Un clinico napoletano e un radiologo piemontese

Pacta sunt servanda

Francesco Iodice, già direttore di U.O. s.c. di Fisiopatologia Respiratoria, è un noto medico pneumologo che ha svolto la sua attività presso l’ospedale A. Cardarelli di Napoli. Durante gli anni universitari ha collaborato al “Roma”, a “Il Mattino”, a “Sport Sud” e a “Lo Sport del Mezzogiorno”. Conseguita la laurea in Medicina, lasciò il giornalismo e si dedicò alla professione medica. Raggiunta la piena maturità, si é ritagliato un suo spazio in cui ha dato libero sfogo alla sua passione: la scrittura. Ha pubblicato numerosi articoli e quattro libri. Collabora con il mensile “Chiaia Magazine”, le riviste “Pneumorama” e “MRM” (Multidisciplinary Respiratory Medicine); cura le pagine della Cultura del “Bollettino dell’Ordine dei Medici di Napoli”. Di seguito è riportato un suo scritto che ricostruisce una sua esperienza personale.

Il corridoio enorme dell’Istituto Superiore di Stato era circondato da colonne gigantesche di chiaro stile littorio ed accoglieva gli aspiranti all’Abilitazione Nazionale. Esame per titoli, prova pratica sul malato e declamazione della Lezione Finale. Poi tutti pomposamente chiamati “Professore” con la speranza di dilatare ragionevolmente l’onorario. Restava la Prova Clinica con relativo esame orale e la Lezione.
Mentre stavo passeggiando nel suddetto corridoio, mi avvicinò uno sconosciuto. “Senti – mi disse – sono Casimiro S., radiologo di Ivrea e medico della mutua, ho qualche difficoltà per la prova sul malato, potresti aiutarmi?”.
“Va bene – risposi – ma come faccio ad aiutarti. se il candidato viene chiuso da solo in una stanza assieme al malato?”. E allora il radiologo mi propose lapalissianamente: “Potresti entrare di nascosto nella stanza prima che mi isolino con il malato”. Accettai e mi nascosi dietro un paravento, aspettai che tutti uscissero e quando restarono soli Casimiro e paziente uscii e cominciai la mia opera. Dopo aver raccolto l’anamnesi, assieme al candidato, ispezionammo, palpammo, percuotemmo ed ascoltammo; poi sotto dettatura, il “collega” scrisse tutto in cartella.
Tornai al mio nascondiglio ed appena possibile uscii finalmente dalla “stanza della tortura”. Nel corridoio ebbi di faccia il mio “beneficiato” che mi abbracciò, mi ringraziò e alle mie parole “ma figurati, è cosa di niente, se non ci si aiuta tra noi?!”, enfaticamente esclamò: “Ma niente affatto, oggi fra noi è nata un’amicizia sacra che dovrà durare per tutta la vita (!), io mi voglio sdebitare: parola d’onore, ti sceglierò i migliori vini del Piemonte e te li farò mandare a casa!”. Dopo due giorni tornammo entrambi al proprio focolare domestico.
Dopo circa 20 giorni, mi arrivarono due cartoni di vino, di 6 bottiglie ciascuno, su uno dei due era incollato un biglietto, lo aprii e lessi: “Spero che i piemontesi si facciano onore. Pacta sunt servanda!”.
Corsi da mia moglie, le mostrai il biglietto, le feci vedere i cartoni e con le lacrime agli occhi andai alla mia scrivania e scrissi: “Nobile amico, hai sfatato una leggenda. Non è affatto vero che i piemontesi sono falsi e cortesi, anzi, nel tuo petto batte un cuore napoletano, nobile e generoso. In preda ad enorme emozione e con la mano che mi trema ti dico: grazie, anche da parte di mia moglie ed a presto rivederci. Da oggi sappi che la porta della nostra casa per te è sempre aperta e, se vorrai, ti accompagnerò un giorno in giro per farti ammirare le bellezze della nostra adorata Napoli. Tuo affezionatissimo amico”.
Quando lesse la nobile missiva, al centro della quale era caduta una goccia da uno dei miei sacchi congiuntivali, con il protagonismo tipico delle donne, mia moglie mi fece: “Non sarebbe meglio se questo biglietto lo mettessimo in un pacco contenente un bell’oggetto di porcellana di Capodimonte?”. Affare fatto.
Ci mettemmo in macchina, andammo a Porta Grande di Capodimonte, acquistammo una bella ceramica raffigurante un amorino e, prima che la commessa chiudesse il pacco, infilai dentro un biglietto con la scritta: “Spero che anche i napoletani si facciano onore!”.
Dopo una decina di giorni, nella cassetta delle lettere trovo una busta, su cui era stampato con un timbro la dicitura “Fattura Commerciale Aperta”. La mano mi comincia a tremare, ma per la rabbia, non per la commozione. Infatti leggo: “Gentile Signore, per conto del Dottor Casimiro S. abbiamo scelto per Voi i vini piemontesi prodotti dalle migliori aziende. Vi preghiamo pertanto di saldare entro 15 giorni. Nella speranza di annoverarVi anche in futuro fra i nostri clienti, inviamo molti cordiali saluti”.
Barcollando, entro nell’ascensore, davanti alla porta, non riesco a mettere la chiave nella toppa, mi butto sul divano e resto di sasso per circa un’ora. Quando mia moglie rientra, le mostro la busta e lei mi chiede: “Ma come ti aveva detto questo gentiluomo?”. Raschio nella mente confusa e sconvolta ed, improvvisamente, si accende la lampadina della memoria. Ma si, ora ricordo, ha fatto esattamente quello che aveva detto: “Parola d’onore, ti sceglierò i migliori vini del Piemonte e te li farò spedire a casa”. Sono io, povero meridionale sentimentale e credulone, che sono andato oltre le intenzioni; siamo sempre propensi a dare una pacca sulla spalla del primo sconosciuto che incontriamo!
Ma quali patti! Aveva fatto tutto lui. L’indomani telefonai alla mia dotta zia Anna, impiegata al bancolotto, cui raccontai l’accaduto; lei sentenziò: “Giocati un bel terno secco sulla ruota di Torino, 47 ‘o piemontese, 29 ‘o paraculo, 23 ‘o strunz’; ed in futuro valuta bene quello che ti dicono! Diceva Napoleone che dal sublime al ridicolo il passe è brevissimo”.

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