La qualità della vita, finché c’è vita

Angelo Forgione  –  Ogni anno sempre la stessa classifica sulla qualità della vita da parte de Il Sole 24 Ore, perché è sempre la stessa. Certo, questa provincia sale, quell’altra scende, ma si tratta di due mazzi di carte diversi che vengono mischiati separatamente. Il dato cronico è che nelle province del Nord la qualità dell’economia, più che della vita, è decisamente migliore che in quelle del Sud. E lo sappiamo. Un po’ è colpa dei meridionali, un bel po’ è colpa delle condizioni diverse che le due Italie vivono, e ormai ci siamo abituati.
Al Sud si vive peggio, senza dubbio, anzi, si sopravvive. Ma al Nord o si vive o si muore. Il Rapporto Osservasalute 2016, ad esempio, avverte: “la Provincia Autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Sardegna presentano valori particolarmente elevati di suicidialità e di soggetti ricoverati per disturbi pscichici e per disturbi alcol-correlati; la PA di Bolzano presenta anche valori elevati di consumo di farmaci antidepressivi. All’estremo opposto la Campania e la Calabria presentano i valori più bassi per tutti gli indicatori considerati”.
Le regioni del Mezzogiorno, Sicilia compresa, vincono su quelle del Nord. È tipico delle società dove la competizione sociale è meno accentuata, di quelle tendenti all’epicureismo, e la conferma sta nei numeri dei vari rapporti sulla salute mentale, che in certe classifiche non sono considerati.
Vi è certamente una sensibile differenza tra Nord e Sud in termini di offerta occupazionale, diritti e servizi, ma certe graduatorie nascono da un’elaborazione di dati e indicatori metodici di carattere economico anche discutibili, e persuadono gli italiani che si viva bene al Settentrione e male al Meridione. Certe classifiche sono uno dei diversi modi per spingere i giovani del Sud a disprezzare le loro città, a non migliorarle (e così si alimentano le colpe dei meridionali; ndr) e ad abbandonarle, convincendoli che il distacco dalla loro terra, oltre che essere necessario, sia quanto mai giusto.
Al Sud si sopravvive. Poi si emigra al Nord, e finalmente si vive, finché si vive.

Se la classifica de Il Sole 24 Ore dice Belluno, Aosta, Bolzano, Trieste in testa, vediamo cosa si dice in queste città.

Campania “felix” consuma meno antidepressivi

Angelo Forgione – E chi li ammazza questi campani! Perché loro non ci pensano proprio. Nonostante la mancanza di lavoro, l’avvelenamento della terra, la camorra che invade la quotidianità e tutti i problemi che li travolgono, resistono e vanno avanti. L’osservatorio sull’impiego dei medicinali dell’Agenzia italiana del farmaco (A.I.F.A.) ha prodotto un rapporto sull’uso dei farmaci antidepressivi e psicofarmaci, confermando quello che un dato costante: la Campania è la regione che ne fa meno uso, in controtendenza con il costante aumento del dato nazionale. L’A.I.F.A., infatti, evidenzia un aumento del 4,5% dal 2004 al 2012.
Qualcuno potrebbe pensare che meno soldi ci sono e meno farmaci si acquistano, ma il ragionamento è subito smontato dalla classifica dei suicidi e dei tentati suicidi, completamente gratuiti, che vedono la Campania “serenamente” all’ultimo posto in entrambe le graduatorie (Napoli meglio di tutte le altre province campane). Se ci fosse un’esigenza non soddisfatta, l’effetto sarebbe devastante e si concretizzerebbe in un maggior numero di suicidi tentati e riusciti. Le vere motivazioni vanno invece ricercate nelle abitudini e nelle attitudini del popolo campano, che, per evidenti motivi, vive in una società meno competitiva di quella settentrionale (in cui i suicidi abbondano), più allenato a destreggiarsi tra i problemi della vita quotidiana che non diventano esistenziali. Questo è il ragionamento da fare per confrontare i diversi stati d’ansia tra Nord e Sud del nostro Paese, e per averne conferma va inquadrato in una visione più ampia: l’Organizzazione Mondiale della Sanità monitora costantemente i dati dei suicidi nell’area dell’OCSE, dai quali si evince che l’area del Mediterraneo compresa tra Portogallo, Spagna, Italia (più Sud che Nord, evidentemente) e Grecia ha tassi di suicidio nettamente inferiori a paesi come Germania, Austria, Finlandia, Islanda, Irlanda, Estonia, Ungheria e Slovenia. Inferiori persino alle decantatissime Australia e Canada che sono notoriamente i paesi in cui la “qualità della vità” raggiunge i più alti livelli. Per non parlare poi di Stati Uniti e, soprattutto, Giappone.
E allora, alla prossima pubblicazione della classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita ricordiamoci tutti che è stilata senza tener conto di certi dati che concernono problemi esistenziali e si limitano a scattare una fotografia dei servizi al cittadino. E non contemplano neanche la concentrazione paesaggistica e monumentale, la qualità e la varietà del cibo e il tempo medio speso a contatto con le persone, magari sorridendo.

