Due Melannurche al giorno levano il medico di torno

Angelo Forgione – La Melannurca Campana IGP, la regina delle mele, esce dalla nicchia cui era stata spinta dalla cattiva informazione sulla “terra dei fuochi” e conquista i mercati. Ma le notizie positive su questo frutto non finisono qui. Uno studio del Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli, pubblicato sul Journal of the Science of Food and Agriculture, accerta che l’assunzione di due Melannurche Igp al giorno, dopo solo otto settimane di somministrazione mirata sull’uomo, è in grado di riequilibrare il colesterolo plasmatico in maniera più efficace rispetto a tutte le altre mele presenti sul mercato. Gli studi sono ora concentrati sull’ottimizzazione di queste proprietà della Melannurca in un integratore nutraceutico, l’AppleMets HDL+, contenente l’equivalente di otto meleannurche, e ciò farebbe certamente da volano alle aziende produttrici e trasformatrici del territorio regionale. Un altro prodotto derivato si chiama AppleMets Hair, ed è efficace nello stimolo della crescita dei capelli. Contiene come attivo principale l’estratto ricco di procianidine della Melannurca Campana IGP e dai test svolti risulta aver prodotto risultati significativi in soli due mesi di assunzione sistemica. Gli studi presentati dimostrano che l’assunzione per via orale del prodotto è in grado di garantire effetti benefici senza apportare gli effetti indesiderati dei farmaci attualmente più utilizzati, che vanno dalle disfunzioni della sfera sessuale ai disturbi a carico del sistema cardiovascolare.

La vera storia dell’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, che fu scontro

