Bandiera delle Due Sicilie in caserma, storia di sconfinamenti.

Angelo Forgione – Corre sul web la notizia della denuncia (non arresto) di due persone, Ferdinando Ambrosio (36) e Nicola Terlizzi (38), per aver esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilie al termine della Corsa Storica dei Bersaglieri a Monte di Dio del 22 ottobre. Sarebbero stati fermati dalla Digos e denunciati per vilipendio alla nazione italiana e introduzione in luogo vietato.
Ambrosio e Terlizzi, evidentemente, intendevano lanciare un messaggio preciso, ben consci che i Bersaglieri (come i Carabinieri) sono un’Arma di origine piemontese, costituita nel 1836, utilizzata negli stupri e nei saccheggi dei territori meridionali durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, e rappresentano un simbolo di piemontesizzazione della Penisola. Il problema, nella poco chiara vicenda di cui sono protagonisti i due manifestanti, sta proprio nel luogo in cui sarebbe avvenuto il fermo: la caserma “Nino Bixio”, tra l’altro assegnata alla Polizia di Stato ma un tempo “Gran Quartiere di Pizzofalcone”, fortezza del Seicento costruita per accogliere le truppe fino ad allora alloggiate ai Quartieri Spagnoli e poi assegnata dopo l’Unità al 1° Reggimento dei Bersaglieri di Napoli, dedicata a Nino Bixio, colui che nel 1863 scrisse alla sorella riguardo al Meridione: “[…] Se io dovessi vivere in queste regioni preferirei bruciarmi la testa… […] Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili!”.
Storie di altri tempi che qualcuno cerca di riaffermare. «Abbiamo mostrato la bandiera alla fine della parata – dice Nando Ambrosio – quando alcune telecamere della Rai stavano riprendendo i bersaglieri che si salutavano. A quel momento è successo un pandemonio, coi bersaglieri intorno che ci gridavano di tutto. Siamo stati circondati e poi condotti in una stanza, dove ci hanno perquisiti, interrogati e denunciati».
È bene chiarire che non esiste una legge che vieti l’esposizione di uno stato preunitario, ma esiste un Cerimoniale di Stato, secondo il quale è vietato esporre sugli (e negli) edifici pubblici istituzionali bandiere e vessilli non istituzionali o privati o di parte, ovvero possono essere esposte esclusivamente bandiere pubbliche istituzionali. Il fatto è che i manifestanti hanno evidentemente mostrato la bandiera in un edificio istituzionale d’ambito militare, durante un evento celebrativo, e questo giustificherebbe il sequestro del corpo del reato, ossia il vessillo. Altra faccenda è il vilipendio alla Repubblica, alle istituzioni, alle forze armate e alla bandiera italiana, che non appare chiaro dai fatti denunciati dai due manifestanti, i quali assicurano (e se ne assumono la responsabilità) di non aver lanciato insulti o frasi ingiuriose. L’Articolo 290 del Codice Penale prevede una multa da euro 1.000 a euro 5.000 “a chi pubblicamente vilipende le forze armate dello Stato o quelle della liberazione”. Gli articoli 291 e 293 prevedono la stessa sanzione per chi vilipende la nazione italiana e chi offende la bandiera o altro emblema di Stato attraverso ingiuria, distruzione, dispersione, deterioramento, occulatamento e imbrattamento della bandiera nazionale. Il verbale di sequestro indica il vilipendio alla nazione italiana. Non risulterebbe insulto o atto di manomissione da parte dei fermati, la cui colpa sembra essere quella di aver esposto la loro amata bandiera in un luogo in cui non potevano neanche entrare, per giunta in prossimità di telecamere, non di averla esposta. Insomma, una storia di sconfinamenti. Del resto, l’Italia è nata da un’invasione.

Campanello d’allarme in FIGC. De Laurentiis ritiri il sostegno a Tavecchio

Angelo Forgione – La frase sul fantomatico Opti Pobà pronunciata da Carlo Tavecchio, candidato alla presidenza della FIGC, è bene rammentarla: «L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare. Noi invece diciamo che Opti Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio, e va bene così». E la sua forte candidatura ha iniziato a scricchiolare.
Attenzione a non sottovalutare il problema, identico a quello creatosi con l’applicazione della norma sulla discriminazione territoriale. Tavecchio ha detto qualcosa di eticamente sbagliato e i suoi sostenitori, Galliani in testa, sono corsi ai ripari sostenendo che la frase, pur infelice, non è grave, e che Tavecchio non è razzista. Proprio come quando, sempre gli stessi (insieme a certa stampa), dicevano nel corso della scorsa stagione che i cori contro Napoli erano semplici sfottò. Il problema non è se Tavecchio sia razzista o meno, dibattito che andrebbe ignorato totalmente per dedicarsi piuttosto al suo non pulito curriculum di sindaco nel Comasco, ma se egli sia adeguato al delicato ruolo che chiede di ricoprire. Con che coraggio Tavecchio, in qualità di presidente della FIGC, potrebbe accodarsi alla campagna contro il razzismo di FIFA e UEFA? Con quale faccia potrebbe prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di discriminazione territoriale che abbiamo ascoltato e visto negli stadi di mezza Italia? Gli riderebbero tutti in faccia. Ecco perché il napoletano De Laurentiis dovrebbe ritirarne il sostegno. Tavecchio non è più credibile in questo senso ed è di fatto bruciato. Dopo la frase “infelice”, una Federazione in ginocchio e bisognosa di rinnovamento lo metterebbe alla porta, a prescindere dai programmi. È una questione etica, non personale, e tra le due cose c’è un netto confine, quando c’è serietà. Invece gli interessi in ballo tengono in piedi una persona ormai impresentabile. Se dovesse essere eletto sarebbe non solo l’ennesima conferma di irresponsabilità del “palazzo” ma un nuovo pericolosissimo segnale. Intanto abbiamo già capito che la morte di Ciro Esposito non ha insegnato nulla.

Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano perfettamente ragione!»

Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano ragione!»
il Sottosegretario contro la retorica dei festeggiamenti di Italia 150 

Angelo Forgione – Nel “mare magnum” della retorica risorgimentale che ha caratterizzato i festeggiamenti del 150° anniversario dell’unità d’Italia, è da registrare una voce istituzionale che si è chiamata fuori dal racconto delle bugie e dall’omissione della verità storica. Si tratta di Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in una intervista telefonica rilasciata a Klaus Davi ha definito i piemontesi come brutali invasori di uno Stato sovrano, smitizzando l’epopea garibaldina e riconoscendo il valore dei soldati borbonici.