Bagarre alla “colonna spezzata”

Angelo Forgione Francesco Borrelli, consigliere regionale dei Verdi in Campania, spacca dopo la bagarre creatasi sabato nei pressi della “colonna spezzata” sul lungomare di Napoli. Dalla strada filma con lo smartphone genitori e bambini con i piedi a mare, alla ricerca di refrigerio, oltre il limite di una zona interdetta per pericolo di crollo. Il capofamiglia sale in strada per chiedere di cancellare le immagini ritraenti minori senza autorizzazione. Nessuna minaccia di aggressione fisica, nonostante il fare deciso, ma gli animi si accendono per la reazione terrorizzata e scomposta di Borrelli, contro il quale si scatena la protesta, inquinata da un passante volgare e autore di sconce gestualità.

Immagini diventate virali su facebook con polemiche e schieramenti pro e contro il consigliere regionale alimentati anche da frange di “tifoserie” pervenute. E mentre i borrelliani e gli antiborrelliani litigano, i colpevoli del vero peccato originale se la spassano senza che nessuno se ne renda conto. E qual è il vero peccato originale? Non un imprudente padre di famiglia che, in preda al primo caldo, oltrepassa delle recinzioni mettendo a rischio la salute dei figli e la propria e diventando potenzialmente responsabile in caso di incidente. Lo fanno in tantissimi, perché quelle reti, abbandonate lì da tempo, sono anche più fatiscenti del muro stesso, se possibile, e non scoraggiano proprio nessuno.
No, il vero peccato originale sono le indegne condizioni del sito, da anni degradate e pericolose, più volte evidenziate e denunciate anche da chi scrive.

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È su questi problemi che Borrelli deve concentrarsi, incanalando le sue preziose energie verso la denuncia del degrado urbano, verso l’affermazione della legalità senza enfasi, verso la difesa delle acque marine e fluviali, azioni per le quali ha tutta la mia stima. Deve uscire dal vortice della morbosità generata dai social in cui è entrato e incalzare sulle tanti situazioni simili a quella della “colonna spezzata”, nell’interesse reale di una città che, decoro a parte, ha già fatto pagare alla sua gente un caro prezzo in termini di vite. Il quattordicenne Salvatore Giordano, per esempio, colpito nel luglio del 2014 dal crollo di un cornicione esterno della Galleria Umberto mentre si intratteneva con gli amici. La zona non era interdetta, eppure per anni se ne erano denunciati i continui crolli. Non è transennata neanche oggi, eppure i crolli continuano, ma a evitare nuove tragedie è un’impalcatura alzata all’indomani di quel lutto e rimasta come quel giorno, perché i lavori non sono mai davvero partiti per un contenzioso tra Comune e condomini, e di operai non se ne vedono. Sono passati sei anni, sei, e altri frammenti, nel frattempo, non hanno colpito nessuno solo perché rimasti intrappolati nell’eterne lamiere arrugginite. Bisognerebbe chiedere ai genitori del povero Salvatore cosa ne pensino, oppure alla famiglia di Cristina Alongi, 43 anni, schiacciata nel giugno 2013 da un grosso pino caduto sulla sua vettura mentre percorreva via Aniello Falcone. Bisognerebbe chiedere alla famiglia di Fabiola Di Capua, 37 anni, colpita nel dicembre 2006 da un lampione della luce sul lungomare di via Caracciolo mentre transitava a bordo del proprio ciclomotore. Bisognerebbe chiedere pure alla famiglia di Rosario Padolino, il commerciante di 66 anni colpito meno di un anno fa da un cornicione nei pressi del Duomo di Napoli e spentosi poco dopo in ospedale, freddato dall’incuria di pubblico e privato che non avevano assicurato manutenzione e sicurezza. L’elenco avrebbe potuto essere più tragico se i tanti crolli non avessero risparmiato diversi feriti gravi. Il crollo della facciata dello storico Palazzo Guevara di Bovino, per dirne uno, venuta giù sulla Riviera di Chiaia davanti a un cantiere del Metrò, non provocò vittime per pura casualità.
Si muore anche di questo in una città in predissesto economico e sociale. Le emergenze, quando intercettate, vengono tamponate con transenne, impalcature, reti e imbracature eterne, per tirare a campare incrociando le dita. Poi ci scappa il morto e scattano gli interventi seri, che costano molto più della manutenzione ordinaria e non restituiscono la vita ai malcapitati.

