato nell’ottobre del 1813 dallo stesso Murat allo scultore tedesco Konrad Heinrich Schweickle, che si rifiutò ripetutamente di realizzarlo, e poi compiuto nel 1822 da Domenico Masucci, professore onorario del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, durante la restaurazione borbonica. È un’allegoria neoclassica di forte fascino identitario che presenta al centro Astrea con una astrea_2bilancia stretta nella mano sinistra e un archipendolo nella destra a simboleggiare la giustizia che governa il Regno. A sinistra, la figura mitologica di Ercole, abbigliato con la pelle di leone, che tiene con una mano una clava e con l’altra un giglio. La clava, simbolo farnesiano, e il giglio, emblema borbonico, rappresentano l’unione tra la parmigiana Elisabetta Farnese e il francese Filippo V di Borbone, re di Spagna, da cui nacque Carlo, capostipite dei Borbone di Napoli. A destra, la personificazione del Regno Due Sicilie: una donna con una corona turrita in capo (poi adottata anche come rappresentazione dell’Italia) su cui si erge il “Corsiero del Sole”, ovvero il cavallo sfrenato simbolo di Napoli, e nella mano sinistra lo scudo della Trinacria, simbolo di Sicilia. Dietro si scorge un cono di pigna, rappresentazione iconografica della ghiandola endocrina Pineale, quella che oggi chiamiamo Epifisi, un organo che riceve più sangue di qualsiasi altra ghiandola nel corpo, fondamentale per una maggior chiarezza mentale e una visione interiore (terzo occhio), ed è quindi segno di distinzione di un’élite spirituale.
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