Jean-Noël Schifano: «Anche sotto la Torre Eiffel vedo il Vesuvio»

presentazione_schifanoJean-Noël Schifano ha presentato il suo nuovo lavoro, Chroniques napolitaines III – Encore un tour autour de la vie (Gallimard), all’Istituto francese di Napoli ‘Grenoble’ di via Crispi, una delle sue case sotto il Vesuvio. La serata è stata introdotta dal Console generale di Francia, Jean-Paul Seytre, e dall’Assessore alla cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele.  Momento intenso il “siparietto” con uno dei relatori, lo psichiatra Salvio Esposito, una cui riflessione ha dato la stura allo scrittore francese per un’ennesima dichiarazione d’amore per Napoli.
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«Io sto a Napoli anche quando non sto a Napoli. Io sono sempre a Napoli, anche sotto la Torre Eiffel, nostalgicamente. Anzi, non vedo la Torre Eiffel; vedo il Vesuvio. Mi ci sono voluti sette anni per entrare nel movimento perpetuo di quello che chiamo “barocco esistenziale” di Napoli. Non posso capire il mondo senza Napoli. Non posso capire l’umanità senza un esempio napoletano. Napoli fa parte di ogni mio battito di cuore, è l’alfa e l’omega della mia vita. Se non potessi vedere più Napoli morirei subito.»
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Una recensione del libro, a cura di Donatella Gallone, relatrice al ‘Grenoble’ insieme a Stella Cervasio de la Repubblica, è disponibile sul sito ilmondodisuk.it. Degli scenari storici, Schifano ha parlato con Gino Giammarino per la striscia settimanale di informazione meridionalista Brigantiggì.

Renzi là dove gli italiani spararono sui napoletani: «tornare orgogliosi di far parte dell’Italia»

Angelo Forgione Certo che è proprio strana l’Italia. Oggi la guida un fiorentino di mezz’età che prima taglia risorse al Sud e poi, con buone parole, predica il riscatto nazionale; che invita gli italiani a «tornare ad essere innamorati di un Paese che nel mondo è stato famoso per la sua storia»; che chiede di essere supportato nella partita del turismo, inteso come «elemento di cultura politica e di orgoglio nazionale». È una strategia condivisibile quella di Matteo Renzi, se di strategia si trattasse e di non sola propaganda. Lo vedremo in futuro, ma intanto è necessario che il leader del Governo nazionale si prepari meglio, ora che esercita una certa presenza sui vari territori. «Il museo, due secoli fa – ha detto Renzi a Portici (nel video al minuto 5:58) – era una delle tappe del Grand Tour. C’era una élite che studiava per mesi e che sapeva che doveva fare Venezia, Firenze e Roma, e che se non si faceva non era un pezzo della formazione […]». Cancellate Napoli, patria del  Neoclassicismo, e la Sicilia dalle tappe del viaggio sette-ottocentesco. È così che si parla di turismo alla platea napoletana di Pietrarsa.
Ascolti il premier confermare che Napoli non la conosceva, e ora la conosce perché i suoi viaggi istituzionali lo hanno condotto a scoprire le sue bellezze. Dopo la prima volta agli scavi di Pompei e alla Reggia di Caserta, è stata la volta della prima volta al Museo nazionale e parco di Capodimonte e al Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. E proprio da lì, chiudendo gli Stati generali del Turismo, il Primo Ministro ha affermato che «Napoli e tutto il Paese devono tornare a sentire orgoglio di far parte dell’Italia». Sì, proprio da lì, luogo simbolo di una Napoli produttiva piegata e della colonizzazione meridionale, lì dove venivano costruite locomotive, rotaie, caldaie per navi e tutto quello che serviva per il primo sviluppo industriale dell’antico Regno del Sud, interrotto a tavolino dalle politiche del Regno d’Italia, che non esitò ad armare bersaglieri, carabinieri e guardia nazionale per sparare sugli operai in rivolta mentre difendevano la propria fabbrica e il proprio lavoro. Se Renzi, nel suo discorso, avesse chiesto scusa ai napoletani, per quella e per altre ferite sempre aperte, forse sarebbe apparsa meno lunga la strada per ricongiungerli al comune sentimento nazionale, ammesso che esista. Già, perché l’orgoglio partenopeo è realtà sempre crescente, e viene prima d’ogni cosa, ma l’orgoglio italiano di cui parla Renzi non esiste e mai è esistito.
«Dev’essere un pezzo dell’orgoglio della mia identità sapere che se sono nato a Firenze, a Napoli o in alti posti del nostro Paese. Questa realtà fa parte del nostro DNA», ha aggiunto Renzi. Giusto, giustissimo, perché proprio questo significa essere culturalmente unitaristi. Riconoscere la cultura dei grandi centri storici dello Stivale è il primo passo per provare a costruire l’identità nazionale mai esistita (altro che “tornare” ad esser orgogliosi; NdR), che non può essere quella proposta ancora oggi con ostinazione, un retaggio della cultura massonica post-risorgimentale, che prevedeva l’affermazione di una romanzata Storia Patria di tutti, riempita di un tronfio spirito dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. L’istruzione fu nel 1861 la prima cura della nuova Italia tutt’una, col preciso intento di annientare le culture locali e affermarne una sola, di fatto inventata, che era piemontese e non apparteneva che al Piemonte. Ancora oggi siamo tutti, da Bolzano a Pantelleria, “vigilati” da statue, busti e toponimi dei ladri della Patria. Ogni zona della Penisola ha invece la sua cultura, in modo più eterogeneo che in ogni altro paese del mondo. Bisognerebbe lasciare ad ogni territorio la rivendicazione della propria identità, riconoscendola. Soprattutto in ottica turistica, che è un’ottica settentrionalista, come conferma lo stesso Renzi con la sua riflessione sul Grand Tour di un tempo. E lo confermano persino i souvenir che in certe zone d’Italia si vendono ai viaggiatori, spesso stranieri. ombrelloApri un ombrello con l’Italia turistica vista dai toscani: Firenze, Pisa, Siena, Roma, Venezia e Milano. Il Sud sparisce completamente. Niente Napoli e Palermo, Lecce o Catania, ma due volte raffigurate Firenze e Pisa. Anche così si capisce perché il premier fiorentino Renzi, solo per compiti istituzionali, sia sceso per le sue “prime volte” nei luoghi delle meraviglie di Napoli.

