Se ne va Valerio Maioli, l’uomo della luce

2014dec13vmAngelo Forgione Solo qualche settimana fa avevo pubblicato si social network una foto del 2009 con Valerio Maioli in piazza del Plebiscito, al microfono di Luca Abete. Dopo averlo rintracciato ed intervistato, capii cosa c’era dietro la sua storia, e chi era quella persona. Mi parlò della passione di Bassolino sindaco, da cui fu conquistato, dei loro incontri a notte fonda nello slargo per verificare lo stato del lavoro, dell’utopia dell’ex primo cittadino di illuminare dolcemente anche il Vesuvio, idea cui lui iniziò a dar corpo con un primo progetto rimasto nel cassetto. Mi parlò della sua delusione, e del suo amore intaccato per Napoli, nonostante tutto. E diventammo amici. Gli chiesi di fiondarsi a Napoli dalla sua Ravenna, perchè avevo allertato l’inviato di “Striscia”. Non ci pensò un secondo, perché insieme volevamo salvare il suo meraviglioso impianto di illuminazione artistica della piazza e di altri monumenti della città, che lui amava moltissimo. Quell’impianto – realizzato nel 2000 su commissione dell’allora sindaco Bassolino e dei suoi collaboratori, e inaugurato senza comunicare al mondo la sua unicità – non esiste più, boicottato, azzerato, eppure rendeva luminosi e colorati di notte il Plebiscito, il Castel dell’Ovo, San Martino, parco Virgiliano e altri siti. Valerio volle suggestioni per la piazza, volle musica, giochi di luce colorata e ombre, e per scandire il tempo fece passare una carrozza proiettata su Palazzo Reale, ogni ora, al suono delle campane.
Portò la luce vera ai quartieri spagnoli così come agli scavi di Pompei, e realizzò il maxischermo a scomparsa che è ancora lì, interrato tra i due monumenti equestri di Carlo e Ferdinando al Plebiscito, nato per proiettare in piazza gli spettacoli del San Carlo. Almeno quello riuscimmo a riesumarlo, ma erano scomparse le fibre ottiche, e la regia del teatro, sempre a firma sua, non era più connessa.
maioli_libroFacevo lunghe e piacevoli chiacchierate con Valerio, perché lui conosceva benissimo la storia di Napoli, e apprezzava tanto il periodo borbonico, tanto che la pubblicazione sul suo operato al Plebiscito la intitolò Largo di Palazzo. Me le donò tutte le edizioni sulla storia dei monumenti che illuminò, a Napoli e non solo, e lesse con gusto i miei libri. Era un grande professionista, capace di firmare la rivoluzione della Formula 1 con l’illuminazione del circuito di Singapore, il primo in notturna della storia. Ma era soprattutto una persona perbene, onesta, un vero galantuomo, un imprenditore che poneva i valori umani ed il rispetto dei propri collaboratori al centro dell’attività, promotore anche di iniziative benefiche.
A Napoli ha dato, rimettendoci pure qualcosa di tasca sua, perché l’amava quanto la sua Ravenna. “Solo la sensibilità di Angelo Forgione, un vero napoletano, può far tornare la luce l
uce su due dei luoghi più belli d’Italia: Piazza del Plebiscito e Castel dell’Ovo”, scrisse in italiano, inglese, arabo, cinese, francese, tedesco e spagnolo sul sito della sua azienda internazionale, e fissò quel grido di speranza per anni, perché nessuno, prima di me, si era interessato ai torti che subì. Non vi riuscimmo, perché quell’impianto era di prim’ordine, unico in Europa, e la manutenzione costava più di quel che si vuole e si può spendere per Napoli, città dei monumenti al buio che Valerio illuminò ed esaltò.
Valerio se ne è andato qualche ora fa, perdendo la lotta contro una grave malattia che combatteva da qualche anno. Il male l’ha sconfitto, spegnendo la sua luce ma non il bellissimo ricordo, luminoso, che conservo.
Ciao Valerio, amico mio, amico di Napoli.

maioli

Il Napoli come Napoli, regine d’inverno

Angelo Forgione Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”.
Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.

