Beato Franceschiello

Angelo Forgione E se Vittorio Emanuele II detiene il record di scomuniche, ben tre (1855, 1860 e 1870) ricevute da Pio IX, di cui l’ultima estesa ai suoi successori e ritirata in punto di morte semplicemente perché il primo sovrano d’Italia, uno stato comunque cattolico, non poteva e non doveva morire senza sacramenti, il cugino Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, è in procinto di essere beatificato. L’ annuncio è stato dato dal Cardinale uscente di Napoli Crescenzio Sepe nella sessione pubblica del Tribunale diocesano per le Cause dei Santi.
Il Signor Fabiani, come si fece chiamare durante il suo esilio per non rivelare che fosse il deposto Re di Napoli, fu uomo di profonda carità e amore verso il suo popolo. Quantunque la durata del suo trono fu breve, fece costruire e ampliare ospedali, si preoccupò dell’assistenza dei poveri e si adoperò per le opere caritative ed educative della Chiesa. Morì lontano dalla sua Napoli, ad Arco di Trento, in povertà, perché anche i beni privati di famiglia gli furono requisiti da garibaldini e piemontesi al momento della conquista del Sud, ma con gran decoro e altissima dignità.Nel suo testamento scrisse: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.

La statua di D10S

Angelo Forgione – Prende vita il modello della prima statua di Maradona post mortem, e a dargliela è Domenico Sepe, scultore di quelli bravi davvero. Spontanea ispirazione dal giorno della scomparsa, scintilla emotiva che ha innescato una fiamma di faticosa creazione tuttora ardente per donare al popolo che ha osannato il Campione un monumento che lo immortala all’acme del suo estro. Tutto cuore, niente affari, e dopo solo una decina di giorni è già perfettamente riconoscibile la figura del fuoriclasse giovane, aitante, frutto di un lirismo chiaro e di un’attenzione maniacale ai rilievi del volto, crisol de razas, e del resto del corpo.
Un modello che ho visto venir fuori dai disegni e poi dall’argilla, consigliando per quanto possibile Domenico sul dinamismo e sui dettagli di quel Diego che fu, idolo e supereroe nostro, di tutti i napoletani e gli argentini di quel tempo e di sempre. Una creazione di cui l’autore ha voluto rendermi partecipe dal principio – mio onore – in nome della nostra amicizia sincera nata dal comune orgoglio e amore per la cultura di Napoli, per le sue radici greche, per il classicismo e il neoclassicismo al quale si ispira la figura di questo atletico Maradona, che è mitizzazione della divinità pagana del pallone e riproposizione delle mitologiche sculture di Atene antica. Sì, visto da vicino, questo argentino in corsa, sia pur non finito, è già profondamente greco, e quindi napoletanissimo, e non risulterebbe blasfemo neanche tra l’Ercole Farnese e il Supplizio di Dirce, quantunque non sarà di marmo ma di più duraturo bronzo, inscalfibile e immortale come D10S comanda.

Domenico Sepe fecit 2020

Promozione Natale

Natale, tempo di regali e di promozione dei miei lavori, da mettere sotto l’albero con un bel po’ di risparmio e con una mia dedica personalizzata. Ogni copia al prezzo più basso di sempre: € 10, a prescindere dal titolo e dal numero di copie.
C’è tanta storia e cultura di Napoli, del Sud e d’Italia da conoscere, da regalare e da regalarsi, prima dell’uscita della mia quinta fatica nel corso del 2021. Ma questa è un’altra… storia.

Info e ordini: staff_angelo_forgione@email.it

Una settimana da D10S

Angelo Forgione Sette giorni senza Diego, e ancor non si placa l’onda emotiva che si è alzata dopo la sua scomparsa, capace di mettere in secondo piano addirittura la pandemia mondiale e ogni altra attività umana. Vi è, e non sappiamo per quanto tempo ancora vi sarà, una vera fenomenologia religiosa, altro che pagana, intorno al lutto. Lumini, altarini, fiori, immagini, oggetti vari si sono accumulati in un collettivo pellegrinaggio di dolore nelle due patrie del defunto Re, luoghi dei più alti onori uniti da un ponte pindarico carico di pathos. Camera ardente alla Casa Rosada di Buenos Aires ed effigie tra le statue dei Re sul portone del Palazzo Reale di Napoli.