Bellenger: «Napoli scientificamente boicottata dal circuito turistico internazionale»

Angelo Forgione «C’è una organizzazione internazionale che, con precisione spaventosa, tiene fuori Napoli dal circuito turistico». L’ha dichiarato Sylvaine Bellenger, direttore del Museo Nazionale di Capodimonte in un’intervista di Anna Paola Merone per il Corriere del Mezzogiorno.
Ci ha messo poco il francese a capire che c’è un corto circuito turistico che non consente a Napoli di sprigionare tutto il suo potenziale. Un problema evidenziato già nel mio libro Made in Naples (Magenes, 2013). Le responsabilità ricadono evidentemente sui tour-operators internazionali, che portano turisti a Roma e spremono i dintorni di Napoli, evitando di evidenziarne le bellezze. E il Governo ci mette del suo: ottimizzare Pompei e Caserta non vuol dire aumentare l’offerta napoletana ma quella romana. Franceschini ha prennunciato un collegamento tra gli scavi di Pompei e l’Alta Velocità, con tanto di nastro trasportatore e ponti di vetro per ridurre a 90 minuti di treno la distanza da Roma. Ma una stazione che porta i turisti direttamente negli scavi e con altrettanta velocità li riporta nella Capitale non sarebbe che un’ulteriore penalizzazione per Pompei e Napoli. Stesso discorso per Caserta, appena entrata nelle attenzioni del Governo dopo i lusinghieri dati sugli afflussi nei musei statali. Ecco spiegato il nuovo interesse per i due tesori attorno il capoluogo dei tesori semi-sconosciuti.
Il primo porto crocieristico d’Italia è quello di Civitavecchia, ossia Roma, verso cui partono centinaia di autobus turistici ogni giorno. Qualcuno va a Pompei. Il risultato è che tra Lazio e Campania, prima e seconda regione per numero di afflusso museale, passano quasi 13 milioni di biglietti staccati. Una voragine!
La città d’arte meta del “Grand Tour” Sette-Ottecentesco, quella col centro storico UNESCO più vasto d’Europa, ricca di tesori e attrattive monumentali, paesaggistiche e non solo, al centro di una macro-zona turistica senza rivali al mondo, deve necessariamente uscire dall’orbita di Roma per aumentare il volume del turismo stanziale. Cosa fare? Pretendere di migliorare i collegamenti locali tra i siti di rilevante interesse turistico (Circumvesuviana in testa); migliorare l’offerta alberghiera; attivare una cabina di regia regionale per diffondere in modo adeguato l’immagine del territorio e agire sui tour-operators internazionali.tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)

