160 anni fa Napoli non più capitale

Angelo Forgione 7 Settembre 1860, 7 settembre 2020. 160 anni esatti sono trascorsi dall’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli. 160 anni, cioè, da quando la Capitale, sostanzialmente, non è più tale.
In quel venerdì settembrino, a Napoli, è in pieno svolgimento la festa di Piedigrotta, la grande festa nota in tutt’Europa da quando Carlo di Borbone, nel 1744, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie per celebrare la vittoria di Velletri contro gli Austriaci e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vissuta e raccontata con entusiasmo. Stavolta, però, c’è distrazione e tensione. Garibaldi è salito sul treno borbonico a Salerno e viaggia verso Napoli mentre Re Francesco II di Borbone la sta lasciando per evitare sofferenze al suo popolo e sta navigando verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno.

Garibaldi arriva in città e si autoproclama “Dittatore delle Due Sicilie”. Ad accompagnarlo c’è anche fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. Di spontaneo c’è poco di fronte ai grandi interessi enormi che lo travolgono nella sua incursione nel cattolico regno borbonico, e ben lo sanno i malviventi napoletani e siciliani di cui l’Eroe si serve per portarla a compimento. Sono proprio gli uomini della Bella Società Riformata, i modesti delinquentucoli in carriera della Napoli conquistata, a garantirne la sicurezza. Le rampanti canaglie, investite di poteri polizieschi dall’opportunista prefetto Liborio Romano, in cambio di un totale colpo di spugna dei casellari giudiziali e di lauti vitalizi, impongono la legge del più violento per sottomettere tutti i nemici dello spirito liberale e, al gran completo, accolgono Garibaldi alla strada dei Fossi, dove sorge la stazione ferroviaria. Loro a terra e i britannici nel Golfo sul legno Intrepid, di scorta al Generale sin dalla Sicilia e piazzatosi per mesi davanti al litorale di Santa Lucia, mentre il dittatore elargisce compensi e prebende ai malavitosi e promette cariche parlamentari a Don Liborio. In testa al corteo che segue la carrozza del “dittatore” figura proprio il questore capintesta “Tore ‘e Criscienzo”. Via Marina, Maschio Angioino, Largo di Palazzo (Plebiscito) con breve discorso. Poi su per la strada di Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri allo Spirito Santo, dal quale si affaccia e ne prende possesso come dimora.
Il giorno seguente, il Generale che detesta il Papa e che ha chiamato Pionòno (Pio IX) il suo asino vuole che si verifichi il prodigio settembrino di san Gennaro in sua presenza, perché ben sa che i favori del Patrono possono assicurargli quelli del popolo partenopeo. È già accaduto sessant’anni prima, con i militari francesi a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dal “doppia faccia” Liborio Romano e da tutti i camorristi di guardia, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta e, pur di ingraziarsi i cattolicissimi napoletani, si reca al Santuario di Piedigrotta attraversando in parata la Riviera di Chiaia. Per volontà divina vengono sorpresi da un tremendo temporale che inzuppa il corteo. Quando arriva, il nizzardo si scappella davanti a tutti di fronte all’immagine della Vergine.
Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. «Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – urlano i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi». E così è!

Quella dell’anno seguente è l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini. I Savoia la cancellano nel 1862 dopo aver decretato nel Febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della chiesa. È coinvolto ovviamente anche il santuario di Piedigrotta, i cui canonici vengono liquidati con un piccolo vitalizio.

7 Settembre 1860, 7 settembre 2020. 160 anni sono trascorsi dall’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli. 160 anni, cioè, da quando la Capitale non è più tale.
In quel venerdì settembrino, a Napoli, è in pieno svolgimento la festa di Piedigrotta, la grande festa nota in tutt’Europa da quando Carlo di Borbone, nel 1744, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie per celebrare la vittoria di Velletri contro gli Austriaci e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vissuta e raccontata con entusiasmo. Stavolta, però, c’è distrazione e tensione. Garibaldi è salito sul treno borbonico a Salerno e viaggia verso Napoli mentre Re Francesco II di Borbone la sta lasciando per evitare sofferenze al suo popolo e sta navigando verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno.