Qualcuno, lontano dal ventre di questo vortice, ritiene tutto ciò un isterismo di massa, un fanatismo cieco e irrazionale, e non è che sbagli. Ma isterismo e fanatismo accompagnano sempre la fine dei grandissimi e imprimono la portata di una epocale scomparsa.

Il fatto essenziale è che ci siano scoperti piccoli di fronte alla grandezza di un personaggio omaggiato in tutto il globo, minuscoli di fronte al pallone, la vera religione del mondo moderno, che ha reso il suo pontefice più ecumenico di un papa, che planetario come Diego non è, dacché la cristianità non è di tutto il mondo.

È il momento di interrogarsi sull’impatto globale che ha avuto la notizia della morte di Dieguito. Milioni di cuori spezzati e commozione per un uomo che sembrava inadeguato, ormai non più all’altezza dell’immenso calciatore che era stato trent’anni prima, al tempo in cui aveva interpretato la figura del supereroe in carne ed ossa. Sì, proprio supereroe. Ogni bambino, indossando la 10 del Napoli, dell’Argentina o del Boca, si era sentito invincibile calciando su un campetto e per la strada, e quell’uomo tondo e sgraziato che Diego era diventato sembrava solo la caricatura di quel che era stato un tempo. Sembrava, perché la sua carcassa non era che mutata custodia di quell’eroe greco che attendeva l’appuntamento con la morte per trasformarsi in mito intramontabile. Un mito che, una volta scomparso l’involucro terreno in cui era stato incubato, abbiamo scoperto essere amato dappertutto, al di là della venerazione dei suoi tifosi di sempre. Pensavamo essere “solo” l’eroe dei due mondi, la luce del patriottismo argentino e napoletano, e invece abbiamo capito che era l’eroe del mondo, incarnazione della forza del Genio che convive con l’umana debolezza, amato perché autentico nelle contraddizioni che appartengono al genere umano.

Tra tutti quelli che l’hanno conosciuto non c’è nessuno che ne abbia parlato male, prima e dopo. Tra tutti quelli che l’hanno frequentato non c’è una sola persona che, oggi come ieri, non ne sottolinei l’umanità e l’altruismo.
Ma come è possibile? Un uomo perso nei vizi, distrutto dalla sua vita dissoluta, che riceve onori da gran capo di stato e suscita così tanta commozione in ogni angolo del pianeta? Ma vuoi vedere che questo regalagioie deviato e chiacchierato, alla fine, sapeva amare il prossimo suo e lo faceva in silenzio?

Chiedete chi era a chi l’ha frequentato, che sapeva quanto fosse solo e a disagio nella sua fama oppressiva, alla ricerca di amici veri che lo considerassero un uomo, non un dio. Non chiedetelo a chi non l’ha avuto vicino un solo minuto della sua vita e in questi sette giorni non si è tolto il cappello dal capo e la sciarpa bianconera dal collo, pontificando sull’uomo sfatto, mai sciogliendosi in un applauso e semmai, lui vero miserabile, definendo miserabili coloro che lo hanno definitivamente sdegnato per questo. No, non chiedetelo a certe anime nere che, senza l’umiltà di Maradona, credono di essere un Maradona, e vivono l’esistenza nelle loro vuote convinzioni e in attesa di passare sul cadavere dell’avversario. Hanno atteso quello di Diego, inconsapevoli che la sua grandezza li avrebbe resi nervosi, minuscoli, ridicoli.

Vedendo Diego invecchiare male non mi sono mai fatto ingannare da quella carcassa che si trascinava sulle gambe doloranti e si esprimeva con sempre meno lucidità. Sapevo che dentro quel corpo alla deriva c’era un mito pronto a travolgere il mondo dei vivi saltando gli avversari, proprio come con gran atletismo faceva da giovane, e ho immaginato così, esattamente così, il giorno in cui sarebbe morto.
Dovevamo immaginarcelo tutti il giorno in cui sarebbe finito, e dovevamo aspettarcelo che sarebbe stata la sua morte a dare il senso definitivo alla sua esistenza al tempo del football, la più grande religione del nostro tempo.