Napoli prima nella classifica della “qualità della morte”

le statistiche 2012 de “Il Sole 24 Ore” veritiere sui servizi ma non sull’esistenza

Angelo Forgione per napoli.com – Ci risiamo! Anche quest’anno la rituale classifica della qualità della vita stilata da “Il Sole 24 Ore” vede Napoli in fondo, penultima per la precisione, meglio della sola Taranto. Già lo scorso anno affrontai la questione partendo dal presupposto che a Napoli i servizi sono scarsissimi e che sono davvero poche le cose che funzionano. Come si fa ad assolvere una città in cui il lavoro è una conquista e non un diritto, dove il verde e gli spazi pubblici sono pressoché inesistenti e dove l’ordine pubblico non è assicurato?
Ma queste graduatorie vanno prese per quelle che sono e non per quelle che vogliono essere. La classifica in oggetto non dovrebbe chiamarsi “della qualità della vita” ma “della qualità dei servizi”, che è cosa ben diversa. E per smontarne l’accezione assegnata che tende a proiettare del Nord un’immagine di serenità e del Sud di estremo disagio esistenziale basta tener conto della classifica della “qualità della morte”, quella che dice che i suicidi in Italia sono maggiori al Nord-est e al Nord-ovest, in media al centro e nelle isole e nettamente sotto la media al Meridione. Sono statistiche tratte dal sito dell’ISTAT e dalle quali si evince che la Campania è la regione meno colpita da questa specifica mortalità così come dagli stati d’ansia, seguita da altre del Mezzogiorno ben distanti dai valori critici della Liguria e di altre settentrionali. Le città del Sud hanno i più bassi coefficienti per 100.000 abitanti, Lecce, Messina e Napoli in testa con tutti i loro problemi, mentre schizzano a livelli veramente allarmanti centri come Vercelli, Asti e Cuneo, posti dove paradossalmente la “qualità della vita” è buona quando non ottima. Napoletani e meridionali masochisti? Ma no. Semmai consapevoli del loro handicap civile, del loro disagio sociale e della loro sofferenza. E la sofferenza è vita più che morte, nel senso che se si è allenati alle difficoltà le si affrontano con più preparazione. Tradotto in soldoni, se un meridionale non trova lavoro sa che deve emigrare e arrangiarsi.
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) monitora costantemente questi dati perché la prevenzione del suicidio è una delle priorità di sanità pubblica da perseguire, e mette a confronto i vari paesi OCSE. Ne viene fuori che l’area del Mediterraneo compresa tra Portogallo, Spagna, Italia (più Sud che Nord) e Grecia ha tassi di suicidio nettamente inferiori a paesi come Germania, Austria, Finlandia, Islanda, Irlanda, Estonia, Ungheria e Slovenia. Inferiori persino alle decantatissime Australia e Canada che sono notoriamente i paesi in cui la “qualità della vità” raggiunge i più alti livelli. Per non parlare poi di Stati Uniti e, soprattutto, Giappone.
E allora, vogliamo continuare a dare ascolto al “Sole 24 Ore”? Si, se prendiamo quelle statistiche per fotografia dei servizi. Perché tali sono, altrimenti ci metterebbero la classifica della concentrazione di monumenti, della qualità e della varietà del cibo e tutto quanto attiene alla cultura dei luoghi. A proposito, nello scorporo dei coefficienti che le compongono, è il caso di sottolineare che nella specifica classifica dell’ordine pubblico Napoli si attesta al posto 90. Male, certo, ma meglio di Prato, Milano, Roma, Torino, Pisa, Novara, Forlì Cesena, Bologna, Brescia, Bergamo, Rimini, Pescara, Imperia, Foggia, Sassari e la peggiore Latina. Fate un po’ voi.