Arrivederci Morgan. Il capitano scende dalla nave con onore.

Angelo Forgione – Se ne va “il pirata Morgan”, lascia Napoli in lacrime con un triste «doveva andare così» pronunciato ai tifosi saliti a Dimaro. Abbandona la nave il vero capitano del Napoli di Mazzarri, autentico leader in campo senza fascia, l’uomo che, dopo essere finito nell’occhio del ciclone per la sua professionalità scambiata per truffa, ferocemente infangato insieme a tutto l’ambiente partenopeo da sospetti privi di fondamento, si è preso un premio Fair-Play “Andrea Fortunato”. Il fratello dello sfortunato calciatore della Juventus disse di De Sanctis che «oltre ad essere un campione dello Sport, lo è anche nella vita, come dimostrano tutti i suoi gesti di solidarietà. Nella vita ha un carattere schivo e poco avvezzo a pubblicizzarsi davanti alle telecamere, ma è veramente una bella persona».
Ha parato palloni contro il Napoli in campo e stereotipi su Napoli fuori dal campo. Dopo aver conosciuto Pescara, Torino, Udine, Siviglia e Istanbul, il portiere di Guardiagrele ha sposato la causa napoletana, non solo quella azzurra, e, dopo aver respinto la demonizzazione mediatica di Napoli, ha pure parato il fuoco amico denunciando nel marzo scorso l’autolesionismo della città e il suo calciocentrismo: «Da 4 anni a questa parte ho capito che Napoli è una città per certi versi autodistruttiva. Purtroppo c’è sempre qualcuno che vuole rovinare le cose belle. Sono ormai napoletano da 4 anni e molto probabilmente lo sarò per i prossimi due anni (ma le cose non andranno così, n.d.r.): mi permetto di dire che se la gente di Napoli fosse così esigente con se stessa come lo è con la squadra di calcio, la città sarebbe la più ordinata, bella e funzionale del mondo». Disse ciò dopo essere stato contestato dagli spalti del San Paolo, incassando l’amarezza da professionista esemplare, lui che in questi anni ha dimostrato di essere tra i migliori nel suo ruolo. Il suo sfogo, pacato e misurato, centrò un problema che non era solo calcistico. Qualche settimana prima aveva affrontato a muso duro i tifosi azzurri che a Siena avevano contestato la squadra in crisi di risultati, per poi donargli la maglia.
Sotto il profilo tecnico, De Sanctis non è stato certamente impeccabile, ma sono stati più i suoi miracoli che le sue “papere”, e la difesa si è sempre sentita sicura con lui alle spalle. Benitez ha fatto scelte diverse, probabilmente giuste, e Morgan ha accettato la realtà dei fatti, ancora una volta da professionista serio, andandosi a prendere altrove la fiducia persa tra i pali della porta azzurra che ha difeso con grande onore. Quando tornerà da avversario, sarà ricevuto con calore e tributi che si riservano ai vecchi amici, quelli leali.
Ciao “capitano”. A te va il saluto con affetto e riconoscenza, molto più che ad altri partenti e partiti.

Due indizi per dire che Mazzarri potrebbe lasciare

Due indizi per dire che Mazzarri potrebbe lasciare
le dichiarazioni del post-Genoa inducono a una deduzione precisa

