Eurispes: dal 2000 al 2017 il Centro-Nord ha sottratto 840 miliardi al Sud

eurispes_2020

Angelo ForgioneCome dice la canzone più famosa d’Italia? Il Sud rapina il Nord? Il Nord è la mammella di tutto il Sud? Roba da giornalacci e da trasmissionacce nazionali che nascondono o non sanno individuare la verità di un Centro-Nord che beneficia di una spesa pubblica superiore a quella destinata al Sud e che, sottoforma di beni e servizi, ottiene dal Sud più di quello che gli “elargisce”.
Ce lo conferma anche il freschissimo 32° Rapporto Italia di Eurispes, l’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, che ha fatto le pulci alla spesa pubblica nelle aree geografiche d’Italia relativa al periodo 2000-2017. Sentenza scontata per chi conosce la Questione meridionale e la sua persistenza:

Emerge una realtà dei fatti ben diversa rispetto a quanto diffuso nell’immaginario collettivo che vorrebbe un Sud ‘inondato’ di una quantità immane di risorse finanziarie pubbliche, sottratte per contro al Centro-Nord. Dal 2000 al 2017 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le Regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale. Se della spesa pubblica totale, si considera la fetta che ogni anno il Sud avrebbe dovuto ricevere in percentuale alla sua popolazione, emerge che, complessivamente, dal 2000 al 2017, la somma corrispondente sottrattagli ammonta a più di 840 miliardi di euro netti (in media, circa 46,7 miliardi di euro l’anno).

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, è eloquente:

«Sulla Questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d’Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva. All’interno di questo Rapporto si trova una descrizione della vicenda meridionale ricca di dati e di informazioni prodotti dalle più autorevoli agenzie nazionali ed internazionali che certificano come siamo di fronte ad una situazione letteralmente capovolta rispetto a quanto comunemente creduto».

Il rapporto Eurispes evidenzia una realtà che proprio non vuole entrare in testa a chi abbocca alle faziose descrizioni delle interdipendenze italiane limitandosi ai trasferimenti statali dalle regioni ricche a quelle povere:

Il Prodotto interno lordo al Nord Italia dipende molto poco dalle esportazioni all’estero e per grossissima parte invece dalla vendita dei prodotti al Sud, il quale a sua volta nei confronti dello scambio di prodotti con il Nord Italia mostra valori in perdita di diversa gravità.
La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia, tutta a vantaggio del Settentrione è resa possibile, paradossalmente, proprio da quei tanto discussi trasferimenti giungenti da Nord a Sud, come frutto delle tasse pagate dal Settentrione. Se questi ultimi infatti fossero oggi annullati o semplicemente ridotti, il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, subendone le conseguenze peggiori.
A conti fatti, a fronte dei 45 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord compiendo il percorso inverso.

Dunque, il Presidente dell’Eurispes precisa anche che: «ogni ulteriore impoverimento/indebolimento del Sud si ripercuote sull’economia del Nord, il quale vendendo di meno al Sud, guadagna di meno, fa arretrare la propria produzione, danneggiando e mandando in crisi così la sua stessa economia». Realtà da me ampiamente descritta più volte in passato. Basta copiare e incollare un passaggio del mio libro Dov’è la Vittoria (pag. 44-45):

Del danaro fa il tragitto Nord-Sud e dell’altro compie il percorso inverso. Il Sud riceve flussi di reddito, ma fornisce forza lavoro ed è gran mercato di sbocco per le merci delle industrie del Nord. La produzione settentrionale, infatti, è competitiva nel Meridione e molto meno all’estero, il che significa che a ogni drastica riduzione dei consumi al Sud corrisponde una riduzione del PIL al Nord. I due territori sono legati a doppio filo e l’economia settentrionale, che vanta di poter essere autonoma e lamenta di essere frenata, in realtà subisce conseguenze negative a ogni calo del potere d’acquisto dei “terroni”. Le due Italie sono evidentemente diverse da sempre, ma molto più coinvolte in un percorso comune di quanto la superficialità del dibattito faccia pensare. Il vero problema è che si tratta di un cammino intrapreso con una macchina inadeguata. La struttura economica italiana, così com’è, rappresenta un limite per tutti, anche per chi guida. Il ragionamento è semplice: se un territorio produce tanta merce e la sua offerta si scontra con una contrazione della domanda, quel territorio è costretto a ridurre la produzione, incassando meno soldi del previsto. Ecco spiegato il motivo per cui, al di là dell’evidenza della divaricazione, negli anni della recente recessione si è registrata un’impennata di chiusure aziendali al Nord, sia pure in percentuale minore rispetto al Sud. L’Italia, spinta dalle economie europee più forti e dai cartelli di alcuni soggetti opachi, ha fronteggiato l’ingente passivo delle sue finanze aumentando il carico fiscale in modo massiccio e iniquo, colpendo le fasce più deboli e generando disoccupazione e calo del potere d’acquisto. Le reciprocità economiche italiane e le interdipendenze del mercato interno ne sono uscite pesantemente indebolite, con un Sud in ginocchio e un Nord disorientato da una recessione mai affrontata prima.