Dal Sole a San Paolo fino a Maradona

Angelo Forgione Domenica 6 dicembre saranno trascorsi esattamente 61 anni dall’inaugurazione dello stadio di Fuorigrotta, in occasione di uno storico Napoli-Juventus (2-1). Era stato chiamato “Stadio del Sole”, ma proprio nella primavera del ’61, in occasione del diciannovesimo centenario dell’approdo a Puteoli, attuale Pozzuoli, di san Paolo di Tarso nel suo viaggio da Oriente verso Roma, fu firmata la delibera dell’intitolazione all’apostolo che aveva percorso la via che dalla zona flegrea portava alla Città Eterna, compiendo i suoi passi nelle vicinanze del luogo dove era stato costruito lo stadio, ovvero l’attuale via Terracina, in cui ancora oggi sono visibili dei significativi scavi archeologici. A san Paolo sarebbero stati poi dedicati nelle vicinanze anche un parco residenziale e l’ospedale.

Il numero 61 ricorre continuamente in questa storia. Anno 61, anno 1961, i 61 anni dello stadio e pure il 61esimo anno di vita appena iniziato in cui è spirato Maradona, cui venerdì sarà ufficialmente intitolato lo stadio dalla Giunta Comunale e dal sindaco De Magistris. Un atto doveroso perché in quello stadio sono state scritte pagine importantissime della storia del calciatore più grande di sempre fattosi mito con la sua scomparsa.

Don Tonino Palmese, docente di Teologia e di Pedagogia, chiede al Prefetto di Napoli di conservare la vecchia denominazione dello stadio e sposarla alla nuova (“San Paolo – Maradona”), mentre la diocesi di Pozzuoli, competente per il quartiere di Fuorigrotta, ha invece già “abdicato”:

La memoria di un popolo, il nostro, aperto per sua natura alla cultura dell’incontro, si è mantenuta viva per molto tempo prima che lo stadio venisse costruito, e si manterrà viva ancora dopo. È nel cuore, nella coscienza, di ogni abitante di questa terra che essa vive. Ci sembra invece che intitolare lo stadio a Diego Armando Maradona possa oggi essere un segno di richiamo ai valori fondanti lo sport, facendo riferimento a uno dei suoi più grandi rappresentanti, e a una passione che dall’ambito puramente sportivo deve diffondersi in tutto il tessuto sociale, politico, economico della nostra terra flegrea, con particolare attenzione ai più bisognosi secondo quella generosità che fu anche del giocatore argentino.Ben venga, dunque, l’intitolazione a Diego Armando Maradona del principale impianto sportivo della nostra città, se questo aiuterà la crescita umana e sociale della nostra terra purché non si perda la memoria delle nostre radici e ci siano iniziative culturali significative che mettano in evidenza i fondamenti greco-romani e cristiani della storia del nostro territorio. Senza radici profonde dove andiamo?”

San Paolo portò l’evangelizzazione in Occidente e dalle sponde flegree iniziò la sua diffusione. Il problema, dunque, è studiarla la storia, e chissà quante persone, fino ad oggi, abbiano approfondito il perché lo stadio di Fuorigrotta fosse stato intitolato a san Paolo.

Ne abbiamo chiacchierato a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte) con monsignor Gennaro Matino, docente di Teologia pastorale e scrittore.

Gattuso scatena Libero

Gennaro Gattuso chiede ai napoletani di indossare le mascherine anche nel dolore per Maradona e il solito Libero ne fa notizia da prima pagina, mettendo Napoli nel mirino e accontentando il suo pubblico leghista.
Io e Pietro Senaldi, autore dell’articolo nonché direttore del quotidiano, in un acceso confronto a Punto Nuovo Sport Show di Umberto Chiariello e Marco Giordano.