La sceneggiata della Fornero offesa alla dignità

La sceneggiata della Fornero offesa alla dignità

Imprenditori suicidi, la spia del crollo del modello Italia

Angelo Forgione – Effetto crisi: calo del potere d’acquisto al Sud e le aziende chiudono anche al Nord con conseguenti drammi mai conosciuti prima. Si sta tragicamente avverando il monito degli economisti Paolo Savona, Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis (a proposito dello studio sui cui chi scrive insiste da tempo): «È nato un tale intreccio tra le regione del Nord e del Sud che per metterci le mani si potrebbe causare un danno irreversibile al modello di sviluppo italiano». Qualcuno ci ha messo le mani e il danno è ormai in corso. Ed ecco in qualche modo spiegati i 23 suicidi di imprenditori dall’inizio dell’anno, uno ogni quattro giorni. Solo 9 sono avvenuti in Veneto, il 40 per cento del totale, regione che è sempre stata motore dello sviluppo economico per la piccola e media impresa. 3 suicidi a testa per Puglia, Sicilia e Toscana, 2 nel Lazio, 1 in Lombardia, Liguria e Abruzzo. E il dato riguarda solo chi aveva deciso di mettersi in proprio, pensionati, operai e dipendenti a parte. Questi altri lasciano questo mondo al ritmo di uno al giorno, a partire da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. 53,4% di casi al nord, 20,5% al centro e 26,1% al sud.
Suicidi che rappresentano un vero e proprio allarme. Le tasse, la burocrazia, la stretta creditizia e i ritardi nei pagamenti fanno del suicidio un gesto di ribellione e liberazione da un sistema sordo che non vuole cogliere la gravità della situazione e strangola i lavoratori senza misure di sviluppo. E dietro i suicidi, centinaia di imprese che chiudono i battenti, una su due entro i primi cinque anni di vita. Ma Mario Monti si ritiene soddisfatto del raffronto con i 1725 suicidi in Grecia.
In un paese in cui una parte produce e l’altra acquista, la caduta nel baratro è in corso. La parte produttiva trattiene a sé la maggior quota della ricchezza prodotta e invia denaro al Sud per ottenerne due vantaggi: tagliare fuori dal mercato il Meridione e sottrargli reddito e occupazione. Ma con la morsa degli ultimi governi il potere di acquisto è calato fortemente in tutto il paese, e al Sud particolarmente. Questo ha causato il restringimento dei consumi e, di conseguenza, il vistoso calo dei profitti delle aziende del Nord. Le più piccole hanno chiuso, ed ecco spiegati i suicidi.
L’Italia è configurata in due aree non amalgamate ma intrecciate da particolari flussi, e il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa. I dati degli ultimi dieci anni evidenziano la crisi del Sud ma sopratutto la forte crisi delle aree forti del Nord. Insieme a fondo, legate allo stesso destino, come non vogliono ammettere i leghisti che professano secessione e superiorità. Sono loro i principali colpevoli di una concezione teorico-politica ventennale che nasconde la verità con bugie e offese dirette al Sud. E così, mentre anche gli imprenditori del Nord chiudono e si suicidano, l’elettorato leghista crede alle idiozie di chi, dopo gli scandali, ha rincarato ancor di più la propaganda razzista-separatista.
Tutto questo mentre il ministro del Lavoro Elsa Fornero entra in conflitto coi sindacati. «Sono piemontese e sono abituata a lavorare», ha detto rispondendo con tracotanza ai rappresentanti di CGIL, CISL e UIL sulla querelle degli “esodati“. Beata lei che può farlo con grande reddito, così come tutta la sua famiglia. Il marito Mario Deaglio è professore ordinario di Politica Economica alla facoltà di economia della stessa università di Torino, la stessa dove lei insegna macroeconomia ed economia del risparmio, della previdenza e dei fondi pensione. La figlia, Silvia Deaglio, a soli 37 anni è divenuta ricercatrice in oncologia e professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, indovinate un po’, dell’università di Torino, oltre che responsabile della ricerca presso la “HuGeF“, una fondazione che si occupa di genetica sponsorizzata dalla “Compagnia di San Paolo” di cui la mamma è vicepresidente.
Eppure ci aveva provato Elsa a ricoprirsi di umanità quando annunciò la riforma delle pensioni. Fu il momento del pianto sulla parola “sacrificio”, ma si trattò di una sceneggiata (ricordate sempre la scultura del “Disinganno“) che confermò il luogo comune sui piemontesi falsi e cortesi. Si interruppe simulando le lacrime e una commozione senza alcuno spessore teatrale; e quando Mario Monti prese la parola al suo posto, si girò verso un collega a bisbigliare. Fu proprio il glaciale premier a smascherarla, infastidito dal brusio, con un richiamo eloquente: «commuoviti ma correggimi». E lei, da brava scolaretta imbarazzata tra le risate dei giornalisti: «si, mi sono commossa ma adesso mi sono ripresa».
In molti ci erano cascati ma era evidente che la messa in scena doveva (e deve) far capire la “mission” del governo tecnico espressione del potere bancario, scevra da scrupoli e inutilmente ammantata di umana tenacia. Ma il cinismo è venuto fuori a Reggio Calabria, quando la Fornero (che non gradisce che il suo cognome sia anticipato dall’articolo) ha risposto ai sindacalisti. «Io sono… (ghigno fiero) piemontese». E la maschera è andata giù, ma ce ne eravamo già accorti.

