Napoli napoleonica: la Guardia Nazionale mai realizzata

Angelo Forgione  L’arrivo dei napoleonidi a Napoli, nel 1806, significò l’avvio di una ristrutturazione dello Stato, soprattutto con l’incoronazione di Gioacchino Murat, nel 1808, che diede impulso al processo di laicizzazione e di sviluppo scientifico e urbanistico della Capitale. Napoli, che il Neoclassicismo l’aveva formulato con Vanvitelli e diffuso altrove coi suoi epigoni, vide l’avvio della sua stagione neoclassica più intensa, partendo dallo stile Impero, cioè un neoclassico pomposo che Napoleone rese espressione rappresentativa della Grandeur. L’area del Palazzo Reale fu oggetto di una rivisitazione, che avrebbe portato in seguito all’attuale conformazione. Uno dei problemi era l’antica facciata del teatro di San Carlo di Giovanni Antonio Medrano, del 1737, un portale appena decorato con statue e fregi, di stile spigoloso molto somigliante a quello della Reggia di Capodimonte (dello stesso architetto).  Murat pretese che se ne realizzasse una nuova, più degna della Capitale, e incaricò l’architetto pisano Antonio Niccolini, già scenografo e coreografo del Massimo, di progettare tutto il riassetto della piazza San Ferdinando, ancor prima di risistemare il Largo di Palazzo. La prima soluzione mostrò un raccordo tra la reggia e il teatro, con una Guardia Reale al posto degli antichi fabbricati da abbattere e due torri laterali da innalzare sul Palazzo Reale. Di questo progetto sarebbe stata realizzato solo il nuovo volto del teatro. La configurazione della piazza San Ferdinando, così come la conosciamo oggi, sarebbe stata accennata nel 1843, sotto Ferdinando II di Borbone, privilegiando il ruolo del San Carlo con una nuova facciata laterale affidata a Francesco Gavaudan e Pietro Gesuè, mentre Gaetano Genovese ampliava e regolarizzava il Palazzo Reale e i suoi giardini. Lo slargo che preludeva al nuovo foro ferdinandeo, con la basilica di San francesco di Paola, avrebbe preso il nome di piazza Trieste e Trento nel 1919, in celebrazione dell’acquisizione delle due città all’Italia dopo la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale.

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Classifica qualità della vita scontata: Nord e Sud divisi economicamente

Angelo Forgione La classifica della qualità della vita de Il Sole 24 Ore, che ogni anno confronta in modo non empirico le performance delle province italiane tramite un’articolata serie di parametri, lascia il tempo che trova, ma bisogna darne conto ogni anno, perché ogni anno, a prescindere dalla graduatoria stessa, ci dice una sola verità: il Paese è caratterizzato da un divario costante sotto il profilo della ricchezza diffusa. Il resto, lo ripeto da anni, è dibattito inutile.
L’ultima classifica, appena pubblicata, attribuisce il podio a Ravenna, che scalza Trento, vincitrice dell’edizione 2013. Poi Modena. ll Mezzogiorno riesce a spingersi nella prima parte della classifica con le sole province sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro. Malissimo le province siciliane, calabresi e pugliesi. Male quelle campane. Milano scala due posti e si piazza ottava. Roma risale otto gradini e occupa il 12° posto. Torino (54) perde qualcosa, mentre Napoli, ultima nella scorsa edizione, guadagna undici posizioni e chiude 96ma. Ultimissima, al posto 107, Agrigento, dietro a Reggio Calabria, Foggia e Caserta. Le ultima delle settentrionali sono Alessandria, Novara e Venezia, allineate al 65° posto.
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