incontro_vairano_1Angelo Forgione – La storia dell’Italia unita è confusa e mistificata, e lo è pure sulla località casertana dell’incontro del 26 ottobre 1860 tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II di Savoia, quando tutto ebbe inizio. I libri di storia riportano Teano, che in realtà è il luogo in cui i due si salutarono dopo aver cavalcato insieme. Il saluto d’incontro, invece, avvenne al Quadrivio della Catena, nei pressi di Caianello, dove prese il via la storica passeggiata a cavallo. Vairano Patenora, l’attuale comune in cui si trova il Quadrivio, festeggia il patriottico incontro, ma Teano continua a ritenersi il luogo dell’incontro e non quello del commiato. È annosa la disputa tra due comuni meridionali che si contendono il luogo in cui il Meridione fu conquistato dai piemontesi. In realtà, festeggiare sembra che interessi solo a Vairano e Teano, poiché nessun capo di Stato e nessun primo ministro ha mai presenziato alle loro celebrazioni per dire «qui è nata l’Italia». Del resto, l’edificio davanti al quale si incrociarono Garibaldi e Vittorio Emanuele II, la Taverna della Catena, è un monumento nazionale presentabile solo in facciata, mentre alle spalle è tutto un rudere in rovina che non interessa a nessuno, neanche ai proprietari, una famiglia di Napoli di cui fa parte l’olimpionico di canottaggio Davide Tizzano.
L’episodio è detto “incontro”, ma fu uno scontro tra un generale irregolare e un re invasore. L’occasione significò, a tutti gli effetti, il licenziamento di Garibaldi, al quale fu intimato di farsi da parte e tornarsene a Caprera poiché il Regno delle Due Sicilie, con una sovranità e una monarchia italiana legittime, era stato ormai occupato dai Mille con l’operazione massonica della sommossa popolare di carattere rivoluzionario e Vittorio Emanuele II doveva proseguire l’operazione unitaria in modo legittimo, secondo le volontà francesi e inglesi.
Tutt’altro che amichevole fu l’incontro, e si svolse in un’atmosfera tesissima. Garibaldi veniva da Napoli, dove aveva assicurato la corretta riuscita della farsa del plebiscito per l’annessione del Sud al Regno di Sardegna, che i Piemontesi ben sapevano non essere volontà della gran maggioranza delle popolazioni meridionali. Non era neanche la loro, in verità, al netto degli interessi in ballo, sprecandosi le eloquenti corrispondenze private tra gli uomini di governo in cui si discuteva della prossima unificazione. In una di queste, datata 17 ottobre 1860, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, aveva scritto al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. La contraffatta consultazione, pilotata dai brogli di Filippo Curletti, capo dell’intelligence di Cavour, e vigilata dai camorristi assoldati da Garibaldi per garantire l’ordine pubblico, si era svolta nella gran sala del Real Museo Mineralogico della Regia Università, nella strada di Mezzocannone, e aveva sancito la consegna del Sud ai Savoia al culmine della spedizione garibaldina, anch’essa garantita da ingenti finanziamenti dei britannici, interessati a defenestrare il Borbone per addomesticare l’Italia nell’imminenza dell’apertura del Canale di Suez. Il massone e anticlericale Garibaldi avrebbe voluto spingersi fino a Roma e allontanare anche il Papa con tutto il potere temporale, ma non aveva fatto i conti con la volontà di Napoleone III di difendere Pio IX. E perciò Cavour, costretto a obbedire alle volontà francesi, aveva mandato Vittorio Emanuele II in persona a fermare Garibaldi a Napoli, non necessitando dal nizzardo più di quanto non avesse già fatto.
Se avesse potuto, il condottiero delle camicie rosse avrebbe mandato al diavolo il Re di Sardegna, il quale, tra l’altro, da nord, arrivò al Quadrivio della Catena in anticipo, in compagnia di Farini e Fanti, cioè due tra gli uomini che più odiavano Garibaldi e che Garibaldi più odiava, e ingannò tempo e fame bivaccando nella Taverna della Catena, lì presente. Quando il Generale arrivò, salutò urlando «ecco il Re d’Italia», come a sottolineare che il sovrano di un piccolo stato lo stava diventando dell’intera Penisola grazie a lui. Il piemontese si rifiutò di passare in rassegna il seguito garibaldino, e i due iniziarono a passeggiare a cavalli affiancati in direzione di Teano, mentre il Savoia chiariva le modalità di chiusura dell’opera garibaldina.
Il 6 novembre, Garibaldi sciolse il suo esercito, non prima di aver schierato in riga tutti i suoi uomini davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, sperando di poter ricevere gli onori da quel re al quale aveva regalato il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana, poiché Vittorio Emanuele II puntò direttamente su Napoli. Garibaldi lo raggiunse più adirato che mai, e il giorno seguente, dopo un’asprissima discussione, sfilò con lui in carrozza lungo le strade della Capitale borbonica occupata, sotto una fitta e profetica pioggia. Garibaldi aveva chiesto di essere nominato viceré dell’Italia meridionale, ottenendo rifiuto, e aveva rifiutato, a sua volta, di diventare generale dell’esercito piemontese.
Il Generale abbandonò Napoli per Caprera il 9 novembre, dopo aver salutato privatamente l’ammiraglio Kodney Mundy sull’incombente nave da guerra inglese Hannibal, ringraziandolo per il decisivo aiuto ricevuto dal regno britannico. Il Re di Sardegna, invece, lasciò la città solo il 26 dicembre, una volta accertatosi che le operazioni belliche nella decisiva battaglia di Gaeta volgevano a favore dell’esercito piemontese.
Dopo circa tre anni, nel 1863, il torinese d’Azeglio, nella prefazione a “I miei ricordi”, scrisse: “pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Colui che con il “vaiuoloso” napoletano non avrebbe mai voluto avere nulla in comune individuò l’inevitabile fallimento dell’unificazione. I massoni posti a scrivere la nuova cultura patriottica, manipolando gli eventi e le parole, cambiarono quella frase per nascondere intenti e anche limiti dell’unificazione, trasformandola così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. E così tutti la conoscono. E invece, quello di d’Azeglio fu tutt’altro che un invito al miglioramento, bensì la constatazione dell’invalicabile limite dell’Unità: l’impossibilità di creare l’italiano, il popolo unico e unito educato all’etica massonica e disincagliato dall’ignoranza della fede cattolica.
Garibaldi non fece segreto della gratitudine per i Fratelli di Gran Bretagna, cui diede libera manifestazione nell’aprile del 1864, recandosi a Londra per ricevere la cittadinanza onoraria. Fu accolto dal delirio di una folla straripante, un milione di persone lungo le strade percorse dalla sua carrozza, e al Crystal Palace, durante una delle tante tappe del suo viaggio, per rispondere alle dimostrazioni di simpatia, pubblicamente dichiarò: «Senza l’aiuto di lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone; senza l’ammiraglio Mundy, io non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina. Se l’Inghilterra si dovesse un giorno trovare in pericolo, l’Italia si batterà per essa». Si rese conto anche lui di cos’era l’Italia dei Savoia, dimettendosi dalla carica di deputato al Parlamento nel settembre del 1868, disgustato per la condotta del Governo della Destra nei confronti del Mezzogiorno. In una lettera scritta per chiarire il suo disimpegno alla rammaricata patriota Adelaide Cairoli, il nizzardo si mostrò pentito del suo apporto alla causa sabauda in alcuni significativi passaggi: “[…] E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione! […] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.