Angelo Forgione – Potrò sbagliarmi, e francamente lo spero, ma Mazzarri mi sembra al momento fortemente orientato a lasciare Napoli.
L’ha fatto capire tra le righe portando ad esempio i casi di Delneri alla Sampdoria dello scorso anno e di se stesso al Livorno nell’annata 2003-04 culminata con la promozione dei labronici. Si tratta in entrambi i casi di abbandoni dopo un grande risultato.
Mazzarri ha detto ai microfoni di “Premium Calcio” che si meraviglia di tutto questo rumore perchè, nelle circostanze prese ad esempio, tutti sapevano che quelle guide tecniche erano già proiettate su altre panchine. E nel caso personale di Livorno ha detto: «quello che ho passato io in quell’anno li… uno capisce, valuta e poi fa delle considerazioni che poi spiega agli altri». Da ciò si evince che l’allenatore del Napoli ha maturato delle convinzioni di cui è il solo custode e che non ha ancora rivelato a nessuno. È quindi possibile che potrà anche stupirci a risultato acquisito.
Un altro passaggio su cui soffermarsi è quello in cui il mister dice: «Vedete… quando le cose vanno male per gli allenatori, in tre secondi si cambiano. Quando un allenatore fa bene è giusto che valuti tante cose». E questo significa che, mentre spesso i presidenti mettono gli allenatori sotto la lente di ingrandimento e li giudicano, in questo caso è lui che sta giudicando il Presidente.
La mia sensazione è che Mazzarri stia mettendo De Laurentiis di fronte a delle scelte. Per restare pretenderebbe un rafforzamento della squadra con giocatori di caratura per affrontare degnamente la Champions e per tentare l’assalto allo scudetto. È un vincente e vuole vincere, fiuta l’opportunità e vuole che Dela gliela dia; e se non può farlo qui lo vorrà fare altrove. E poi, giustamente, mira ad un riconoscimento economico per il suo ottimo lavoro. Ora tocca al Presidente lasciare o raddoppiare.

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza. Manca il terzo indizio, ossia la prova. Oppure la controprova in cui francamente tutto l’ambiente deve sperare senza però ritenere un uomo insostituibile. Del resto il caso Quagliarella-Cavani deve pur insegnare qualcosa.

intervista a Mazzarri da Premium Calcio
Passaggio sull’esempio Del Neri alla Samp a 1:35′
Passaggio sull’esempio Livorno 2004 a 2:32′
Passaggio sul rapporto allenatori-presidenti a 2:57′


Videoclip: L’ULTIMO RE DI NAPOLI (50° compleanno di Diego Armando Maradona)

50 ANNI DI DIEGO ARMANDO MARADONA

Un nome indissolubilmente legato a Napoli, l’ultimo Re della città partenopea senza trono, ma col potere di far riverberare il nome di Napoli nel mondo e nella storia, sia pure quella calcistica.

Questo omaggio non è la già vista “compilation” dei formidabili goal di Diego ma uno spaccato della vera essenza di un rapporto indissolubile tra il Re del calcio e il popolo azzurro che va oltre il calcio e riveste un valore sociale.
Perchè vero Re è colui che da orgoglio al suo popolo.

Fabio Quagliarella “core ‘ngrato”

Fabio Quagliarella “core ‘ngrato”

Dopo aver voluto la squadra del cuore, Quagliarella passa alla Juventus nella maniera peggiore. Colpevole di non aver dedicato un saluto alla gente che lo ha amato e sostenuto. Le scelte sono scelte e vanno sempre rispettate, ma in ogni storia d’amore chi lascia deve farlo con stile e mai girando le spalle senza un addio.

Una separazione avvenuta con le modalità della fuga che il popolo napoletano ha codificato come tradimento. Quagliarella è andato a Torino passando per la scandinavia, senza salutare la sua gente.

Una sera lo si è visto con la maglia azzurra nella formazione anti-Elfsborg e la mattina seguente con la maglia bianconera, quella più detestata. È questo che ha ferito i Napoletani, gente di cuore che sa accettare le scelte quando c’è rispetto.

Una separazione avvenuta con le modalità della fuga che il popolo napoletano ha codificato come tradimento. Quagliarella è andato a Torino passando per la scandinavia, senza salutare la gente che lo ha amato.
Una sera lo si è visto con la maglia azzurra nella formazione anti-Elfsborg e la mattina seguente con la maglia bianconera, quella più detestata. È questo che ha ferito i Napoletani, gente di cuore che sa accettare le scelte quando c’è rispetto.

Leggi l’articolo sul caso Quagliarella