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Napoli tra le 302 del concorso per “7 meraviglie”

Napoli tra le 302 del concorso per le “7 meraviglie”

Vota subito per la città partenopea!

Angelo Forgione – Anche il secondo traguardo è superato. Si era partiti da 1200 città e tra le 302 città dalle quali verranno fuori le “7 città meraviglie del mondoNapoli c’è, tra le primissime del girone “Europa”. Delle 15 italiane arrivate alla seconda fase ne sono rimaste 5: Roma, Napoli, Firenze, Venezia più Bologna, confermando idealmente il quadrilatero delle principali città d’arte italiane mete del “Grand Tour” Settecentesco. Eliminate Milano, Torino, Palermo, Genova, Bari, Catania, Messina, Taranto, Perugia e Mantova.
La terza fase di voto terminerà il 7 Settembre 2013, quando la seconda scrematura fornirà una shortlist di 77 città che secondo predeterminati regolamenti daranno le 28 città candidate ufficiali alla vittoria finale. Il concorso si concluderà il 7 Luglio 2014 quando saranno ufficializzate le 7 città elette.
La strada è lunga e priva di sponsorizzazioni istituzionali e mediatiche; dunque tocca a tutti noi votare più volte (con diversi account di posta elettronica) per superare anche la seconda selezione. Attenzione, scegliendo purtroppo solo Napoli tra le italiane  (per questioni di regolamento) insieme ad altre sei e poi compilando il form. Ovviamente diffondendo e sensibilizzando tutti.

clicca qui per votare

istruzioni di voto:
1) selezionare le 7 città scegliendo tra le varie zone del mondo
2) riempire il form sulla destra inserendo il codice captcha e l’indirizzo email
3) spuntare l’accettazione di “termini e condizioni” e inviare

Ciao Lucio!

Ciao Lucio!

Qui dove il mare luccica e tira forte il vento, su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento”.
Così inizia la famosissima “Caruso”, considerata un classico della musica napoletana contemporanea e italiana nel mondo. Oltre nove milioni di copie vendute in tutto il globo, è stata riproposta da grandi cantanti tra cui Julio Iglesias, Celine DionAndrea Bocelli Luciano Pavarotti.

Scritta dal cantautore bolognese mentre era in navigazione con la propria imbarcazione; in seguito ad un guasto, dovette fermarsi a Sorrento e soggiornò nello stesso albergo dove molti anni prima, nel 1921, morì il grande tenore Enrico Caruso. Durante la sua permanenza, i proprietari dell’albergo narrarono a Dalla gli ultimi giorni di vita del tenore: Caruso si era appassionato a una giovane donna a cui dava lezioni di canto.
Solo dall’incontro tra la sensibilità di un grande artista e i magici luoghi di Napoli poteva nascere l’ispirazione per la stupenda canzone.
Lucio Dalla amava sinceramente Napoli, più volte definita la città più bella del mondo. «Quella napoletana – disse – è la musica più importante del Novecento, altro che Beatles… dobbiamo tornare a noi, e non essere provinciali, scopiazzando all’estero».
Ciao Lucio!