Sarri bambino identitario, tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina

Angelo Forgione Maurizio Sarri: «Alla scuola elementare ero l’unico tifoso del Napoli nella periferia di Firenze. Io, da piccolo, avevo quest’idea che uno doveva essere tifoso assolutamente della squadra della città dov’era nato. Mi sembrava illogico avere un altro modo di tifare».
Paolo Condò: «La penso esattamente come te».
La lezione di un uomo di calcio, un fiorentino di sangue ma napoletano di nascita; tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina per quell’attaccamento alle radici territoriali e a quelle patriarcali, per quella fascinazione che frutta auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, del territorio di appartenenza, inteso come area dalla precisa identità culturale.
A Figline Valdarno, 25 km da Firenze, il piccolo Sarri ha resistito alla fiorentinità della famiglia, che pure non ha rifiutato, mentre ha totalmente respinto il richiamo delle “big” vincenti del Nord degli anni Sessanta. Perché si sentiva un toscano napoletano dentro. Che carattere!

Questione catalana, meridionale e napoletana

In una puntata speciale di Club Napoli All News, le istanze catalane e quelle meridionali, che pochissimo hanno in comune. Al netto delle manganellate franchiste di Madrid, la politica di Barcellona sfrutta il vero sentimento identitario per questioni economiche, e assomiglia più a quella di Lombardia e Veneto, con i loro referendum. La secessione lasciamola ai popoli colonizzati, non alle politiche “leghiste”.
E poi, l’Italia che non esiste e i problemi di Napoli, a tutto tondo.

La cravatta, dalla Croazia a Napoli, passando per la Francia


Angelo Forgione A tutte sti signure ‘ncruattate… Oggi, 18 ottobre, è la giornata mondiale della cravatta. Data non casuale, che coincide con il giorno in cui l’Academia Cravatica avvolse intorno all’arena romana di Pola, in Croazia, una gigantesca cravatta rossa, lunga 808 metri, per rendere omaggio al simbolo della loro identità nazionale. Perché in Croazia? Perché la cravatta non è altro che la traduzione in moda del tradizionale foulard croato che i mercenari del paese adriatico indossarono annodato al collo per difendersi dal freddo della Francia, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Per i francesi, quei soldati erano «les croates», e quel particolare accessorio prese il nome di «cravate» quando Luigi XIV iniziò a indossarlo, lanciando una nuova moda per la nobiltà.
Ora, io vi ho sempre raccontato che il segreto della creatività napoletana non è l’invenzione ma la sublimazione. E allora non stupisca nessuno che la cravatta è sinonimo di Marinella, in attività in Piazza Vittoria a Napoli, sull’elegante Riviera di Chiaia, dal 1914. In un’epoca in cui lo stile “inglese” era molto di moda, Eugenio Marinella intraprese il suo primo viaggio a Londra per allacciare accordi coi fornitori. Così, nella sua piccola bottega di 20 mq, iniziò a produrre pregiatissime camicie ed esclusive cravatte a sette pieghe: la stoffa veniva piegata sette volte verso l’interno, così da dare alla cravatta una consistenza incomparabile. Solo molto tempo dopo si accostò anche la cravatta meno strutturata. Superate le due guerre, l’avvento dei prodotti americani convinse Eugenio a dedicarsi esclusivamente alle cravatte.
La “bottega di famiglia”, sempre quella del 1914, conosciuta in tutto il mondo quale simbolo della moda di lusso, è oggi condotta da Maurizio, terza generazione, con un fatturato di 17 milioni di euro e 60 dipendenti. Due illustri blasoni affiancano il marchio ‘E. Marinella – Napoli’ sin dalle origini: quello dell’Ordine della Giarrettiera, quale fornitore ufficiale della Casa Reale Inglese, e lo stemma borbonico delle Due Sicilie, a testimonianza di una rigorosissima fattura artigianale per queste cravatte “very british” e, allo stesso tempo, “napoletane veraci”… ma pur sempre “croates”.

Il sarrismo napoletano al top in Europa, secondo il sereno Guardiola e il nervoso Allegri