Dunque, stavolta Borrelli ha sbagliato obiettivo e pure reazione, e sono certo che se ne sarà reso conto. Ma il polverone che ha alzato sui social e sulla seguitissima “Radiazza” di Radio Marte è servito a evidenziare le condizioni indegne della “colonna spezzata” così come dell’attiguo molo borbonico. È quello bisogna denunciare tutti, perché tutti siamo in pericolo e tutti abbiamo il diritto di vivere la città, in sicurezza.

Il Coronavirus al Nord che uccide il Sud

Angelo Forgione Eccoci dunque vicini al traguardo del 18 maggio che chiuderà il lockdown nazionale. Tutti fermi per due mesi, anche se l’emergenza sanitaria non aveva e non ha uguali aspetti per tutti. Blocco giusto da Bolzano a Pantelleria, per evitare la “migrazione” dei contagi da Nord a Sud. Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico, espandendosi nelle regioni confinanti in pochi giorni. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud, nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo.
Ancora oggi le prime cinque regioni per contagi (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana) coprono tre quarti del totale dei casi e dei ricoverati in terapia intensiva e incidono per quattro quinti dei decessi. I nuovi casi continuano a riguardare il Nord, dove il tasso di letalità di tre regioni è oltre la media nazionale (13,9%). La Lombardia, secondo gli ultimi dati, è al 18,4%, la Liguria al 14,5%, l’Emilia Romagna al 14,3%, mentre al Sud il Molise è al 6,7%, la Basilicata al 6,8% e via fino al picco dell’Abruzzo con 11,4%.

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In questo scenario di evidenza statistica ha senso parlare di una sola Italia? No, e il problema andrebbe affrontato con due regie separate e coordinate, una per il Nord e un’altra per il Centro-Sud, anche sulla base di un secondo presupposto, quello economico, perché gli indici dei Pil sono diversi ed è arcinoto quanto il Sud fosse in affanno già senza l’irruzione del Coronavirus, il cui tsunami pandemico lo affosserà ancora di più. Lo Svimez ha già avvisato che la probabilità di uscire dal mercato delle imprese meridionali è quattro volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord. L’impatto del Covid-19 sull’economia e sull’occupazione nel Mezzogiorno sarà certamente di gran lunga peggiore che altrove, perché il problema ora saranno le riaperture dei ristoranti e degli stabilimenti balneari, roba che anima il turismo, ciò di cui campa in buona sostanza il Meridione, a differenza del Settentrione, che è trainato anche dall’industria; ed è evidente che la stagione estiva sia fondamentale per le economie già fragili delle regioni del Sud, che stanno già implodendo per l’azzeramento delle prenotazioni turistiche e la chiusura di quelle attività commerciali e ristorative che ogni anno creano numerosi posti di lavoro durante l’alta stagione. Le disposizioni sanitarie per le riaperture costringeranno tantissimi ristoratori disperati a chiudere le loro attività anche di lungo corso, per non parlare delle difficoltà per i gestori di lidi, a molti dei quali non converrà aprire gli ombrelloni. C’è poi l’indotto dei matrimoni, un’economia stagionale prettamente meridionale completamente arenata. 17mila matrimoni cancellati solo tra marzo e aprile, e 50mila quelli che secondo le stime salteranno tra maggio e giugno. Bloccata una filiera fatta di sarti, operatori catering, wedding planner, fioristi, organizzatori di eventi, fotografi, location matrimoniali, musicisti, noleggiatori di auto da cerimonia, truccatrici e parrucchieri specializzati, che potranno rifarsi solo nei prossimi anni, ammesso che possano superare la crisi.

Eppure è evidente che il vero problema del Covid-19, rispetto ad altri virus, non è la letalità ma la contagiosità, che ha minacciato e allertato per l’affluenza nelle strutture sanitarie di una quantità di persone superiore alle disponibilità. Contagiosità che con il primo caldo, evidentemente, si sta già notevolmente attenuando, e si addolcirà decisamente, come sostengono diversi esperti, visto che i modelli fisico-matematici prevedono per l’estate in arrivo valori medi intorno ai 26°C, di un grado più alti della media. Qualche meteorologo l’ha già definita “la più calda estate di sempre”, e ci toccherà affrontarla con la mascherina alla bocca camminando per le strade roventi delle nostre città, con il rischio di non riuscire neanche a rimediare un posto sulla spiaggia. Dramma per il Sud, ma tutto ciò non conviene neanche al Nord, che può sì contare sulla ripresa industriale, ma ha comunque bisogno del potere d’acquisto dei meridionali. Il peggioramento della già fragile economia del Sud sottrarrà domanda alle imprese nordiche, per non parlare del sostegno ai redditi necessario che il governo dovrà offrire a milioni di cittadini, molti dei quali, soprattutto al Sud, sarebbero invece nelle condizioni di lavorare e fatturare senza bisogno di assistenza.
Il Sud turistico, dove il contagio, le temperature e l’inquinamento non sono come in Pianura Padana, è una risorsa per l’Italia tutta e la manovra più giusta sarebbe quella di spingerlo a una ripresa più veloce, almeno nella calda parentesi estiva. Invece, in un paese a due velocità, si è scelto di tenerlo zavorrato insieme al Nord.