Tutti allo #StaD10S

Angelo Forgione Oggi ho partecipato per invito alla riunione della Commissione Toponomastica del Comune di Napoli in cui si è discusso dell’intitolazione dello stadio cittadino a Diego Armando Maradona. La Commissione, all’unanimità, ha approvato il documento che propone il toponimo secco “Stadio Diego Armando Maradona”.
Ho proposto alla presidente, Laura Bismuto, e all’intera Commissione, nonché al Sindaco e all’Assessore allo Sport, di scrivere la parola stadio inserendo l’emblematica sigla D10, ovvero “StaD10 Diego Armando Maradona“, e di provvedere anche a un contest per una realizzazione grafica dell’idea.
Gli esiti della riunione di stamattina passano ora alla Commissione Tecnica presieduta dal Sindaco, che si riunirà venerdì, per procedere poi con delibera di Giunta comunale e Prefetto.

Un “sudaca” a capo dei terroni

Tre minuti a La Radiazza (Radio Marte) per descrivere il Maradona napoletano, immediatamente divenuto tale, non appena sbarcato nel paese in cui aveva cercato riparo da una Spagna ostile verso i sudamericani. Lui, giovane argentino catapultato in Europa dalla sua classe, non immaginava che in Italia avrebbe dovuto fare i conti con le stesse pulsioni avvertite in Catalogna. Capì che i napoletani erano il popolo da proteggere. Capì che Napoli era Buenos Aires.

Tutto quello che abbiamo fatto a Napoli lo sappiamo voi ed io. Sappiamo che abbiamo fatto tutto contro tutti e questo non si può cancellare. Io sarò sempre, sempre, Diego il napoletano.

D. A. Maradona, giugno 2010

Diego non muore mai

Angelo Forgione Napoli, l’Argentina, il Calcio e chi l’ha vissuto e amato per quel che era passano con dolore immenso al tempo senza Diego.
Mi passano negli occhi e nelle orecchie tanti bei momenti degli anni ruggenti, ma ho sorriso al pensiero di quelli in cui lui faceva un semplice dribbling in mezzo al campo, a lasciare sul posto l’avversario attonito, e noi, sugli spalti, tutti uniti in quell’improvviso e collettivo sussulto di stupore. «ua’ e che ha cumbinato». Poi tutti sorridenti, a guardarci per condividere la gioia, invece di osservare l’esito dell’azione. Era un momento che si ripeteva spesso durante la tensione delle partite, che così si stemperava. E lo ricordo più del visibilio dopo i suoi incredibili goal, perché era l’emozione inaspettata, da teatro più che da stadio. Era la gioia pura del bambino in ognuno di noi, rapito dall’illusionismo senza trucco, diversa dall’estasi del tifo.
Quanta gioia e spensieratezza ci ha regalato negli anni della Napoli che soffriva per le ruberie del post-terremoto, del declino del Banco di Napoli e delle acciaierie di Bagnoli. Se era sbarcato da noi, nella periferia del grande calcio, era stato proprio per volontà scientifica della politica. Troppa tensione sociale, troppa disoccupazione, troppa camorra. Panem et circenses, e noi ce lo siamo goduto tutto quel fenomeno circense che ci ha deliziato con i suoi numeri e ci ha condotto ai trionfi come mai era accaduto.
Lui è calato a Napoli senza conoscerla e si è sentito napoletano dentro. Perché era esattamente come Napoli, discriminato e maltrattato, usato e tradito. Felice e spensierato alla domenica per una palla e poi sofferente tutti i giorni per i suoi problemi. Dentro quello stadio non entravano né i problemi e né i cattivi pensieri. Era il tempio della felicità e della spensieratezza attorno alla fedele amica palla, che assecondava sempre la sua volontà.
Da oggi quel tempio porterà giustamente il suo nome. Dovrà fargli posto un illustre apostolo che, navigando verso Roma, era sbarcato sulle coste flegree, ma sarà contento anche lui di lasciare al legittimo proprietario quell’arena. In fondo si passa a furor di popolo da un santo a D10S.
Ho visto Maradona. E che privilegio!
Ma Maradona non muore. Il suo mito sopravviverà per sempre. Sempre!
Grazie di tutto, campione mio. Viva il Re!