Angelo Forgione «Mi piacerebbe vedere 11 facce di ca**o che abbiano la presunzione di palleggiare in faccia al Manchester City». Una parola forte in un concetto fortissimo che spiega il sarrismo. La verità è che Maurizio Sarri è uomo di poche parole e qualche parolaccia, che gli torna utile per entrare nella testa dei suoi calciatori. Fa parte proprio del sarrismo, sgarbato con il lessico ma molto rispettoso del calcio e del pubblico che paga per lo spettacolo. Diseducativo per il linguaggio dei giovani, ma maledettamente ed efficacemente evolutivo per il football. Il fatto è che, nell’era del calcio televisivo, le conferenze stampa e le interviste in quantità industriale inchiodano le svirgolate. E allora qualcuno storce il naso, come quando Sarri diede del «frocio» in campo a Roberto Mancini. Allora, a caldo, si disse che l’allenatore del Napolisi era giocato la reputazione. E invece eccolo ancora qui, a prendere elogi da Guardiolae da mezzo mondo per il gioco che ha dato agli azzurri… ma non dal non meno irriverente Allegri, anch’egli toscanaccio, per il quale lo spettacolo si fa al circo. Il rivoluzionario Pep esclama «wow» quando vede il Napoli mentre Max è talmente calato nel mondo Juve da sposarne in pieno il proverbiale “vincere è l’unica cosa che conta”.
Il dibattito è aperto, e Guardiola sembra averne centrato il cuore. «Il nostro mestiere dipende da quanti titoli vinciamo, ma questa è un’ingiustizia, perché ci sono tanti allenatori che non hanno la possibilità di allenare grandissimi calciatori che ti rendono la vita più facile». Allegri ha vinto senza deliziare al Milan e alla Juventus. Sarri sta provando a vincere a Napoli, che non è esattamente la stessa cosa, perché la squadra fattura decisamente meno delle tre strisciate, può investire meno e ha un monte stipendi pari a un terzo di quello della Juve. Per annullare i valori tecnici bisogna necessariamente passare attraverso la ricerca della perfezione estetica, e il fatto che la cosa minacci di riuscire sta mettendo in forte crisi nervosa Allegri e l’intero ambiente juventino, per cui vincere non è importante ma fondamentale, e allora figuriamoci quanto possa essere rilevante giocare bene.
La storia insegna sempre. Alla Juve, provò a coniugare vittorie e bel gioco tal Montezemolo negli anni Novanta, chiamato da Gianni Agnelli ad assumere la carica di vicepresidente esecutivo, determinando le clamorose dimissioni di Giampiero Boniperti, l’introduttore dell’antisportivo motto bianconero che rese dogma assoluto la vittoria. Per invidia dei trionfi del Milan di Sacchi, Montezemolo allontanò la leggenda Dino Zoff, tecnico dei trionfi in Coppa UEFA e Coppa Italia col metodo di gioco all’italiana, considerato démodé e sostituito con Gigi Maifredi, alfiere del gioco a zona totale. La rivoluzione produsse un disastro, col manager che, dopo aver rovinato i Mondiali, prima scaricò il prescelto e poi abbandonò la nave, a conclusione di una stagione fallimentare: fuori dalle coppe europee per la prima volta dopo 28 anni. Nel 1994 prese le redini Umberto Agnelli, il quale, dopo otto anni di vacche magre, inaugurò l’era degli scandali pur di tornare a vincere, e lo fece non solo con gli investimenti ma anche col doping e con la “cupola” calcistica, e non certo con il bel gioco.
In fondo, se vincere è l’unica cosa che conta, perché mai bisognerebbe vedere una partita invece di apprendere semplicemente il risultato finale?

Il derby del sud del calcio (che il fascismo aiutò)

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Angelo Forgione È un gran peccato che il “derby del Sole” non sia uscito sano dagli anni Ottanta (qui la verità sul gemellaggio interrotto: http://wp.me/pFjag-4Hd), persino avvelenato nei Duemila. Se una partita tra squadre che non rappresentano la stessa città è targato “derby” è perché qualcosa di importante la condividono. Roma e Napoli, nell’estate del 1926, furono le uniche due città chiamate dal  fascismo a rappresentare il calcio meridionale, per decenni marginalizzato dal Nord del pallone, nel primo vero embrione di campionato nazionale. «Basta col monopolio settentrionale del giuoco!», disse il Duce. Via alla ‘Carta di Viareggio’ e tre squadre metropolitane nella mischia: il Napoli, la Fortitudo Roma e l’Alba Roma. Quelli del “triangolo industriale” protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo inadeguati i club imposti dal regime, usurpatori di posti spettanti al football dei ricchi. Dovettero però piegarsi alle volontà del CONI fascista di Lando Ferretti, che scrisse la parola fine a una questione che si sarebbe trascinata per molti anni ancora. Le due capitoline, nell’estate del 1927, si unirono in matrimonio, e concepirono la Roma giallorossa.
Il Sole non è folclore sulla storia del match ma latitudine. Due squadre, il Napoli e la Roma, figlie di un Dio minore del football, deputate a opporsi all’asse Torino-Milano. Due club accomunati dalla storia, dalla lontananza dal potere del Nord e dalla passione identitaria e localistica delle rispettive tifoserie. Due club che non hanno stelle sulle maglie, ma neanche strisce.