La Commissione europea pare si stia attivando per salvare il turismo estivo e ha già invitato gli Stati membri a riaprire gradualmente le frontiere interne laddove la situazione sanitaria lo consenta, ma è chiaro che le problematiche di Italia e Spagna le condannino a restare fuori da eventuali “corridoi turistici” e dai flussi contingenti, che privilegeranno la spiagge e i ristoranti delle nazioni meno colpite come Grecia, Croazia, Malta e Portogallo. Eppure il Sud-Italia non ha problematiche maggiori di quei paesi, ed è chiaro anche da questo punto di vista che sconterà le problematiche del Nord, le colpe ampiamente conclamate della Lombardia e la volontà politica di non differenziare la ripresa in base alle diverse criticità per adottare un metro estivo uguale per tutti che porterà Nord e Sud a una recessione più profonda e i meridionali nel baratro.

dibattito con il giornalista e ristoratore Yuri Buono sullo scenario economico
che si prospetta a causa del Coronavirus

Luigi Vanvitelli compie 320 anni

luigi_vanvitelliAngelo Forgione320 anni fa, il 12 maggio 1700, da madre napoletana e dal pittore vedutista olandese Gaspar van Wittel, nasceva a Napoli il grande genio dell’architettura del Settecento, artista crocevia tra tardo Barocco e Neoclassicismo, colui che, sotto l’influenza dei modelli ercolanensi e poi pompeiani, mutò il proprio gusto e poi quello europeo, trasformando dalle radici l’architettura del Vecchio Continente e d’Occidente.
Formatosi a Roma, si segnalò nell’arricchimento monumentale della città pontificia e di Ancona al servizio di papa Clemente XII. Ebbe la sua grande occasione quando fu chiamato nella natia Napoli da Carlo di Borbone per realizzare la nuova reggia-cittadella nella piana ai piedi dei Monti Tifatini a Nord della Capitale che doveva simboleggiare la completa indipendenza di Napoli da Madrid e la nascita effettiva, e non solo formale, della monarchia “nazionale” dei Borbone di Napoli. Dopo il rifiuto del troppo anziano Nicola Salvi, autore della Fontana di Trevi, toccò progettare e realizzare il monumento napoletano per il mondo proprio a lui, che con il Salvi aveva collaborato alla bellissima fontana romana. Il 20 gennaio del 1752 pose la prima pietra, proprio nel giorno del trentaseiesimo compleanno del Re, mentre avviava le ricerche delle sorgenti per la realizzazione dell’acquedotto per cui si spinse fino alle falde del Taburno, nel Beneventano, da dove fece partire i circa trentotto chilometri del mirabile Acquedotto Carolino lungo nove trafori e i Ponti della Valle, ispirati al Pont du Gard dell’acquedotto romano di Nîmes. L’architetto realizzò la più imponente opera di ingegneria idraulica del Settecento, con cui dimostrò anche le sue notevoli competenze ingegneristiche affinate al fianco del Salvi a Roma.
Guidò i lavori, compiuti da operai specializzati e da migliaia di galeotti musulmani del Nord-Africa catturati durante le scorribande piratesche lungo le coste del Regno. A supportare il grande architetto anche un’ampia cerchia di collaboratori e allievi fidati, uno dei quali, Giuseppe Piermarini, fu indicato alla corte austriaca per portare l’esperienza napoletana e la nuova architettura neoclassica, stimolata dai coevi scavi vesuviani, a Milano. Così, sulla scorta delle conoscenze maturate per la realizzazione vanvitelliana del teatrino di Corte di Caserta, un San Carlo in miniatura, nacque il teatro Alla Scala.