In termini di acquisti di beni e servizi il valore di quanto va dal Sud al Nord è pari a circa 70 miliardi annui. Va infine precisato che il Rapporto Eurispes non tiene conto dell’emigrazione sanitaria (2 miliardi/anno), della spesa delle famiglie del Sud per formare laureati destinati al Centro-Nord (20 miliardi/anno) e di tutta la raccolta agli sportelli bancari al Sud delle banche del Centro-Nord (700 miliardi/anno) con cui si coprono i finanziamenti fatte alle aziende settentrionali.

1463-2018, il Banco di Napoli finisce qui

Angelo Forgione Venerdì 23 novembre 2018: ultimo giorno operativo dell’istituto bancario più solido d’Italia al momento dell’unità, il più antico operante d’Europa, quello che ha creato la finanza, seppur posteriore al più antico Banco di San Giorgio, nato a Genova nel 1407 e cessato nel 1805. Ora il primato passa al Monte dei Paschi di Siena (in attività dal 1472 come Monte di Pietà), salvato con mille artifici dal Governo così come la banche venete e le altre piccole banche popolari, ben più pregiudicate di quanto non fosse il glorioso istituto napoletano nel 1994.

Ultimo atto di colonizzazione, il Banco di Napoli, con tutta la sua storia, finisce qui. Restano solo il marchio e le insegne; prima o poi andranno via anch’esse. Resta la Fondazione Banco di Napoli, indipendente, il cui archivio storico in via dei Tribunali è la più imponente raccolta di documentazione bancaria esistente al mondo, contenente notizie rilevanti per la storia economica, sociale ed artistica del Mezzogiorno d’Italia e dei suo rapporti con l’estero. E resta il detto popolare “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignamme, ‘o bbanco ‘e Napule nunn’ê ‘mpegna”.

La fine del Banco di Napoli è solo l’atto formale di un’acquisizione torinese avvenuta già anni fa, nel totale silenzio della città. Era il 2002, periodo in cui anche la SSC Napoli andava incontro al destino di una crisi irreversibile. Immaginate se ad acquisire il club azzurro fosse stata la proprietà della Juventus (ci andò vicino quella dell’Udinese)… I napoletani sarebbero scesi in piazza e bloccato la città. Ma era “solo” una banca, motore dell’economia meridionale, e non valeva la pena perdere il sonno per un pilastro della città che finiva in mani settentrionali. Come ormai lo sono tutte le banche del Meridione, nelle mani dei gruppi del Nord, i quali, a loro volta, “dipendono” dal sistema finanziario internazionale.
La conseguenza disastrosa è che con la raccolta degli sportelli del Sud, quindi coi risparmi dei meridionali, si coprono i finanziamenti fatti dalle banche alle aziende del Nord.
Si tratta di “servizi”, una voce silenziosa che, insieme ai “beni”, serve a trasferire danaro dal Sud al Nord (come evidenziai un anno fa a Mediaset; ndr). Cioè, il meridionale risparmia qualcosa al supermercato, là dove compra soprattutto Nord? Il suo risparmio, depositato in banca, serve per sostenere l’economia del Nord.

E infatti il recente rapporto 2018 della Svimez dedica un capitolo a smontare nuovamente la teoria secondo la quale il Mezzogiorno drena risorse dal Nord, quantificando le risorse economiche e umane che si spostano dal Settentrionale al Mezzogiorno e viceversa. Se da un lato si ci sono “i trasferimenti netti di risorse pubbliche che da Nord vanno a Sud”, dall’altro ci sono “corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord”.
A queste interdipendenze contribuiscono anche le banche. Gli economisti della Svimez ricordano proprio come a Sud negli ultimi anni siano proliferati istituti di proprietà non meridionale e che allo stesso tempo alcune banche hanno mantenuto la sede legale nel Mezzogiorno ma sono entrate e far parte di gruppi bancari del Centro-Nord. Ciò ha favorito “una tendenza in atto da tempo di impiegare la raccolta bancaria delle Regioni meridionali per finanziare investimenti maggiormente remunerativi e meno rischiosi nelle aree più produttive del Paese, invece di utilizzarla per dare credito al sistema produttivo locale”.
E poi i consumi. Secondo le stime degli economisti, è sulle spese dei meridionali che si fonda un pezzo di ricchezza del resto del Paese. Una fetta non indifferente. Il mercato di destinazione del Sud genera al Centro Nord un Pil pari alla metà di quello che genera tutto il mercato estero. Stando ai numeri, per rispondere alla domanda di consumo e investimento dei meridionali, al Nord si è prodotta ricchezza per un ammontare di 186 miliardi di euro. Senza contare i 175mila giovani meridionali che studiano e consumano nel Settentrione, e nemmeno quelli che vanno a farsi curare negli ospedali lontani.