[…] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame.
Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. […]

Il 7 settembre del 1878, diciotto anni dopo il suo ingresso dittatoriale a Napoli, Garibaldi, usato e messo da parte da Vittorio Emanuele II, scrive una lettera alla patriota milanese Adelaide Cairoli, motivandole le dimissioni dalla carica di deputato al Parla­mento e mostrandosi pentito del suo apporto alla causa piemontese-lombarda in alcuni significativi passaggi:

[…] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame.
Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. […]

per approfondimenti:
Napoli Capitale Morale
Made in Naples

Il piatto di maccheroni settecenteschi

Angelo Forgione

Con un tal cibo, che rallegra gli animi,
qual cibo v’è che possa mai competere?
Dunque tra i più famosi e più magnanimi eroi
s’innalzi Pulcinella a l’etere.
Tacque, ciò detto, e i commensali unanimi fecero plauso,
anzi godean ripetere: muojan le droghe,
che di vita privano, e i Maccheroni eternamente vivano.

È il finale di un peometto giocoso I Maccheroni composto dal poeta veneto Iacopo Vittorelli e pubblicato nel 1784 a Bassano del Grappa nelle sue Rime. Così l’autore fece sapere ai Veneti che dall’altra parte della Penisola, dalle parti del Vesuvio, era in atto la rivoluzione della pastasciutta, i cui meriti erano da attribuire a Pulcinella, cioè ai napoletani.

La pastasciutta si stava facendo imprescindibile per la gente di Napoli, allorché la Capitale settecentesca si espandeva e invadeva gli orti, e allora i “mangiafoglia” divennero i “mangiamaccheroni”, e la cucina di Napoli prese a definirsi nella sua configurazione moderna. Il binomio verdure-carne fu pian piano sostituito da quello maccheroni-formaggio, in grado di fornire il necessario supporto proteico e nutrizionale, anche se meno nobile rispetto al primo.

Il piatto di spaghetti, elemento centrale nella Natura morta con piatto di maccheroni dipinta intorno al 1760 da Giacomo Nani ed esposto negli appartamenti storici del Palazzo Reale di Napoli, è una delle migliori testimonianze dei maccheroni del Settecento, così come si mangiavano prima che il pomodoro invadesse la cucina partenopea.
Il Nani morì nel 1770, proprio l’anno in cui nel Regno di Napoli giunsero dal Perù i semi di pomodoro a bacca lunga. Ci volle però ancora una trentina d’anni perché finisse l’epoca dei maccheroni in bianco con solo formaggio grattugiato, del tipo nolano, molto simile al pecorino romano, o caciocavallo.
Goethe, nella primavera del 1787, nel corso della tappa napoletana del suo Viaggio in Italia, riportò l’usanza locale di cuocere e mangiare maccheroni nelle strade:

[…] I maccheroni formati di una pasta fina, lavorata a lungo, molto compressa, e fatta passare a traverso forme apposite, sono di varie qualità, e si trovano dovunque a modico prezzo. Si fanno in generale cuocere semplicemente nell’acqua, quindi si condiscono con il cacio sul piatto stesso.

La prima ricetta scritta di pasta con il pomodoro, i Maccaroni alla Napolitana, sostanzialmente una pasta al forno, risale al 1807, firmata da Francesco Leonardi, cuoco romano alle dipendenze napoletane prima del Principe di Francavilla e poi del Duca di Gravina:

Fate cuocere dei maccaroni con acqua e sale, allorché saranno cotti tre quarti scolateli, e conditeli nella Terrina con parmigiano grattato, pepe schiacciato, e Sugo di vitella, o di manzo, ovvero un buon brodo di Stufato, o Garofanato fatto con sugo di pomidoro, e passato per il passabrodo. Coprite la Terrina, ponetela sopra la cenera calda, o alla bocca del forno acciò i maccaroni prendano sapore, e serviteli che siano alquanto sugosi.

per approndimenti: il Re di Napoli – Angelo Forgione, Magenes (2019)

Il ritorno del Corsiero del Sole

Angelo Forgione Complimenti e applausi al Basket Napoli per aver capito l’importanza della Storia della città e per aver coraggiosamente recuperato non un simbolo ma il simbolo di Napoli, con tanto di tre gigli a marcare l’apice del percorso della Capitale. Fattura discutibile ma messaggio ineccepibile.
Sogno, da divulgatore storico, il giorno in cui anche la SSC Napoli sappia fare la sua fondamentale parte per onorare una gloriosa simbologia che significa la nobiltà e l’indomabilità del popolo che rappresenta.

