Fantasmi al museo tra cultura e verità

Fantasmi al museo tra cultura e verità
e ora l’architetto Albarano non sparisca

Angelo Forgione – Non sto dalla parte di chi strumentalizza per screditare la rivisitazione storica dei fatti risorgimentali, ma non sto neanche con chi offre assist per farlo, rischiando di screditare a sua volta se stesso e tutti coloro che lavorano con serietà per un nobile scopo culturale-identitario. È per questo che, dopo aver smontato coi dati la denigrazione borbonica del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Marco Demarco, sento il bisogno di analizzare, seppur marginalmente, la posizione di chi ha innescato una reazione a catena dannosa e prevedibile con la scoperta del fantasma all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, uno dei più belli e importanti del mondo.
Oreste Albarano, architetto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, impelagato negli intoppi dei lavori di ampliamento del museo, ha tirato fuori la fotografia che mostra senza equivoci la sagoma di uno dei fantasmini disponibili sull’applicazione “Ghost Capture” per I-Phone (a lato), come dimostrato anche dal servizio del Tg3. Lui giura che la foto è autentica e che non possiede il noto telefonino di Apple.
Mi chiedo cosa ne guadagni l’architetto Albarano ad insistere su questa strada sbarrata, anzi murata. 
Eppure mi aveva fatto piacere sapere che proprio lui, un revisionista amante della storia di Napoli, voleva ripulire spontaneamente il Foro Carolino di Piazza Dante a Marzo scorso, quando comparve misteriosamente la vistosissima scritta “VIVA IL BRIGANTAGGIO”. In quell’occasione rimasi fortemente addolorato per aver visto un monumento di Napoli oltraggiato da qualcuno che ostentava una sorta di rivalutazione della storia della Napoli preunitaria. Arrivò Albarano a promettere che ci avrebbe pensato lui, spinto dalle sue idee revisioniste sull’unità d’Italia. Bene così, pensai; un meridionalista condanna l’atto e promette soluzione ad un autogoal. Ma col passare del tempo la scritta non andava via, e oggi è ancora li. Albarano invece è sparito proprio come un fantasma, per riapparire col fantasma e dire che quella scritta non l’ha potuta cancellare perchè è enorme e permea profondamente il supporto lapideo. Va bene, dico, ma la scritta non si è ingrandita rispetto a quando è stata fatta sullo stesso supporto, e un tecnico del Ministero può mai fare proclami con simile leggerezza?
Il tempo passava ed, essendomi occupato della vicenda, mi si chiedeva perchè mai la scritta permanesse nonostante le promesse di Albarano.
A distanza di cinque mesi è arrivato il fantasmino del museo made in Steve Jobs, e in genere 1+1 fa sempre 2. Forse il 2 lo ha fornito il sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari che si è felicitato della vicenda per l’ìnteresse suscitato intorno al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. E così Albarano, magari, avrà forse fatto luce sulla vicenda commentando che «Solo Villari è stato intelligente, capendo che al Museo non faccio che del bene… in fondo a Ferragosto sono stati staccati solo tre biglietti».
E allora, alla luce di tutto ciò, una dichiarazione su tutte va evidenziata e sottoscritta; quella del Ministro della Cultura Galan che ha ben detto: «c’è poco da sorridere, la gloriosa storia dell’archeologia partenopea non merita certe irritualità, per il rispetto che va portato sempre e comunque a ciò che Napoli è ed è stata».
Non è facile analizzare la figura di Albarano che nel 2009 ebbe l’idea di accostare alcune poesie erotiche Napoletane del periodo borbonico allo show delle pornodive di “Erotica Tour“, che è piombato in soccorso del decoro di Piazza Dante senza dare seguito al proposito, che al Corriere del Mezzogiorno avrebbe dichiarato di aver preso più di 250 voti alle ultime Amministrative di Napoli col Partito del Sud mentre i dati ufficiali del Comune di Napoli dicono che ne ha presi 34.
Ad ogni modo l’architetto Albarano ha una sola opzione possibile, e cioè quella di far periziare la foto e dimostrare pubblicamente che sia autentica e non manipolata, senza sparire di nuovo come un fantasma. Per il rispetto che si deve alla grande storia e gli importantissimi musei di Napoli.
In conclusione, una considerazione è d’obbligo: se davvero il mondo del revisionismo storico vuole riaffermare la verità risorgimentale e ricostruire un rinnovato orgoglio sopito, non può consentirsi informazioni fantasmagoriche e fantasmi informatici. Verità e cultura, quelle a cui ogni meridionalista onesto deve attienersi, non vanno d’accordo con le domande senza risposta.

 (clicca per ingrandire)

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!
attacco a De Magistris sul Corriere del Mezzogiorno