STORIA A TAPPE DEL BANCO DI NAPOLI

1463 – La cassa di depositi e prestiti della “Casa Santa dell’Annunziata”, esegue le prime operazioni come banco pubblico.

1539 – Costituzione del Monte della Pietà di Napoli in via S. Biagio dei librai con finalità filantropiche per prammatica di espulsione degli ebrei emessa dal vicerè Pedro de Toledo, al fine di risolvere i problemi di usura generati dagli stranieri e dai banchieri genovesi che facevano prestiti ai napoletani.

1569 – Il Monte di Pietà di Napoli istituisce la “fede di credito”, inventando di fatto l’assegno cartaceo che sostituisce la moneta in contanti.

1794 – Ferdinando di Borbone riunisce i banchi pubblici di Napoli e istituisce il Banco Nazionale di Napoli.

1808 – Gioacchino Murat, nell’interregno napoleonico, rinonima il Banco Nazionale di Napoli in Banco delle Due Sicilie.

1818 – Dolo la Restaurazione, il Banco delle Due Sicilie istituisce la Cassa di Sconto per sostenere l’economia del Sud erogando ingenti finanziamenti, e apre due filiali in Sicilia, a Messina e a Palermo, e successivamente a Bari. In tre anni il patrimonio raddoppia.

1849 – Ferdinando II di Borbone suddivide il Banco delle Due Sicilie in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro, con amministrazioni separate.

1862 – Con la legge Pepoli si estende la lira piemontese a tutto il nuovo Regno d’Italia. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia hanno facoltà di emettere moneta italiana.

1893 – In seguito all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana, si rende necessario il riordino degli istituti di emissione. Nasce la Banca d’Italia, fusione fra tre degli istituti esistenti, la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superano la crisi brillantemente e continuano la loro attività autonomamente.

1906 – A seguito della grande emigrazione italiana verso le Americhe, il Banco di Napoli apre una filiale a New York, a cui seguono quelle di Chicago e Buenos Aires, divenendo la prima banca italiana con filiali all’estero. Due filiali anche nei territori africani conquistati, a Tripoli e a Bengasi.

1926 – La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, obbliga gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. L’emissione diviene così ad esclusivo appannaggio della Banca d’Italia e il Banco di Napoli perde la facoltà di emettere banconote, assumendo la qualifica di Istituto di credito di diritto pubblico.

1939 – L’architetto Piacentini cura la facciata della sede del Banco di Napoli di Via Toledo.

1988 – Il Banco di Napoli, dopo la ripartenza del dopoguerra, conta filiali a Buenos Aires, Francoforte, Hong Kong, Londra, New York, Parigi, Madrid, e uffici di rappresentanza a Bruxelles, Los Angeles, Zurigo, Sofia, Mosca oltre a filiazioni come il Banco di Napoli International a Lussemburgo.

1991 – Il Banco di Napoli è il primo banco pubblico ad attuare la “Legge Amato”, sdoppiandosi in Banco di Napoli SpA per le attività creditizie e Fondazione Banco di Napoli con finalità culturali e filantropiche.

1994 – Inizia la crisi della Società bancaria, frutto di una fallimentare politica creditizia di tipo clientelare garantita dal potente dirigente di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia (colui che nel 1984 ha garantito al Napoli la liquidità necessaria per il sensazionale acquisto di Maradona), che esce di scena a seguito di un’ispezione Bankitalia. Restano scoperti migliaia di miliardi di finanziamenti erogati a imprenditori meridionali, partiti politici ed enti pubblici insolventi. Le consistenti perdite rendono indispensabile l’intervento straordinario del Governo, finalizzato alla privatizzazione dell’Istituto. Il Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, azzera il capitale sociale per rendere il Banco un bene senza valore da vendere all’asta.

1997 – Il Banco di Napoli viene acquistato da una cordata formata dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni e dalla Banca Nazionale del Lavoro per 61,4 miliardi di vecchie lire, una cifra decisamente inferiore al valore di una banca con circa 800 sportelli in tutt’Italia.

2002 – Dopo una paralisi gestionale, la cordata INA-BNL rivende il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI, realizzando una plusvalenza enorme che consente il salvataggio della BNL, in forte crisi da un decennio per alcune operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta. Per salvare l’istituto romano viene sacrificato quello napoletano. Cancellata la plurisecolare autonomia ed azzerata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno.

2006 – A seguito della fusione del Gruppo Sanpaolo IMI con gruppo Intesa, il Banco di Napoli viene trasformato in un semplice istituto pluriregionale limitato al risparmio e al credito a famiglie e piccoli operatori economici di Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

2018 – Il Banco di Napoli è inglobato da Intesa San Paolo, che ne conserva solamente il marchio e le insegne. Fine della storia.