La coralleria di Torre del Greco è IGP non-agri

Angelo Forgione  Su richiesta di Assocoral, affidata poi al Consorzio Corallo e Cammeo torrese e sostenuta dal Distretto Orafo Campano, l’artigianato del corallo e quella del cammeo di Torre del Greco sono tra le prime quattro produzioni artigianali italiane pubblicate sul Bollettino nazionale delle Indicazioni Geografiche Protette per prodotti artigianali e industriali, le cosiddette ‘IGP non-agri’. Non prodotti alimentari, per una nuova stagione di tutela e valorizzazione delle produzioni artigianali e industriali italiane d’eccellenza, avviata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Le altre due IGP non-agri sono quelle del vetro di Murano e dei merletti di Burano. Due napoletane e due veneziane.

È il riconoscimento per un artigianato che è divenuto peculiare nell’antica città di Turris Octava, il nome che fu di Torre del Greco, distante otto miglia da Napoli, poi ribattezzata in nome dell’uva Greca e del suo vino. Lì, il corallo cominciò ad essere pescato in grandi quantitativi dal XV secolo.

L’esplosione artigianale avvenne nel periodo borbonico. Il corallo veniva procurato dai coraggiosi pescatori torresi, abituati a spingersi anche fino alle coste settentrionali dell’Africa pur di recuperare la preziosa materia prima.
Ferdinando di Borbone, nel 1790, intese regolamentarne la pesca e il commercio promulgando il Codice Corallino per disciplinare la pesca e imporre la lavorazione e la vendita all’interno del Regno di Napoli, nonché lo statuto della nascente Real Compagnia del Corallo, “stabilita da Sua Maestà per lo commercio di una sì ricca mercanzia”. Lo scopo era creare un polo monopolistico a Torre del Greco per la lavorazione e il commercio del corallo, affrancando i pescatori locali dagli intermediari stranieri, soprattutto livornesi, ai quali erano costretti a vendere il cosiddetto oro rosso.

«Ho perduto la spugna d’oro del mio regno», disse il Re apprendendo della distruzione di Torre del Greco dopo la terribile eruzione del Vesuvio del giugno 1794, riferendosi all’ingente ricchezza che fruttava il commercio corallino e più ampiamente ittico del luogo.
La lavorazione torrese del corallo non si arrese alla furia del Vulcano e ai disordini della Repubblica Partenopea del 1799, e crebbe di pregio al punto che alla metà dell’Ottocento non vi era forestiero che non acquistasse a Napoli, prima di lasciare la città, qualche buon ornamento femminile in forma di collane, orecchini e cammei.

A Torre del Greco, nel 1878, con Regio decreto del Regno d’Italia, su proposta del ministro della pubblica istruzione Francesco de Sanctis, fu istituita la Regia Scuola per la lavorazione del corallo. L’istituto fu convertito dieci anni più tardi in Regia scuola di incisione sul corallo e di arti decorative industriali, con perfezionamento delle tecniche di lavorazione di madreperla, conchiglie, pietra lavica, avorio, corno e tartaruga. Sì, carapace di tartaruga lavorato, un’altra eccellenza però scomparsa per esigenze ambientaliste, ma questa è una storia pazzesca che, chi vorrà, potrà leggere nel mio Napoli svelata.

Torre del Greco divenne uno dei centri produttivi mondiali per la lavorazione corallina e fucina di manufatti di buon pregio per il pregevolissimo eclettismo napoletano. I simboli complessi di tanta maestria sono oggi in mostra alla Reggia di Caserta: la culla di Vittorio Emanuele III, realizzata nel 1869 da artisti vari, e quella per la neonata principessa Maria Pia di Savoia, realizzata nel 1934 dalla fabbrica di coralli “Giovanni Ascione & Figlio”, ancora oggi operante. Ornate con coralli e cammei di conchiglia, oltre a tartaruga, argento, bronzo.

A Napoli, in piazzetta Matilde Serao presso la Galleria Umberto I, la storia della lavorazione corallina è mostrata nel Museo del corallo, curato dalla ditta Ascione con l’esposizione di documenti originali e delle più significative creazioni di Torre del Greco dall’Ottocento fino al moderno e al contemporaneo.