Franceschini tra il dire e il fare

Angelo Forgione Dario Franceschini, che va dicendo che «non c’è regione al mondo che abbia lo stesso potenziale culturale della Campania» e che «Napoli, se investe in cultura, è destinata a tornare una delle capitali mondiali del turismo, con tutto il patrimonio che ha», ci spiega che senso hanno gli interventi nazionali e comunitari di coesione (PON e FSC), utili a promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni del Mezzogiorno in ritardo, se poi con il Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali del Ministero dei Beni Culturali si è creato un intervento di investimenti statali concentrati al Centro-Nord?
Da poco approvati 11 progetti per la nascita di nuove realtà culturali e al consolidamento di altre esistenti. Complessivi 103 milioni e rotti, di cui solo 3 al Sud (Parco e Museo Archeologico a Sibari), a fronte degli oltre 100 per il Centro/Nord. Per quanto riguarda il circuito della grandi città d’arte, 51 milioni a Roma, 20 a Venezia, 16.5 a Firenze e 0 spaccato a Napoli.
Ma quale gap vogliamo colmare se da un parte si mette e da un’altra si leva?

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Beirut come Napoli nel 1943

Angelo Forgione Vedo e rivedo l’enorme deflagrazione nel porto di #Beirut, roba da film che è purtroppo realtà. Tutto polverizzato nel raggio di centinaia di metri e decine di disgraziate vittime. Ma che triste destino per una bellissima capitale di cultura qual è Beirut.
Si è ripetuto in qualche modo quanto accaduto al porto di Bari il 9 aprile 1945 per l’esplosione della nave “Charles Henderson”, ma soprattutto a Napoli il 28 marzo del 1943, giorno tragico dell’esplosione della motonave “Caterina Costa”, attraccata nel porto con ben 800 tonnellate di carburante, 1700 di munizioni e decine di carri armati a bordo destinati a rifornire le forze armate italiane in Tunisia. Prima l’incendio, chissà se provocato dolosamente, e poi, improvvisa, la terribile deflagrazione che fece sprofondare il molo e rase al suolo tutti gli edifici del quartiere attorno lo scalo marittimo, spezzando improvvisamente la vita a ben 600 persone e ferendone altre 3000. Un fungo altissimo verso il cielo e lo spostamento d’aria fecero piombare lamiere e detriti vari in tutta la città, oltre le colline del Vomero, Posillipo e Capodimonte. Dopo mesi si contarono altre centinaia di morti, molti dei quali per complicazioni polmonari dovute all’inquinamento atmosferico.
Insomma, un incubo ad occhi aperti, proprio come a Beirut, città in qualche modo sorella alla quale, senza retorica, va il mio pensiero.

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Quel giorno d’agosto di 94 anni fa in piazza Carità

stemmi_calcio_napoliAngelo Forgione Sì, lo so, ci risiamo. Al primo giorno d’agosto io continuo ad avvertire che il Calcio Napoli è nato nell’agosto del 1922 e il mondo azzurro continua ovviamente a festeggiare la data convenzionale del 1 agosto 1926. Siamo alle 94 candeline, ufficialmente, ma in realtà gli anni sono 98.
Club nato come Internazionale Naples Foot-Ball Club 1922, abbreviato in Internaples, e poi semplicemente ridenominato Associazione Calcio Napoli nell’agosto del 1926 per compiacere il regime fascista con una gradita italianizzazione. Nel giugno del 1964 il cambio in Società Sportiva Calcio Napoli.
D’altronde, con la Carta di Viareggio emanata il 2 agosto 1926, fu l’Internaples ad essere ammesso dal Coni fascista alla Divisione Nazionale. Se l’A.C. Napoli fosse stata fondata “ex novo”, non avrebbe potuto partecipare al massimo campionato ma sarebbe partita dalla Terza Divisione Campana.
Il facoltoso Giorgio Ascarelli era già presidente dall’agosto del 1925, quando la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale, primo presidente, a cedergli il club così da garantire più sicurezza economica al club.