Qualità vità, anche per ItaliaOggi Napoli dietro

Qualità vità, anche per ItaliaOggi Napoli sul fondo

ma allora ci spieghino perchè non siamo depressi

Angelo Forgione – E così, dopo “Il Sole 24 Ore” che ci aveva relegato al posto 105 su centodieci province italiane per qualità della vita, “ItaliaOggi” ci spinge ancora più giù, al penultimo posto, almeno a leggere il tredicesimo rapporto realizzato in collaborazione con l’università “La Sapienza”. 
Sprofonda con essa tutta l’Italia meridionale: nella zona d’ombra delle città con qualità della vita scarsa o insufficiente ci sono tutte le 36 province del Mezzogiorno. Insomma, Meridione inferno si direbbe.
Sulla questione mi ero già espresso alla pubblicazione della classifica de “Il Sole” e ci ritorno oggi, anche in virtù dell’opinione offerta a “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte. Quando mi convinceranno che i suicidi al Sud e soprattutto a Napoli sono così rari perchè ai meridionali piace soffrire allora capirò tante cose che non mi spiego. Ma fino ad allora continuerò a dire “ma facìteme ‘o piacere”.
Certo, io vivo male perchè pago la più alta tassa sui rifiuti d’Italia senza avere un servizio efficiente, perchè pago salata una tangenziale urbana come non accade da nessuna parte d’Italia, perchè sono vessato da sperequazioni assicurative e tasse di possesso esorbitanti, da affitti impraticabili, e perchè se perdo il mio posto di lavoro (ammesso che lo abbia), è più facile che vinca il Superenalotto piuttosto che ne trovi un altro. Vivo male perchè la mia terra è contaminata e inquinata dai rifiuti tossici illegalmente sotterrativi, e perchè le strade e i monumenti sono sporcati da chi non alcuna sensibilità per il bello… e potrei continuare a lungo. Ma ritengo che la qualità della vita non possa essere ridotta a un dato esatto, scientifico, benchè sia io un amante delle statistiche e le utilizzi per essere convincente.
Qualche mese fa ho personalmente contribuito a redigere la voce “Napoli” su Wikipedia (lo faccio spesso quando posseggo dati d’archivio e statistiche che mi rendono inoppugnabile) inserendo la sottosezione “Fattori positivi” nella sezione “Qualità della vita” riferendomi tra le altre cose proprio al basso tasso di suicidi della nostra città.
Ci sono parametri che non possono essere immessi in un computer come ad esempio la storia di una città, la bontà del cibo, la specificità dei luoghi. Di problemi a Napoli ne abbiamo, non viviamo bene, ma abbiamo degli anticorpi che altri non hanno. Riconosciamo le nostre difficoltà e le combattiamo, sappiamo trovare le nostre valvole di sfgogo. Questo è il motivo per il quale non soffriamo di depressione quando invece dovremmo patirla più degli altri. E se il popolo napoletano ancora non si è ribellato ad un determinato stato di cose è forse proprio perchè il pallone non riesce mai a scoppiare.

