Strade minori per Murolo, Carosone e Bruni

Angelo Forgione – La Giunta comunale di Napoli, approvando una deliberazione proposta dal Sindaco Luigi De Magistris, ha deciso che l’auditorium di Scampia sarà intitolato a Fabrizio De Andrè e che tre toponimi di tre traverse di via Nino Bixio a Fuorgirotta saranno attribuiti a Roberto Murolo, Renato Carosone e Sergio Bruni.
Premesso che l’auditorium di Scampia, senza nulla togliere a Fabrizio De Andrè, meriterebbe di essere intitolato a Lucio Dalla, artista legato e “rinato” a Napoli, non condivido affatto la pur giusta scelta di attribuire alla memoria di tre grandi interpreti della Canzone di Napoli delle stradine di fatto irrilevanti. Con la memoria storica non si può più essere così superficiali.

Arbore e la grande bellezza di Napoli

Angelo Forgione – Un doppio grazie a Renzo Arbore. Il primo, perché nel momento in cui il mercato discografico italiano fu travolto dalla musica straniera e gli artisti partenopei iniziarono a snobbare la grande produzione napoletana di inizio Novecento, l’eclettico artista foggiano di formazione partenopea andò controcorrente, e nel 1991 ripropose con vigore la canzone napoletana classica, contaminata dal jazz e dal blues, col supporto di eccellenti individualità napoletane capaci di rendere la sua Orchestra Italiana il nuovo veicolo nel mondo della tradizione. Lo fece il musicista forse più americanizzato d’Italia, e tenne in vita un filone fondativo della canzone nel mondo che gli stessi napoletani stavano facendo sparire. Le sperimentazioni di Arbore scavalcarono il purismo stilistico, indirizzando i classici da gran teatro di Napoli verso arrangiamenti da taverna – e Federico Salvatore se ne sarebbe rammaricato qualche anno più tardi nella sua “Se io fossi San Gennaro” – ma senza questa trasformazione, probabilmente, certi capolavori sarebbero scomparsi.
Il secondo grazie è perché Arbore, tornato a Sanremo su invito di Fazio a omaggiare la bellezza, tema del festival, ha scelto di parlare della bellezza delle melodie napoletane, ma soprattutto della bellezza di Napoli, troppo nascosta, come lo erano le sue canzoni negli anni Ottanta. L’omaggio alla sua città adottiva è sbocciato in quello per l’Italia, “il più bel Paese, secondo noi dell’Orchestra Italiana che giriamo il mondo”, e nella riconoscenza per gli anni napoletani della sua giovinezza:

«Mi devo togliere un debito con una città, una bellissima ‘capitale’ che mi ha adottato e che è nel mio cuore. Una città bellissima e sofferente, che va stigmatizzata quando è giusto, ma anche lodata e apprezzata per le sue straordinarie bellezze. Si chiama Napoli. Vedrete, ha una bellezza straordinaria. Non è cartolinismo ma vera e propria bellezza di un luogo unico che ha natura e monumenti, ed è la verità. Però è una bellezza sofferente e trascurata».

Si, è proprio la verità. Quello che ha detto Arbore aderisce perfettamente a ciò che ho espresso nel mio libro: Napoli è, insieme a Rio de Janeiro e Istanbul, uno dei luoghi più rappresentativi della natura metropolitana, quello che più di tutti accosta alla bellezza naturale anche quella artificiale dei monumenti e delle testimonianze stratificatesi nei secoli, ed rimasta “capitale”, fedele a sé stessa come non è riuscita ad esserlo l’altrettanto antichissima Istanbul. Ma è una bellezza trascurata, una donna seducente dalle curve mozzafiato, umiliate da un misero vestito che le è stato dato, infilato controvoglia per non restare nuda. Napoli, lo riaffermo con sempre maggior convinzione, è “baciata da Dio e stuprata dall’uomo”.
Il “vedrete” di Arbore è un futuro semplice potente come uno spot di promozione turistica, un invito a viaggiare verso questo incredibile luogo di meraviglia, a scoprirlo, svestendosi di imbriglianti pregiudizi, troppo ingombranti anche in quell’ingiunzione a stigmatizzare Napoli “quando è giusto”. Ogni luogo del mondo va bacchettato quando lo merita, e allora perché giustificare il ben parlare di Napoli come di ogni altra bella città del mondo aggiungendo l’ingrediente del rigore disciplinare? Ma Arbore è uomo di mondo, conosce quei soverchi pregiudizi, e per mostrare la sua sincerità ha pagato il piccolo dazio comunicativo.
Della sua performance sul palco dell’Ariston mi è piaciuto il messaggio, mi sono piaciute le parole e le immagini di Napoli mentre la sua band suonava per la gioia del pubblico. Mi sono piaciuti i mandolini, portati sul palco con orgoglio da chi ha deciso di fare da testimonial contro l’esclusione dell’insegnamento nelle scuole medie con indirizzo musicale di un magico strumento musicale. Mi è piaciuto l’intenso ricordo del suo amico Roberto Murolo. Forse davvero bisogna non essere nati a Napoli per fare tutto questo per Napoli, dal palco di Sanremo come nelle strade della città vesuviana; e allora come dare torto al fiero Federico Salvatore? Non mi è invece piaciuta l’interpretazione della splendida Reginella da parte della voce solista di Gianni Conte, napoletanissimo, pur bravo ma, nell’occasione, non all’altezza (purtroppo) del bel canto partenopeo. A proposito di bellezza, ad Arbore non mancherà mai il tripudio ma le bellissime voci di Eddy Napoli e Francesca Schiavo, in questi giorni nei teatri insieme, sì.