Fantasmi al museo tra cultura e verità

Fantasmi al museo tra cultura e verità
e ora l’architetto Albarano non sparisca

Angelo Forgione – Non sto dalla parte di chi strumentalizza per screditare la rivisitazione storica dei fatti risorgimentali, ma non sto neanche con chi offre assist per farlo, rischiando di screditare a sua volta se stesso e tutti coloro che lavorano con serietà per un nobile scopo culturale-identitario. È per questo che, dopo aver smontato coi dati la denigrazione borbonica del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Marco Demarco, sento il bisogno di analizzare, seppur marginalmente, la posizione di chi ha innescato una reazione a catena dannosa e prevedibile con la scoperta del fantasma all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, uno dei più belli e importanti del mondo.
Oreste Albarano, architetto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, impelagato negli intoppi dei lavori di ampliamento del museo, ha tirato fuori la fotografia che mostra senza equivoci la sagoma di uno dei fantasmini disponibili sull’applicazione “Ghost Capture” per I-Phone (a lato), come dimostrato anche dal servizio del Tg3. Lui giura che la foto è autentica e che non possiede il noto telefonino di Apple.
Mi chiedo cosa ne guadagni l’architetto Albarano ad insistere su questa strada sbarrata, anzi murata. 
Eppure mi aveva fatto piacere sapere che proprio lui, un revisionista amante della storia di Napoli, voleva ripulire spontaneamente il Foro Carolino di Piazza Dante a Marzo scorso, quando comparve misteriosamente la vistosissima scritta “VIVA IL BRIGANTAGGIO”. In quell’occasione rimasi fortemente addolorato per aver visto un monumento di Napoli oltraggiato da qualcuno che ostentava una sorta di rivalutazione della storia della Napoli preunitaria. Arrivò Albarano a promettere che ci avrebbe pensato lui, spinto dalle sue idee revisioniste sull’unità d’Italia. Bene così, pensai; un meridionalista condanna l’atto e promette soluzione ad un autogoal. Ma col passare del tempo la scritta non andava via, e oggi è ancora li. Albarano invece è sparito proprio come un fantasma, per riapparire col fantasma e dire che quella scritta non l’ha potuta cancellare perchè è enorme e permea profondamente il supporto lapideo. Va bene, dico, ma la scritta non si è ingrandita rispetto a quando è stata fatta sullo stesso supporto, e un tecnico del Ministero può mai fare proclami con simile leggerezza?
Il tempo passava ed, essendomi occupato della vicenda, mi si chiedeva perchè mai la scritta permanesse nonostante le promesse di Albarano.
A distanza di cinque mesi è arrivato il fantasmino del museo made in Steve Jobs, e in genere 1+1 fa sempre 2. Forse il 2 lo ha fornito il sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari che si è felicitato della vicenda per l’ìnteresse suscitato intorno al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. E così Albarano, magari, avrà forse fatto luce sulla vicenda commentando che «Solo Villari è stato intelligente, capendo che al Museo non faccio che del bene… in fondo a Ferragosto sono stati staccati solo tre biglietti».
E allora, alla luce di tutto ciò, una dichiarazione su tutte va evidenziata e sottoscritta; quella del Ministro della Cultura Galan che ha ben detto: «c’è poco da sorridere, la gloriosa storia dell’archeologia partenopea non merita certe irritualità, per il rispetto che va portato sempre e comunque a ciò che Napoli è ed è stata».
Non è facile analizzare la figura di Albarano che nel 2009 ebbe l’idea di accostare alcune poesie erotiche Napoletane del periodo borbonico allo show delle pornodive di “Erotica Tour“, che è piombato in soccorso del decoro di Piazza Dante senza dare seguito al proposito, che al Corriere del Mezzogiorno avrebbe dichiarato di aver preso più di 250 voti alle ultime Amministrative di Napoli col Partito del Sud mentre i dati ufficiali del Comune di Napoli dicono che ne ha presi 34.
Ad ogni modo l’architetto Albarano ha una sola opzione possibile, e cioè quella di far periziare la foto e dimostrare pubblicamente che sia autentica e non manipolata, senza sparire di nuovo come un fantasma. Per il rispetto che si deve alla grande storia e gli importantissimi musei di Napoli.
In conclusione, una considerazione è d’obbligo: se davvero il mondo del revisionismo storico vuole riaffermare la verità risorgimentale e ricostruire un rinnovato orgoglio sopito, non può consentirsi informazioni fantasmagoriche e fantasmi informatici. Verità e cultura, quelle a cui ogni meridionalista onesto deve attienersi, non vanno d’accordo con le domande senza risposta.

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