Qualità della vita. La stabilisce la finanza del nord?

video: l’analisi “letteraria” di Erri De Luca

Angelo Forgione – Ero più giovane e tremavo puntualmente al pensiero della pubblicazione delle statistiche sulla qualità della vita de “Il Sole 24 Ore”. Puntualmente Napoli e le città del Sud a picco, e quelle del Nord a rallegrarsi. Era un dogma, arrivava Dio Sole 24 Ore e mi diceva che non vivevo bene, ma poi studiando la questione meridionale sono uscito da questo tunnel, da questa “statisticofobia”. Per me non è più un dogma, è solo una notizia su cui riflettere sulle negatività di Napoli ma non sulle sue positività che sono davvero fuori graduatoria.
Diciamo chiaramente che la vita quotidiana è una palestra di sofferenza. Però le statistiche sono importantissime per analizzare determinati fenomeni ma non per dare giudizi sommari e per stabilire scientificamente delle classifiche che non possono contemplare fattori e parametri non riducibili a numeri.
Non voglio tener conto solo dei mali della mia città per dire se ci vivo bene o male. Ci devo mettere anche alcune sue positività che non sempre sono quantificabili, misurabili, indicizzabili. Devo considerare anche il perchè a Napoli e al Sud, così umiliati da simili statistiche, gli stati d’ansia siano così rari da rendere difficili i suicidi. Devo considerare la qualità e la bontà di ciò che mangio, la profondità dei rapporti umani e il senso di appagamento che può dare la vista di un panorama pittato dal mare e dal sole, la storia che mi comunica la mia identità.
Luciano De Crescenzo disse metaforicamente che “Napoli è l’ultima speranza per l’umanità”; Mastorianni disse di gradire “una vita su un pianeta tutto napoletano”. Certe considerazioni esulano dalla finanza, dagli affari e dall’economia ed attingono a profondità e sensibilità diverse.
Per me, Napoli non è né centocinquesima né prima. Napoli è! Non la vorrei diversa ma decisamente migliore, e ogni santo giorno mi sbatto per migliorarla. Non lontana da ciò che sa dare, da ciò che ne apprezzo, da ciò che Erri De Luca ha espresso commentando determinate classifiche comode a certi potentati economico-finanziari che non stanno certamente a Sud. Ma facìtece ‘o piacere!

Percezione del rischio a Napoli condizionato dai media

Percezione del rischio a Napoli condizionato dai media

Angelo Forgione – È purtroppo deceduta una donna vittima di una rapina a Novara. Episodio triste e luttuoso di cui difficilmente sentiremo parlare per giorni interi e su tutti i telegiornali e quotidiani perchè non si tratta di una fidanzata di un calciatore, per giunta del Napoli. E purtroppo la vittima novarese non potrà mai dire “Novara città di m…”, così come non l’ha potuto dire il pensionato romano deceduto dopo aver difeso la moglie dai rapinatori a Settembre. Tutto questo conferma la pericolosità dell’intero territorio nazionale ormai consegnato al crimine dopo i tagli alle forze dell’ordine.
Ieri, operando su wikipedia, notavo che nella pagina di Napoli c’era una sezione dedicata alla “problematiche del territorio” con dovizia di informazioni sui mali della città. Giusto, ma informazioni che non riscontravo per le pagine di Roma, Milano e Torino nonostante l’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia abbia da poco divulgato che precedano Napoli nella classifica dei reati del 2010 (situazione peggiore per Roma nel 2011 ancora in corso). Ecco perchè poi qualche giornalista tendenzioso si consente di strumentalizzare e mistificare la realtà sapendo di farlo. Ecco perchè i media, anche quelli moderni più consultati dalle nuove generazioni, sono responsabili di una gonfiamento programmato dei problemi reali di Napoli. Da ieri, le informazioni sulle altre metropoli italiane ci sono (per iniziativa del sottoscritto), con tanto di documentazione mediatica richiesta per “vidimare” le voci dell’enciclopedia sul web.

Ripropongo oggi un articolo scritto un anno fa (in basso) che rafforzo e confermo alla luce degli avvenimenti di questi giorni. Basta osservare la tabella allegata per comprendere la reale pericolosità del nostro territorio, e per riflettere sulla percezione del rischio deformato dalla proiezione della nostra realtà da parte dei mass-media. Questo non cancella e minimizza il problema della criminalità che è forte e concreto a Napoli e al Sud, e non più solo al Sud, ma gli da l’esatta dimensione nel contesto sociale. Del resto, si sa, il crimine organizzato, per la sua spietatezza, vende più di ogni reato. Anche se non è la sola voce di rischio della società. Quello che non tutti riescono a comprendere invece è che l’accanimento contro Napoli non è “piagnisteo” meridionalista ma dinamica sociale reale. Paolo Mieli docet!