Quando Napoli portò la canzone a Sanremo e inventò il Festival

sanremo_1932

Angelo Forgione – Vi siete mai chiesti perché il Festival della canzone italiana si tiene a Sanremo? Perché proprio lì, in un piccolo paese di cinquantamila abitanti? Non si stupisca nessuno nell’apprendere che a partorire l’evento non furono i sanremesi ma i napoletani. Sì, proprio così. La storia inizia nel periodo natalizio del 1931, in un momento di massima espansione turistica della cittadina ligure, quando il concessionario del Casinò municipale, il napoletano Luigi De Santis, attaccatissimo alle sue origini, su consiglio del commediografo Raffaele Viviani, convinse il poeta e paroliere Ernesto Murolo e il musicista Ernesto Tagliaferri, entrambi impegnati nella produzione del repertorio partenopeo, a portare la Canzone di Napoli là, a Sanremo. E così fu messa in piedi una kermesse natalizia intitolata Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi. Dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 andò in scena una settimana di sole canzoni napoletane del Settecento, Ottocento e Novecento, interpretate da voci quasi interamente partenopee, senza gara né vincitori. Fu il primo festival sanremese, un numero zero napoletano, cui assistette tra gli spettatori un giovane floricoltore locale, il ventenne Amilcare Rambaldi, la stessa persona che, una ventina d’anni più tardi, incaricato di proporre idee per il rilancio del Casinò dopo la guerra, nel ricordo del successo goduto di persona, pensò di rispolverare l’idea di una rassegna musicale nel salone delle feste della casa da gioco, chiusa nel giugno del 1940, giorno della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Rambaldi ispirò il giornalista e conduttore radiofonico torinese Angelo Nizza, da poco nominato direttore artistico del Casinò insieme al napoletano Mario Sogliano. Nizza colse il suggerimento, optando per le canzoni italiane, e insieme a Rambaldi andò a parlarne con Pier Busseti, gestore della struttura e presidente dell’Associazione Turistico Alberghiera. Partì presto una telefonata alla Rai di Torino per capire se l’idea potesse interessare alla radio nazionale. La proposta piacque, anche perché la canzone poteva contribuire alla ricostruzione dello spirito dopo la guerra, ma bisognava creare una gara a carattere competitivo per avvincere il pubblico. E così fu messa in moto la macchina organizzativa del Festival di Sanremo, inaugurato il 29 gennaio del 1951 nella stessa sede dell’antesignano partenopeo. Le case discografiche napoletane non stettero a guardare e sollecitarono alla Rai un festival in salsa partenopea. Otto mesi dopo la manifestazione sanremese, a Napoli, uscita in macerie dai i violenti bombardamenti, prese il via anche il Festival della canzone napoletana, nella cornice del Teatro Mediterraneo, all’interno della moderna Mostra d’Oltremare. Il ponte musicale fece andare su e giù, tra Sanremo e Napoli, gli autori e gli interpreti, artisti napoletani a cantare in italiano in Liguria e cantanti nazionali ad esibirsi in lingua partenopea in Campania, per la gioia delle case discografiche, a quel tempo tutte di Napoli. Non fecero diversamente i presentatori, a partire da Nunzio Filogamo, passando per Enzo Tortora, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Corrado e Daniele Piombi.
Fu un successo condiviso, passato dalla radio alla televisione, ma ad affermarsi di più fu la manifestazione sanremese, con la sua cittadina che beneficiò della frequentazione di personaggi famosi, vedendo crescere in modo notevole il turismo. Quella napoletana, invece, andò lentamente consumandosi in un ventennio a causa di gravi errori artistici e organizzativi. Dopo che ebbe preso il posto della rassegna musicale abbinata alla gloriosa Festa della Piedigrotta, i manager, in gran parte del Nord Italia, imposero agli autori e agli editori il pagamento di una tassa esosa per accedere a una gara decisa a tavolino e falsata da raccomandazioni che promuovevano brani privi di spessore artistico e cantanti non napoletani dalla dizione spesso disastrosa. Gli artisti di grido che vi partecipavano iniziarono a scarseggiare, i testi diventarono sempre più ricchi di stereotipi su Napoli e le sonorità si andarono ad allineare alle mode della musica leggera nazionale. A subirne le conseguenze non fu solo il Festival di Napoli, responsabile di un decadimento evidente, ma la stessa Canzone napoletana, minata nella sua sopravvivenza dall’attività degli editori napoletani, i quali finirono per considerare quella gara l’unico canale promozionale dei brani. In ogni caso, la formula della competizione in pochi giorni non si addiceva a Napoli, le cui canzoni avevano sempre raggiunto il successo nelle strade della città per poi diffondersi nel mondo. Nelle diciotto edizioni del Festival di Napoli furono presentati circa quattrocento brani musicali, ma pochi riuscirono ad emergere e ad inserirsi nel repertorio.
Il carrozzone si interruppe nel 1971 per la contestazione degli autori esclusi e le denunce di brogli. La Rai ritirò le telecamere e impedì lo svolgimento della gara, decretando il tramonto del Festival di Napoli. A danni fatti, riuscirono a tenere in vita la grande tradizione artisti irriducibili come Roberto Murolo, Sergio Bruni e Roberto De Simone, pur con stili diversi, e poi i più moderni Renato Carosone e Peppino di Capri, con le loro contaminazioni straniere capaci di proporre nuovi stili a tutto il panorama musicale della Penisola, che assisteva alla consacrazione del Festival di Sanremo come evento nazionale della cultura pop italiana da spostare, nel 1977, dal Casinò al Teatro Ariston e poi da esportare all’estero in Eurovisione. Grazie a quegli artisti, la fiammella napoletana restò accesa negli anni Settanta, periodo in cui il mercato discografico nazionale impattò con la musica straniera e iniziò a ignorare la produzione napoletana, fin lì ossequiata. Per i cantanti italiani di musica leggera e lirica che fino ad allora avevano dovuto cimentarsi nel canto napoletano divenne necessario dedicarsi all’inglese e allo spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali. L’esigenza linguistica provocò la “distrazione” degli artisti napoletani e favorì l’avvento di una sottocultura melodica napoletana, cui furono consegnati perniciosamente gli spazi prima dedicati a una ricchissima tradizione, ormai fagocitata da feste di piazza e nuovi stili di canto melodico rispondente a una fascia sociale meno colta.
Il rilancio stilistico avvenne negli anni Ottanta e Novanta, partendo dall’innovativo e sperimentale Neapolitan Power simboleggiato dal rivoluzionario Pino Daniele, autore di capolavori contemporanei in vernacolo agli antipodi del tipico sound partenopeo, ma poi anch’egli indebolito nel linguaggio vocale e sonoro dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul circuito commerciale nazionale. Quando la fonte degli artisti napoletani sembrò ormai essersi definitivamente esaurita, provvidenziale fu il ritorno all’antico di Renzo Arbore, eclettico artista foggiano di formazione partenopea, con la sua rivisitazione del repertorio classico contaminato dal jazz e dal blues, col supporto di eccellenti individualità napoletane capaci di rendere la sua Orchestra Italiana il nuovo veicolo nel mondo della tradizione. È anche grazie a lui che la canzone napoletana contemporanea è ancora viva e vegeta, continuando a ricercare e sperimentare, mentre i suoi classici immortali insistono a girare il globo, veicolando la lingua e lo stile di una delle capitali della musica nel mondo.

