Il derby del sud del calcio (che il fascismo aiutò)

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Angelo Forgione È un gran peccato che il “derby del Sole” non sia uscito sano dagli anni Ottanta (qui la verità sul gemellaggio interrotto: http://wp.me/pFjag-4Hd), persino avvelenato nei Duemila. Se una partita tra squadre che non rappresentano la stessa città è targato “derby” è perché qualcosa di importante la condividono. Roma e Napoli, nell’estate del 1926, furono le uniche due città chiamate dal  fascismo a rappresentare il calcio meridionale, per decenni marginalizzato dal Nord del pallone, nel primo vero embrione di campionato nazionale. «Basta col monopolio settentrionale del giuoco!», disse il Duce. Via alla ‘Carta di Viareggio’ e tre squadre metropolitane nella mischia: il Napoli, la Fortitudo Roma e l’Alba Roma. Quelli del “triangolo industriale” protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo inadeguati i club imposti dal regime, usurpatori di posti spettanti al football dei ricchi. Dovettero però piegarsi alle volontà del CONI fascista di Lando Ferretti, che scrisse la parola fine a una questione che si sarebbe trascinata per molti anni ancora. Le due capitoline, nell’estate del 1927, si unirono in matrimonio, e concepirono la Roma giallorossa.
Il Sole non è folclore sulla storia del match ma latitudine. Due squadre, il Napoli e la Roma, figlie di un Dio minore del football, deputate a opporsi all’asse Torino-Milano. Due club accomunati dalla storia, dalla lontananza dal potere del Nord e dalla passione identitaria e localistica delle rispettive tifoserie. Due club che non hanno stelle sulle maglie, ma neanche strisce.

L’ipocrisia di Tavecchio e della giustizia sportiva

Angelo Forgione Cori dal 1′ al 90′ contro Napoli. Striscioni offensivi nei riguardi di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, accusata di lucrare sulla morte del figlio. Allo stadio Olimpico di Roma è andata in scena una nuova vergogna, e a nulla è servito il comportamento esemplare dei napoletani nel corso della partita di andata. Lasciamo stare che dal libro scritto la signora Leardi non caverà un euro e devolverà tutto in beneficenza (come in passato a beneficio del ‘Gemelli’ di Roma). Lo striscione più indecente è quello che recitava “Daniele con noi”, come a dichiararsi tutti idealmente solidali a un accusato di omicidio in quella curva giallorossa.
I romanisti non solo non si sentono colpevoli dell’omicidio di Ciro Esposito, dimenticando quanto odio razzista vomitano nei confronti dei napoletani anche quando non c’è il Napoli di scena nella capitale. Eppure l’Olimpico è l’unico stadio d’Italia che, in regime di squalifiche dei settori, ha subito la chiusura non solo delle curve ma anche delle tribune. Neanche la Roma, nel suo comunicato ufficiale, si è degnata di stigmatizzare il comportamento dei suoi tifosi fascisti, ma questo fa parte del teatrino. Come dello stesso teatrino fa parte l’atteggiamento del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che si è detto sorpreso per quanto accaduto e ha condannato il tutto annunciando l’interesse della Procura Federale, che non porterà a nulla. “Le partite del nostro campionato – ha detto Tavecchio – dovrebbero essere un luogo di gioia e non di insulto, per questo lavoriamo sulla trasmissione dei valori alla base del calcio: l’ignoranza e la violenza sono mali sociali che si estirpano con progetti comuni, di tutte le componenti sportive e politiche, oltre al contributo fondamentale dei media”. Parole vuote di un massimo dirigente federale inadeguato ed evidentemente già bruciato alla sua elezione, senza alcuna credibilità in tema di razzismo, artefice (per volontà altrui) della modifica con effetto immediato, alla sua elezione, dei rognosi articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportivo relativi alla chiusura dei settori per “discriminazione territoriale”. Con le manovre estive, risultato raggiunto: niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione e tanti cori e striscioni offensivi nel luogo del delitto. Tutto come prima, peggio di prima. Un’ipocrisia senza fine.
Sfugge ai più che la modifica dell’articolo 12 stabiliva l’applicazione di ammende, invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi, ma, nei “casi più gravi”, permaneva al comma 6 l’obbligo di disputare partite a porte chiuse; casi “da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva”. In sostanza, restò in piedi almeno la “valutazione”, ovvero l’interpretazione da parte del giudice sportivo, però soggettiva e influenzabile dalle già rumorose pressioni esterne. Quello della vigilia di Pasqua non è forse un caso così grave da meritare la chiusura dell’Olimpico?