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Per i Borbone, Luigi Vanvitelli realizzò a Napoli il Foro Carolino (l’attuale piazza Dante), il Quartiere di Cavalleria al ponte della Maddalena, la facciata e la sagrestia di S. Luigi di Palazzo (poi abbattuta), la chiesa di S.Marcellino, la chiesa della Rotonda (anch’essa demolita), la chiesa dell’Annunziata, la chiesa dei Padri della missione ai Vergini, il palazzo del marchese Genzano a Fontana Medina (oggi Palazzo Fondi), il palazzo del principe Doria d’Angri a Toledo, il restauro del Palazzo reale e il progetto di Villa Campolieto a Resina (terminato dal figlio). A Benevento fu chiamato per progettare il ponte sul Calore; a Barletta le saline; a Foggia il Palazzo della Dogana. Ma con i suoi gran capolavori, la Reggia borbonica e il suo Acquedotto, oggi patrimoni dell’Umanità Unesco, guadagnò l’immortal gloria, anche se non vide finito il Real Palazzo. Morì nel 1773 a Caserta, ed ereditarono la direzione dei lavori prima il figlio Carlo e poi Gaetano Genovese. Ci vollero circa cento anni per chiudere i cantieri, con qualche evidente “taglio” rispetto all’originario disegno. A dire stop fu Ferdinando II, nel 1847, impegnato a risanare il debito pubblico del Regno.

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Purtroppo a Luigi Vanvitelli, artista angolare del Settecento, non è dedicata neanche una statua nella sua città natale, che si limita al toponimo della piazza principale nel quartiere collinare del Vomero (dove un monumento in suo onore ci starebbe invece benissimo). Onore che gli ha riservato Caserta, la città sorta disordinatamente attorno alla Reggia senza i dettami che lo stesso architetto aveva pensato e disegnato nel progetto generale. E sarebbe stata bellissima. Auguri, Gigino!

Il Gran Caffè Gambrinus compie 160 anni

Angelo ForgioneIl 12 maggio del 1860, al piano terra del palazzo della Foresteria di Napoli, lato di piazza San Ferdinando, l’impreditore Vincenzo Apuzzo inaugurava il Gran Caffè. Il giorno prima Garibaldi era sbarcato a Marsala e quattro mesi dopo avrebbe preso Napoli. Quel nuovo locale divenne velocemente un salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa” per la bontà dei suoi prodotti.
Ad Apuzzo successe Mario Vacca, colui che nel 1890, in piena Belle Èpoque, fece ristrutturare i locali, incaricando l’architetto Antonio Curri, da poco reduce dalle decorazioni della nuovissima Galleria Umberto I. Quaranta tra artigiani e artisti per la nuova veste in stile liberty del Gran Caffè, ribattezzato Gambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e patrono laico della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Ma perché il Re della birra se Napoli era la città del caffè? In piena Unità d’Italia, l’intenzione fu quella di mettere insieme la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Il nuovo Gran Caffè Gambrinus si consacrò come avamposto dell’élite intellettuale napoletana, italiana ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea.
Nell’agosto del 1938, in pieno Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus venne chiuso perché accusato di essere luogo di ritrovo antifascista, mentre era in realtà solo un affollato caffè proprio sotto l’abitazione del Prefetto e Signora, infastiditi dai rumori. I locali furono assegnati a un’agenzia del Banco di Napoli fino al 1952, quando l’ala su via Chiaia fu restituita alla precedente funzione e gestita dall’imprenditore Michele Sergio, i cui figli, dopo una battaglia con il Banco, riuscirono a riappropriarsi anche del resto degli sfarzosi saloni, a fare del Gambrinus uno dei locali storici d’Italia. Ed eccolo tagliare il traguardo dei suoi primi 160 anni.

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Discriminazione sui banchi di scuola

Angelo ForgioneLettori si diventa – Temi d’attualità è un libro di testo per le scuole medie edito dalla casa editrice milanese Pearson, leader nel settore education. Una collezione di articoli di quotidiani con cui gli scolari vengono sensibilizzati su vari argomenti, tra cui il lavoro minorile, trattato da Luisa Grion su la Repubblica nel 2013. Tre esempi: un bimbo che scarica sacchi di cemento, un garzone che tiene le mani nel ghiaccio e una quattordicenne che prepara le tinte del parrucchiere. La ragazzina non si sa da dove venga. Gli altri due invece sì, e non si capisce perché sia necessario specificarne la provenienza: sono un napoletano e un egiziano. Ma se l’africano è un immigrato che non si sa in quale città italiana viva, il napoletano, evidentemente, si spacca la schiena a Napoli, la cui pessima immagine nasce esattamente sui banchi di scuola. E la chiamano educazione.