Leggi l’articolo “Campania: il “far-west” che non c’è”

Campania: il “far-west” che non c’è.

Campania: il “far-west” che non c’è

I mass-media falsano la percezione del pericolo
ma il territorio campano è tra i meno pericolosi d’Italia

leggi su napoli.com

di Angelo Forgione

Agguati di camorra, microcriminalità e violenza urbana. I telegiornali si riempiono di Napoli in chiave negativa e i quotidiani sparano titoli sensazionali che umiliano la comunità partenopea. La Campania è, secondo il Rapporto sulla criminalità del Ministero degli Interni, la regione con il maggior numero di omicidi. La parte del leone la fa, manco a dirlo, la criminalità organizzata, e non potrebbe essere altrimenti con la frammentata galassia di clan e famiglie malavitose che gestiscono il malaffare. Un dato certamente sconfortante che fa molto rumore ed impatta violentemente, più di ogni altra piaga. La Campania e il suo capoluogo sono proiettati come territorio pericoloso, il più pericoloso. Ma è una proiezione quanto mai fuorviante perché non è così che si evince un giudizio approfondito sulla reale pericolosità di Napoli rispetto alle altre città italiane ed europee.

La Campania è certamente terra di malaffare che blocca lo sviluppo e la crescita sociale, non c’è dubbio, ma la pericolosità di un territorio va analizzata nell’ampiezza di un quadro completo che comprenda non solo il fattore criminoso costituito dai morti per omicidio volontario ma anche da quello sociale di cui fanno parte i morti per incidenti stradali e i suicidi. Questo perché un ambiente può essere più o meno pericoloso anche in base alla rischiosità delle proprie strade e del proprio stile di vita.

Tanto per cominciare un’analisi realistica, il numero di omicidi, che in Campania è il più alto, non indica necessariamente la triste leadership perché il dato va spalmato sulla popolazione per ottenerne un coefficiente di media. E la Campania non si salva, ma viene però superata dalla Calabria e, udite udite, dalla Val d’Aosta.
Per avere una reale indicazione sulla pericolosità del territorio campano è sufficiente  affiancare il Rapporto Eu.R.E.S. Ansa sugli omicidi volontari, il Rapporto ACI Istat sulla mortalità automobilistica e i dati Istat sulla Giustizia che indicano i suicidi sul territorio nazionale; basta quindi sommare i dati sulle morti, rapportare i totali alla popolazione di ogni singola regione e il gioco è fatto.

È così si scopre che in Campania, nonostante la camorra pesi sensibilmente sul totale degli omicidi volontari, si registrano una scarsissima mortalità stradale e una bassa propensione al suicidio. I coefficienti che si evincono dimostrano che la Campania è di fatto una delle regioni più sicure insieme alle tranquille Molise e Basilicata.
È vero che in Trentino c’è un rischio di morte per omicidio dieci volte inferiore che in Campania, ma è altrettanto vero che i trentini sono soggetti ad una vera e propria strage sulle strade e ad un’autentica “suicidiomania” da brividi. Impressionanti tassi di mortalità in auto si registrano in tutte le regioni del Nord, Lombardia, Piemonte e Veneto su tutte, e città come Mantova, Cuneo e Treviso forniscono dati di più di 10 volte peggiori di Napoli che, tra l’altro, è anche soggetta ad un salasso da parte delle compagnie assicurative che tacciono sul dato dei sinistri al nord quando parlano di truffe assicurative al sud.

La città di Pulcinella sarà pure caotica e rumorosa ma probabilmente in tutto questo si nasconde una propensione alla socializzazione che è poi motivo di tanti più sorrisi, in antitesi con molti luoghi desolati del nord in cui gli stati d’ansia sono automatici al solo camminare per strada di sera. E sebbene nel suicidio vi sia una componente volontaria, è pur vero che il territorio in cui si vive incide fortemente sui disturbi psichici che portano all’atto estremo. E allora non è un caso che la Campania sia allegramente ultima nella classifica dei suicidi, con una proporzione di 1 a 3 rispetto a tutte le regioni del centro e del nord.