Approfondimenti su Made in Naples (Magenes)

In ricordo del Maestro Murolo, a dieci anni dalla scomparsa

Angelo Forgione – Roberto Murolo ci manca (tanto) dal 13 Marzo 2003, quando la notizia della sua morte mi tenne incollato al televisore per tutta una notte di canzoni che la RAI propose per ricordarlo. Lo scorso anno, In occasione dei cento anni dalla sua nascita, il Comune di Napoli dedicò una lapide commemorativa all’esterno della sua dimora vomerese dove lo vedevo spesso affacciato alla finestra.
Oggi, a dieci anni da quel triste giorno, saluto il compleanno del Maestro con le parole scritte quella notte e pubblicate allora da Il Mattino.

(video da NapoliUrbanBlog)

Noa fa vincere Napoli al festival di Sanremo

Noa fa vincere Napoli al festival di Sanremo

«“Noapolis” è un omaggio alla vostra bellissima cultura musicale»

La serata di gala del Festival di Sanremo era battezzata col nome di “Viva l’Italia nel mondo”. E non poteva mancare la tradizione napoletana, portata sul palco del teatro Ariston prima da Lucio Dalla che ha accompagnato per mano i giovani Carone e Mads Langer sulle note di “Anema e Core”; veramente trionfante però con Noa che, su “Torna a Surriento”, ha prima duettato con Eugenio Finardi per poi dedicare un ricordo a Roberto Murolo con una toccante “Era de Maggio”Emozionante la cantante israeliana quando, rivolgendosi a Gianni Morandi e a tutta la platea nazionale, ha detto: «“Noapolis” è un omaggio alla vostra bellissima cultura musicale».
In conferenza stampa, l’artista aveva detto: «la musica Napoletana abbatte tutte le barriere del mondo, è un tesoro della cultura italiana». Sottoscritto da Finardi.