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Stategie sinistre, ennesimo episodio: la sceneggiata con nonna Margherita

Angelo ForgioneA Diritto e Rovescio (Rete 4) del 23/4, l’ennesimo colpo basso all’immagine di Napoli. È in corso l’ennesima animosa discussione “Nord contro Sud” in tema di coronavirus messa proditoriamente in piedi per alzare l’audience ed eccitare gli animi tra le Italie. Ne discutono il sindaco di Napoli De Magistris, il consigliere veneto Roberto Marcato e i giornalisti Raffaele Auriemma, Maurizio Belpietro e Claudia Fusani.
Improvvisamente, nel bel mezzo del dibattito, come i cavoli a merenda, Paolo Del Debbio si collega con Napoli, entrando in casa di nonna Margherita, che non è una nota esperta in materia, una scrittrice, una sociologa o una intellettuale utile al dibattito ma semplicemente una sconosciuta anziana di 83 anni pescata per l’unico requisito richiesto: la mancanza di istruzione. E infatti, ben caricata a molla sulla sceneggiata da recitare, nonna Margherita inizia ad agitarsi e ad esprimersi in modo popolano, inveendo contro il premier Conte: “Ha ragione il signor De Luca. Io ho fatto la Guerra Mondiale e sono stata salvata. Adesso mi vogliono far morire col virus: qui il Nord non deve venire! Ho 83 anni, non sono morto durante la guerra, mi vuole far morire adesso? Non lo ammetto questo”, conclude la signora Margherita, urlando tra le risatine compiaciute del presentatore.

Incolpevole e povera donna, ‪esposta al pubblico ludibrio dai suoi incauti parenti che hanno assecondato la volontà di sbattere in faccia alla nazione la plebe di Napoli, per descrivere un popolo napoletano ignorante e retrogrado. E purtroppo il sindaco De Magistris, visibilmente imbarazzato, non ha la freddezza di sottolineare la scorrettezza e di respingere fermamente, come avrebbe dovuto fare, una folcloristica descrizione di Napoli e della sua gente.

Missione compiuta e subito sbattuta sulla pagina facebook dello stesso programma, seguita a ruota dagli amici di merenda della redazione web di Libero. Mi ci aggiungo anch’io, mio malgrado, non per deridere ma per denunciare l’ennesima indecenza messa in piedi per danneggiare l’immagine di Napoli.
E le strategie sinistre continuano.

Finitela di pittare Napoli come vi pare, voi e pure tutti quei meridionali che venderebbero la mamma, e pure la nonna, per un momento di inutile celebrità.

Feltri al servizio della sinistra strategia lombarda

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Angelo ForgioneDon Vittorio Feltri non si tiene più dopo l’avviso del presidente De Luca sulla chiusura della sua Campania in caso di contagi lombardi ancora alti alla riapertura del 4 maggio. Il giornalista infeltrito prima ha scritto per il suo giornale di fretta di riapertura in Lombardia, la regione che ha fatto danni perché non aveva alcuna fretta di chiudere, anzi, alcuna voglia. Bisogna riaprire in fretta, magari procurando altri problemi, e poi, senza fretta, lasciare l’Italia.
Ci ha raccontato, don Vittorio, che la gente è impaziente per riprendere a guadagnare, “in particolare al Nord”, come se altrove si campi d’aria, e la pensa esattamente così chi scrive che “non si tratta di correre in strada a suonare il mandolino, bensì di tornare in fabbrica”.
Ha detto che l’umanità dell’affascinante Meridione e la bramosia di denaro della Pianura Padana e delle Prealpi sono solo luoghi comuni, lui che per i luoghi comuni sui meridionali ha reso noto se stesso e il suo giornalaccio.
Ha avvertito che lassù, tra le valli lombarde e venete, monta “la ribellione alla dittatura romanfoggiana”; insomma, una ritorno agli slogan della Lega Nord riposti per convenienza nel cassetto dal furbacchion Salvini.
Ha informato che “manca soltanto la Lombardia per creare una frattura tra le due Italie divise da una antipatia reciproca che si era sopita e che le polemiche sul virus hanno risvegliato in modo drammatico”.
E ha concluso minacciando il Sud, che senza il Nord andrebbe “a ramengo” e farebbe “una brutta fine, per altro meritata”.
Echi da Bergamo, una delle città che più soffrono in questo momento e che merita la solidarietà di tutti a prescindere, anche per la sfortuna di essere rappresentata da qualche incompetente che ha scherzato con il virus e pure da certe penne, capaci di condizionare l’opinione delle persone meno libere di pensiero, di dividere e alimentare la debolezza del Paese. Ma che, non va dimenticato, resta pur sempre “la Città dei Mille”, il centro italiano che più di tutti ha contribuito ad armare Garibaldi affinché invadesse il Sud. Prima hanno voluto che si facesse quest’Italia di colonizzatori e colonizzati e ora, una volta spremuto il limone, minacciano di dividerla. Senza fretta, però, non sia mai che il Sud smette di comprare merci e servizi del Nord. Finisce che il Nord va “a ramengo” appresso al Sud.