I romanisti: Napoli incivile! Ma anche no.

Ipocrisia romanista: Napoli incivile! Ma anche no.
Nessun problema per i 27 tifosi romanisti al San Paolo

leggi l’articolo su napoli.com

di Angelo Forgione

stadio san paoloIl giorno dopo la vittoria del Napoli sui capitolini, la rivista del tifo giallorosso “il Romanista” denuncia che “nel corso della partita persa dalla Roma contro il Napoli c’è da verificare la marea di insulti rivolti ai giallorossi in particolare a Totti e De Rossi e soprattutto alla città. Un gesto di inciviltà che continua a persistere negli stadi ed in particolare ieri al San Paolo. Tanti striscioni provocatori ed ingiuriosi di nessuno di questi è possibile riportare il contenuto”.

Che l’inciviltà negli stadi sia sovrana è palese e non basterebbe un secolo per cambiare usi e costumi dei tifosi del calcio. Ma è difficile comprende lo sfogo di una testata romana quando proprio dal pulpito dello stadio Olimpico si può ascoltare di tutto contro i Napoletani. Persino quando l’avversario in campo non è il Napoli parte quasi sistematico il coro “Odio Napoli”. Un malcostume che genera attriti, astio che genera astio. Sarebbe utopistico sperare che negli stadi prenda il sopravvento il rispetto, ma fin quando questo non sarà che almeno non trionfi l’ipocrisia.

Alla trasferta di Napoli hanno partecipato 27 tifosi romanisti che hanno avuto vita serena. È questo il dato sul quale formulare una sentenza di massima, scevra da luoghi comuni e etichette tipiche degli stadi. Ci piace pensare che lo stesso accadrà al ritorno per i Napoletani, ma purtroppo i precedenti non sono confortanti.
Gli stessi romanisti in trasferta hanno raccontato la loro giornata proprio alle pagine de “Il Romanista” dal quale si evince la serenità con la quale hanno potuto vivere la loro giornata Napoletana, a prescindere dall’ambiente ostile nei cori e dal risultato avverso.

Il racconto è paradossale perché tende a rimarcare il malcostume dei tifosi azzurri con una tale incisività che diventa esilarante quando gli stessi romanisti si rallegrano della serenità di cui hanno goduto. Ci si lamenta degli olè a fine gara, del “chi non salta giallorosso è”, degli striscioni contro Totti e famiglia, degli insulti alla Capitale, dei fischi a De Rossi; ma si legge, cosa più rimarchevole, che il «viaggio è stato tranquillo (…) tutto è filato via liscio senza problemi (…)». Matteo, 17 anni, aggiunge: «Sì, io sono vestito coi colori della Roma e nessuno mi ha fatto storie. Anche gli steward sono stati gentilissimi, meno male».
Il racconto fa capire che agli impavidi tifosi romanisti sono rimasti sullo stomaco i fischi, gli striscioni, gli olè, e, udite udite, la chicca di “Tu vuò fa l’americano” e “‘O surdato nnammurato”. O forse semplicemente il risultato finale. Come dice il romanista David:
«Nun ce poteva esse finale peggiore. Che brutte cose che abbiamo visto».

Fosse questa l’inciviltà, ci sarebbe da auspicare che tutti gli stadi d’Italia fossero incivili come il “San Paolo” durante Napoli-Roma del 3 Ottobre 2010.

il racconto dei tifosi della Roma al “San Paolo”
http://www.romanews.eu/news.asp?pagID=74&newsID=7988

i cori contro Napoli in Roma-Fulham
http://www.youtube.com/watch?v=cGIqAL3RpJU