ascarelli

piazza_carita_acnapoliChe poi, il cambio di denominazione non avvenne neanche in quel primo giorno d’agosto ma nel venticinquesimo, come testimonia un articolo de Il Mezzogiorno del 26-27 agosto 1926, dove si informava che l’assemblea dei soci del 25 agosto aveva formalizzato un cambio di nome: da Internaples Foot-Ball Club, appunto, ad Associazione Calcio Napoli.
Quella riunione non si tenne nemmeno al ristorante D’Angelo, come qualcuno narra, ma nella sede sociale di piazza Carità, presso il palazzo Mastelloni. L’insegna dell’Associazione Calcio Napoli è ben visibile in una foto d’epoca dello slargo, in cui si trovava il monumento a Carlo Poerio poi spostato nel 1939 in piazza San Pasquale a Chiaia.

Non si comprende da dove sia venuta fuori la data del 1 agosto, riferendosi peraltro a una fondazione che non fu. Facile che qualche storico/giornalista abbia commesso per primo l’errore, e tutti gli siano andati dietro acriticamente.
Il fatto è che una narrazione imprecisa, ripetuta continuamente, diventa ufficiale, come dimostra la falsa datazione della nascita della pizza margherita.

Ma voi non date troppo conto alle mie ricostruzioni e fate gli auguri alla SSC Napoli, che sempre in agosto fu. L’importante, alla fine, è che il club scalci come il Corsiero del Sole, il suo primo simbolo, che poi è quello della città sin dal XIII secolo: il nobilissimo cavallo imbizzarrito significante l’indomito e sfrenato popolo napoletano.

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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria, A. Forgione (Magenes)

L’eterna impalcatura senza lavori dove sei anni fa moriva Salvatore Giordano

galleria_ingresso_toledo_1Angelo Forgione Sono trascorsi sei anni dalla tragedia che ha travolto Salvatore Giordano, il quattordicenne napoletano colpito da un grosso frammento staccatosi dal frontone della monumentale Galleria Umberto I di Napoli, sul lato di via Toledo. Una tragedia annunciata dalle tante segnalazioni di crolli che si erano ripetute per anni prima dell’evento luttuoso ma sottovalutate da Comune e condomini. Il fatto è che la Galleria è privata e frammentata in più amministrazioni condominiali, che avrebbero dovuto osservare l’atto di riparto datato 1890 e provvedere periodicamente alla manutenzione interna ed esterna. Secondo l’articolo 24 del suddetto atto, il Municipio ha la facoltà di richiedere l’adempimento e, in caso di inadempienza, di eseguire i lavori in danno. Ma il Comune di Napoli era (ed è) alla canna del gas e allora nessuno mise mano alla tasca per sistemare quella porzione di Galleria.

galleria_ingresso_toledo_2È inaccettabile che i genitori di Salvatore attendano ancora giustizia, con il timore della prescrizione delle responsabilità. Tutto bloccato nell’accertamento delle colpe, così come nel ripristino del decoro di quella facciata della Galleria Umberto I, che versa esattamente nelle medesime condizioni di quel triste 5 luglio di sei anni fa. Nulla è stato fatto, a parte le impalcature che da allora furono innalzate. I napoletani, ormai, si sono abituati all’indecente catafalco, e i turisti credono magari che si tratti di una situazione momentanea, ma la realtà è che i lavori, lì, non sono mai davvero partiti per un contenzioso tra Comune e condomini. Ognuno dice che i lavori spettano all’altro, e di operai non se ne vedono. In ogni caso, così come prima del 2014, ancora oggi l’ente municipale non opera i lavori in danno, e l’ingresso resta indegnamente ingabbiato, mostrando il peggior volto dell’immobile e incurante popolo napoletano.
Nel frattempo altri pezzi si sono staccati, fortunatamente senza conseguenze solo perché rimasti “intrappolati” nell’eterne lamiere arrugginite. Ad oggi, il timpano superiore è ancora in condizioni di degrado preoccupante, come si evince dalla fotografie scattate lateralmente.