Forse l’ansia da passeggio centro-settentrionale non è poi così immotivata se pensiamo che i serial killer non sono un prodotto tipico campano, e neanche un fenomeno prettamente meridionale, anzi: Alessandro Mariacci, Olindo Romano e Rosa Bazzi, Mario Alessi, il mostro di Firenze, il killer di Padova, Michele Profeta, Erika e Omar, Annamaria Franzoni, le bestie di Satana, Guglielmo Gatti, Acquabomber, Unabomber, i delitti di Garlasco e di Perugia sono solo una parte del lungo elenco di una follia che pervade i territori del nord e del centro Italia. Non è una teoria ma un dato effettivo fornito dal Ministero della salute che indica le regioni del nord e del centro in testa per numero di ricoveri dovuti a disturbi mentali organici indotti, nevrosi depressive e dipendenze da alcol e droghe, mentre la Campania è invece felicemente tra le ultime.
A rinforzare questi dati quelli di Federfarma riguardanti l’assunzione di antidepressivi di cui in Campania si fa un uso davvero minimo, così come di Viagra che in altre regioni del nord è abusato. Tutto ciò a conferma di una comunità campana tutt’altro che sull’orlo di una crisi di nervi.

L’O.M.S., l’organizzazione mondiale della sanità, ha previsto che nel 2020 una persona su cinque sarà affetta da disturbi mentali e, visto che i dati in Campania sono stabili mentre al centro-nord si registra un costante aumento, risuona profetico il monito di Beppe Grillo in un suo spettacolo: “Napoli è l’unica speranza per l’umanità”.
Campania Felix? Per molti versi non più ma per altri decisamente più che altrove. La verità è che le mafie hanno un nome e dietro il nome “camorra” si può catalogare ogni fenomeno macabro che non è meno cronico al nord laddove però non è etichettabile ed è per questo più silenzioso. Il raptus di follia fa meno notizia del regolamento di conti e i mass-media si affannano a sviscerarlo cercando di capirne il movente e le dinamiche rivestendolo di un alone di umanità che non può essere conferito all’omicidio malavitoso, il cui movente è notoriamente deprecabile e lascia spazio solo alla condanna per l’intera comunità che lo subisce dall’interno.

Alla vigilia del match Napoli-Milan del 25 Ottobre 2010, sul Corriere della Sera appare un’intervista al bomber della squadra azzurra Edinson Cavani. Una domanda recita così: «Ha letto “Gomorra”?» – Il calciatore risponde argutamente: «No. A Palermo, dove sono stato benissimo, so che c’è la mafia. Mi sono informato, poi ho deciso che della città volevo solo prendere le cose belle».
Chi si sognerebbe di intervistare Ronaldinho e chiedergli cosa ne pensa dei numerosi delitti tra le mura domestiche di Milano? Eppure, sempre secondo il Rapporto Eu.R.E.S. Ansa, i delitti in famiglia uccidono più delle mafie e il dramma è più frequente tra le mura domestiche che per strada. Un omicidio su tre è familiare, frutto di disturbi psichici o comunque di rapporti umani poco concreti che sono, come dimostrato, prerogative del nord laddove, statisticamente, ogni dieci giorni un componente di famiglia pianifica il proprio “suicidio allargato”, trascinando con sé il coniuge, i figli o altri familiari.

Napoli e Campania alla facile gogna, ma quanto mai sicure al confronto con molte regioni. Le statistiche complessive dicono che le regioni davvero pericolose sono il Friuli, il Trentino, la Val D’Aosta, la Liguria, il Veneto, l’Emilia Romagna. E tutto questo smonta l’associazione pericolosa dei luoghi comuni e la deviazione mass-mediologica tutta italiana, ma non il loro pernicioso effetto a danno dei Napoletani, dei Campani e dei Meridionali in generale.
Gli stessi Napoletani ne risultano condizionati, convivendo con la sensazione di trovarsi in un  territorio in cui il pericolo sia dietro l’angolo. Eppure nessun cittadino partenopeo o campano risulta essersi mai barricato in casa per evitare i pericoli di un far-west che di fatto non esiste ma è, allo stato dei fatti, indotto dai mass-media.

dal libro “And so what…?” di Pasquale Russiello

immagine: L’Ottimista di Marco Adinolfi