Non contento, l’attacco si è fatto più netto dai teleschermi di Rete 4: “I meridionali, in questo momento, soffrono un complesso di inferiotità rispetto ai settentrionali. Io non credo ai complessi di inferiorità. Credo che i meridionali, in molti casi, siano inferiori”.
Apriti cielo! Levata di scudi da ogni parte, anche dall’Ordine dei Giornalisti nazionale, che però, per separazione di competenze, non può prendere provvedimenti disciplinari nei confronti di Fletri, cosa che pertiene al Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Il presidente Carlo Verna ha però comunicato che il presidente della sezione lombarda gli ha dato rassicurazioni circa la trasmissione degli atti al giudice deontologico naturale, e ritiene “che i comportamenti di questo signore rischino di travolgere l’immagine dell’intera categoria dei giornalisti italiani”, che è suo dovere tutelare, e che a tal fine sarà dato mandato a un legale.
L’Ordine nazionale si è pure relazionato con Agcom affinché vengano monitorate le trasmissioni in cui con maggiore frequenza in questi ultimi giorni sono state ascoltate espressioni discriminatorie nei confronti del Sud, anche grazie alle “incaute ospitate” consentite dai conduttori delle trasmissioni, che pure saranno deferiti ai Consigli di disciplina qualora non si dissocino fermamente come la Carta dei doveri dei giornalisti esige.
E qui si va esattamente al cuore del problema, o quasi. Il vero problema è il ruolo ricoperto da certi giornali e talune trasmissioni deputate a creare scompiglio, che si nascondono dietro l’ormai sfacciato razzismo di Feltri e lo strumentalizzano per compiere certe sinistre volontà politiche, prova ne sia il conduttore della trasmissione Fuori dal coro Mario Giordano, che di fronte alle parole del direttore editoriale di Libero si è “preoccupato” sorridente di perdere telespettatori meridionali invece di censurare il suo gradito ospite.

Di sinistre volontà politiche si tratta. Feltri e altri kamikaze dell’informazione non sono altro che elementi di un certo sistema che sta cercando di sviare l’attenzione dai disastri politici della Lombardia in tema di Covid-19 addossando colpe al Sud. Quali colpe? Si cerca di far passare il messaggio “Lombardia sotto attacco”, delineando i contorni di un’imprecisata ostilità meridionale verso i settentrionali. Una sorta di vittimismo cautelativo.
La verità è che, pur con tutte le attenuanti generiche del caso, i primi della classe della Lombardia hanno oggettivamente fatto degli errori lampanti e gravi, mentre i monellacci campani, e meridionali in genere, se la sono cavata bene, hanno fatto le cose giuste, rispettando le regole e la pericolosità del virus. Il Sud ha fatto meglio del Nord, questa è la realtà, e quel certo sistema sta producendo un’informazione tendenziosa per nascondere le vere colpe, in modo da mantenere lo status quo alla fine dell’emergenza.
Ve lo ricordate tal Niccolò Fraschini, consigliere comunale a Pavia, che al principio di tutto minacciò la “gente che periodicamente vive in mezzo all’immondizia” di stare tranquilli perché “alla fine di tutto i ruoli torneranno a invertirsi”? Era uno sprovveduto che manifestava pubblicamente il pensiero della politica lombarda di centrodestra, pensiero che anima chi ha il potere di manovrare l’informazione e decidere determinate “incaute ospitate” piuttosto che altre molto più caute, serie e meno utili al sinistro scopo.


analisi della vicenda alla trasmissione Linea Calcio (Canale 8) del 23/4