galleria_ingresso_toledo_3Stiamo parlando di un bene monumentale che dovrebbe stare a cuore a tutti, e invece resta tristemente impresentabile, anche considerando lo scempio del restauro parziale e inorganico operato all’interno. Squallida fotografia di una città che non spende neanche i fondi per il grande progetto Unesco, che prevede dal 2007 una serie di restauri e ristrutturazioni di monumenti e strade nel perimetro dell’antico insediamento greco-romano di Neapolis conosciuto come centro antico. Si tratta di un programma di iniziali 400 milioni poi ridotti a soli 100, già troppo pochi per un centro storico come quello di Napoli. Dopo più di dieci anni dall’avvio, la spesa rendicontata dal Comune di Napoli al 18 aprile 2019 aveva raggiunto circa 15 milioni, pari al 15% del totale delle risorse disponibili.
Inammissibili situazioni che umiliano la bellezza di una città unica (lo hanno sancito l’Unesco e l’Icomos) e offendono la memoria delle vittime dell’incuria.

La piazza più grande d’Italia? È a Caserta

piazza_reggia_caserta

Angelo Forgione 130mila metri quadri di prato con tre viali che verticalizzano sul portico/cannocchiale ottico della Reggia di Caserta. È l’antica piazza d’armi, oggi piazza Carlo di Borbone, un’ellisse progettata da Luigi Vanvitelli nella seconda metà del Settecento come piazza totalmente recintata per le parate e sistemata dal figlio Carlo nel primo Ottocento.
È la piazza più grande d’Italia, a prescindere dalla funzione pubblica che ricopre. Dietro, tre piazze di Milano, ovvero piazza Castello (95mila mq), largo Marinai d’Italia (78mila mq) e piazza della Repubblica (73mila mq), inframezzate dalla terza piazza più ampia della Penisola: Prato la Valle a Padova (88mila mq). Chiude la top 6 il largo più grande di Napoli, che non è il noto Plebiscito bensì la piazza Garibaldi (70mila mq). L’antico Largo di Palazzo, infatti, è sì il più bello e famoso dell’ex capitale partenopea ma solo il quarto spazio cittadino per estensione. “Soli” 25mila mq, circa un quinto dell’immenso piazzale casertano, costruito per volontà sovrana dei Borbone di Napoli quando Caserta, sostanzialmente, non c’era. Sorse disordinatamente a sud della Reggia senza seguire i dettami urbanistici che lo stesso Vanvitelli aveva pensato e disegnato nel progetto generale. E state certi che sarebbe stata bellissima.

Piazze italiane oltre i 20mila mq di estensione
1) Piazza Carlo di Borbone – Caserta (130.000 mq)
2) Piazza Castello – Milano (95.000 mq)
3) Piazza Prato la Valle – Padova (88.600 mq)
4) Largo Marinai d’Italia – Milano (78.500 mq)
5) Piazza della Repubblica – Milano (73.500 mq)
6) Piazza Garibaldi – Napoli (70.000 mq)
7) Piazza del Campo del Palio – Asti (66.000 mq)
8) Spianata del Foro Italico – Palermo (62.500 mq)
9) Piazza Dante – Livorno (59.000 mq)
10) PIazza Vittorio Emanuele II – Roma (55.000 mq)
11) Piazza del Colosseo – Roma (45.500 mq)
12) Piazza dei Cinquecento – Roma (45.000 mq)
13) Piazza del Municipio – Napoli (42.000 mq)
14) Piazza Castello – Torino (35.000 mq)
15) Piazza san Giavanni in Laterano – Roma (33.000 mq)
16) Piazza Mercatale – Prato (33.000 mq)
17) Piazza Vittorio Veneto – Torino (31.000 mq)
18) Piazza d’Azeglio – Firenze (30.000 mq)
19) Piazza Duomo – Milano (28.500 mq)
20) Piazza Mercato – Napoli (28.000 mq)
21) Piazza Libertà – Salerno (27.000 mq)
22) Piazza del Plebiscito – Napoli (25.500 mq)
23) Piazza Bra – Verona (25.000 mq)
24) Piazza Duccio Galimberti – Cuneo (24.000 mq)
25) Piazza della Magione – Palermo (22.200 mq)