Angelo Forgione – Qualche giorno fa, il direttore del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco ha scritto un editoriale con il quale ha analizzato la posizione ambigua del sindaco De Magistris a metà tra sostegno giocobino e borbonico (leggi l’editoriale), a proposito della bizzarra “scoperta” del fantasma al Museo Archeologico da parte dell’architetto Oreste Albarano che già si era segnalato nei mesi scorsi per non aver realizzato il proposito di ripulire il foro Carolino di Piazza Dante dalla scritta viva il brigantaggio“. Senza voler analizzare più di tanto la terminologia utilizzata e gli attacchi al sindaco, all’assessore Lucarelli, all’Assessore Esposito e a chi pensa, diversamente da lui, che il Risorgimento fu un atto di vera e propria pirateria internazionale, nello scritto vengono fuori i soliti luoghi comuni sulla dinastia borbonica chiamando in causa Ferdinando II, detto “Re Bomba” per via della repressione della rivolta di Messina del 5 Settembre 1848. È allora forse il caso di ricordare che fu quello certamente un brutto momento che nessuno dimentica, ma doveroso per mantenere il legittimo ordine costituito nei propri territori. La Sicilia, infatti, era insorta fomentata da Francia e Inghilterra che fingevano di condividere le rivendicazioni autonomistiche dei siciliani per trarne vantaggi economici e commerciali ma che erano stranamente sorde a quelle dei lombardi e degli irlandesi.
Dopo il rabbioso bombardamento che provocò centinaia di morti, Ferdinando II non se la sentì di continuare la riconquista dell’isola per non macchiarsi di efferata crudeltà ma ormai la propaganda antiborbonica l’aveva già ingiustamente etichettato per l’eternità. La riconquista avvenne solo l’anno seguente, e furono così ristabiliti a caro prezzo ordine e pace nei confini delle Due Sicilie senza che nessuno venisse condannato a morte per le sommosse provocate.
Clemenza e assenza di condanne anche nelle vicende delle barricate di Napoli del 15 Maggio 1848 erette dai liberali in Via Toledo che già avevano avuto dal re la costituzione richiesta. L’ordine fu quello di smantellarle usando la forza solo in casi estremi. E il caso estremo si verificò con uno sparo contro le truppe che partì dalle barricate e uccise un soldato. Alla fine furono 272 le vittime tra militari e civili. Ferdinando II, che amava tanto il suo popolo, rimase turbato sia dai fatti napoletani che da quelli siciliani e si sentì tradito ma non fece mancare la sua presenza negli ospedali per visitare i ricoverati.
Vittorio Imbriani commentò così: “Non chiamo rei coloro che materialmente uccidono ma quelli che hanno reso inevitabile il conflitto. I veri colpevoli dei guai di Napoli furono gli sciagurati o gli sciocchi che eressero le barricate. Siamo giusti: nessun governo costituito può tollerare insurrezioni armate, anzi ha il dovere di reprimerle. Dell’eccesso nella repressione immediata la gran parte della responsabilità morale ricade sugli insorti. Non è da condannare Ferdinando II per il 15 Maggio”.
Anche Luigi Settembrini, agli studenti universitari che dopo l’unità d’Italia si lamentarono delle condizioni dell’ateneo, rispose che “esse erano il frutto della colpa di Ferdinando II che non aveva impiccato tutti i pazzi e gli esaltati del ’48”.
Dopo i fatti del 1848 non furono eseguite condanne a morte nel Regno delle Due Sicilie se si eccettua quella del regicida Agesilao Milano. Ferdinando II commutò 42 sentenze in 19 ergastoli, 11 in 30 anni, 12 in pene minori. E graziò 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per reati comuni. Nel Regno di Sardegna, solo dal 1851 al 1855, le condanne con esecuzione furono 113.
Questo era il “Re Bomba”, denigrato ingiustamente mentre ai veri carnefici venivano affibbiati soprannomi lusinghieri. Vittorio Emanuele II è il “Re galuantuomo” solo perchè mantenne in vigore lo Statuto Albertino, e poco importa agli antiborbonici di ieri e di oggi che fece bombardare ferocemente Genova, Gaeta, Capua, Ancona e Palermo, radendole letteralmente al suolo, saccheggiandole e lasciando una scia di sangue dietro di se. Senza contare poi i lager di prigionia e la repressione del brigantaggio che in 10 anni causò circa 800mila morti al sud.
La differenza tra le “repressioni” di Ferdinando II e le stragi di Vittorio Emanuele II sta nella legittimità degli interventi, doveroso nel caso del Borbone che cercò di garantirsi l’ordine nei propri confini e delittuoso nel caso del Savoia che si impossessò di territori non propri senza dichiarazione di guerra.
E cosa dire allora del discendente Umberto I di Savoia, detto “Re Buono” per aver fronteggiato il colera a Napoli nel 1884? Un’appellativo così tenero per un sovrano che fece usare i cannoni a Milano, e fu strage, per disperdere gli affamati partecipanti alle manifestazioni di protesta popolare, la cosiddetta “protesta dello stomaco”, causata dal forte aumento del costo del grano in seguito all’ormai abolita tassa sul macinato (1868-1884).
Tirando le somme, per amor di verità, l’editoriale di Marco Demarco ripercorre ancora lo stile delle menzogne di Gladstone sul governo di Napoli come “negazione di Dio” ampiamente sbugiardate dallo stesso autore al tempo in cui la sua Inghilterra si distingueva per i massacri di irlandesi e indiani. Nessuno crede più a quella propaganda e trincerarsi ancora dietro certi soprannomi denigratori è esercizio che non piace ai lettori, sempre più informati di quelle vicende.
Il “terronismo” sembra ormai diventato un’ossessione per il direttore del Corriere del Mezzogiorno che, come da lui stesso scritto, non vuole rimanere vittima dell’esser nato nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Curiosamente, la voce di popolo è stata amplificata proprio dal suo stesso quotidiano che nell’autunno del 2009 ha organizzato un articolato sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai Napoletani, supporto da Confindustria Campania e curato da Giuseppe Galasso. Risultato: Ferdinando II vincitore a mani basse!
Infine, un commento del tutto personale: De Magistris si circondi di chi ritiene più opportuno, basta che sia per il bene di Napoli. Le discussioni storiche servono solo a ripristinare la verità e, semmai, a ridestare orgoglio. Che magari è fondamentale per risolvere i problemi della città.