 

Sciagurati tifosi in sciagurata politica

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Angelo Forgione Il Napoli vince la Coppa Italia della “rinascita” ma scoppiano le sterili polemiche per i festeggiamenti dei tifosi nelle strade del capoluogo campano. Strumentali quelle di Matteo  Salvini, che tuona dopo aver portato migliaia di persone in piazza a Roma per la sua propaganda di centrodestra, per non parlare dei gilet arancioni di Pappalardo a Milano e senza dimenticare gli assembramenti per le celebrazioni repubblicane del 2 giugno, per l’inaugurazione del ponte di Genova, per l’arrivo a Ciampino di Silvia Romano e via discorrendo. E ora ce la vogliamo prendere con una folla di tifosi festanti? Le folle sono veementi, indisciplinate, e non si arginano (se non con l’Esercito e la Polizia antisommossa), semmai si prevengono, magari con appelli ripetuti. Non ne è stato fatto alcuno prima della finalissima di Roma. Nessuno, nei quattro giorni che hanno preceduto il match, ha sensibilizzato gli juventini d’Italia e i napoletani di Napoli a festeggiare in casa la vittoria, e non veniteci a dire che era implicito. Non lo era, perché il lockdown è finito da un pezzo.
In tempo di strette misure del calcio anticovid, nel quale nessuno può accedere agli spalti degli stadi, il ministro dello sport Spadafora ha suggerito che, prima di riprendere il campionato, si ripartisse con la Coppa Italia in palio per le quattro squadre più tifate d’Italia, così da creare audience televisiva e interesse mediatico. La competizione della ripresa ha così assunto il valore di un torneo post Covid d’élite, pronto a far esplodere l’eccitazione sopita dei tifosi. Nessuno ha pensato alla conseguenza di far disputare subito la finale della Coppa Italia, che invece, per evitare il rischio di affollamenti in tempo di verifica della contagiosità del virus, sarebbe stato opportuno posticipare il più possibile. Anzi, per non correre rischi del genere, oggi o tra un mese e mezzo, non si sarebbe dovuto proprio riprendere. Si è ripreso per salvare capra e cavoli del calcio sul lastrico? Bene. Il destino ha voluto che vincesse il Napoli, i cui tifosi non sono certo freddi e nordici, e vivono nel Sud a basso contagio, in una città che l’emergenza la vive solo di riflesso e che paga pesantemente gli errori altrui. Ed ecco che è venuta fuori la prevedibile festa-sfogo, perché quella dei napoletani era esattamente probabile, e sono saltate pericolosamente tutte le norme di distanziamento sociale. Era meglio evitarlo in qualche modo, ma da lassù si è pensato solo a tamponare le perdite del calcio e agli ascolti televisivi, “colorando” gli spalti tristi dell’Olimpico di tifosi virtuali ma ignorando che esistono i tifosi in carne e ossa, senza i quali non esiste il calcio. Magari qualcuno pensava di risolvere il problema riempiendo anche le strade di Napoli di scintillanti e algidi pixel.

Il piacere di dispiacere a quelli di Libero

Angelo Forgione È un piacere sapere che quelli di Libero leggono i miei libri con dispiacere. Lo fa almeno Renato Farina, che della testata è stato co-fondatore insieme a Vittorio Feltri, e poi, da vicedirettore, ha collaborato con i Servizi Segreti e pubblicato per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un simil giornalista dalla pura coscienza e dalla retta deontologia, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, mi cita da opinionista nel suo “La Camorra è il cancro d’Italia ma tutti infangano la Lombardia”, articolo con cui commenta la retata contro i 59 camorristi di un paio di giorni che fa ha fatto stappare fiumi di spumante nella redazione del quotidiano filoleghista. Non dev’essere sembrata vera, a Feltri e i suoi, la notizia, una manna dal cielo per la cartaccia di Libero, che solo ieri l’altro aveva dato una botta di inopportuno vittimismo alla sua tipica informazione razzista: “Tutti odiano la Lombardia, nessuno odia il Mezzogiorno”. Una doppia fesseria in un solo titolo, ma non era di certo un record per la testata razzista. Puntuale erano giunte le cronache della festa: “Arrestati 59 napoletani”, non “59 camorristi” o “59 arresti nel Napoletano”. Subliminale messaggio per colpevolizzare un popolo intero e provare a spostare l’attenzione altrove. Sottotitolo: “Il cancro del Paese è la mafia, ma lo sport nazionale è attaccare Fontana”. Iuri Maria Prado si è lamentato dello squilibrio culturale, scrivendo frasi in correttissimo napoletano (qui gli applausi sono sinceri) conosciute dai contadini padani per la presenza di terroni da quelle parti, mentre al Sud non si comprendono i dialetti nordici, e lagnandosi del fatto che la pizza e la mozzarella sono l’immagine alimentare dell’Italia, non la polenta. Scrive Renato Farina: “Questi sguazzano nella camorra fino alle ginocchia, e invece di bonificare la loro palude che inquina il mondo, si permettono di tirar sassi alla Madonnina?”. Questi. E canzonando Vincenzo De Luca, sostiene che bisogna assecondare il presidente della Regione Campania alzando “un bel muro per difendere il festoso popolo campano dall’infezione nordista, dovuta – come ha scritto seriamente Angelo Forgione, autore immortale di “Napoli capitale morale” – al vizio del lavoro esagerato. E si vede che il mio lettore non ha ben capito ciò che ha letto, cioè non ha capito che ho ben parlato di Milano, città che si accontenta beatamente dell’immagine di città del lavoro e non si affanna più di tanto per mostrare la sua cultura:

Milano-modello appare inscalfibile, capace di passare indenne ogni inciampo e tenere vive tutte le sue emanazioni contemporanee, che la rendono capofila nazionale. E la città meneghina, ricca di un importante patrimonio culturale, sembra accontentarsi di ciò in cui si identifica. Vivace, dinamica e laboriosa, l’immagine meneghina di efficienza e inclusione si è ammantata di una retorica stantia e si è fatta troppo ingombrante per una città che non trova il tempo per guardarsi allo specchio. Chi vi arriva da qualunque parte d’Italia per trovare fortuna sente una mano che spinge alle spalle; deve iniziare a correre, deve dimenticare la contemplazione, e diventare milanese. Solo se vi si arriva da turista, senza il dovere di cittadinanza, si inizia a coglierne la bellezza.

Questo è quanto ho scritto in Napoli Capitale Morale, evidenziando l’ingombro degli stereotipi della Milano della finanza e della Napoli della camorra – da Farina ampiamente confermati – a scapito delle culture anche intrecciate delle due città. E non oso immaginare cosa avrebbe elaborato il mio lettore se io, in malafede come lui, avessi scritto di una Milano culturalmente mediocre. Forse gli sarà andato storto che nel libro è narrata la cruciale vicenda politica di Karl von Firmian, erudito governatore austriaco di Milano, che attinse alla cultura napoletana per accrescere la città lombarda quando questa contava la metà degli abitanti della capitale morale dell’Italia settecentesca (Napoli). Il fatto è che io scrivo per amore della storia e della verità, non come i dannati della scrittura, condannati per aver preso soldi in cambio di falsità da pubblicare, e ancor continuano a farlo evidentemente. A certe penne lascio l’onore delle tante fake news diffuse negli anni, i procedimenti disciplinari, le querele, le condanne e la carta neanche igienica di Libero. E tante grazie per l’aggettivo “immortale”, da cui comprendo che ascoltano con fastidio il mio respiro incessante. È un piacere!

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