Via il Rolex a Banfi: «parlavano napoletano». Ma erano romani.

Angelo Forgione – La banda dei Rolex l’aveva colpito sotto casa, in Piazza Bologna a Roma. Lino Banfi fu bloccato e minacciato di morte, obbligandolo a sfilarsi il prezioso orologio. L’attore attese le volanti della Polizia e raccontò che i due banditi avevano il volto coperto da caschi integrali e parlavano in napoletano. I giornali romani, ma anche nazionali, diffusero la notizia, dando per certo che a colpire in vari quartieri di Roma in pieno giorno erano gruppi di malavitosi campani in trasferta. Il che è pure vero, ma non nel caso di Lino Banfi. Già, perchè due rapinatori di Rolex sono stati arrestati a Roma, Enrico Tricarico e Gianfranco Palma, entrambi romani, di 60 e 40 anni. Quest’ultimo era fresco di un colpo in zona Prati. L’altro è stato trovato in possesso di un ciclomotore rubato e di una riproduzione di una pistola Beretta calibro 9×21.
Il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro è soddisfatto per l’esito delle indagini, indiziando i due malviventi ammanettati della responsabilità degli scippi armati registrati ultimamente a Roma, compreso quello a Lino Banfi. Il quale, lo sappiamo, vuol bene tantissimo a Napoli, città dove ha conosciuto la carità e l’umanità in un brutto periodo della sua vita, e dove ha mosso i primi passi della sua carriera. Lui ha raccontato solo quello che gli è parso di sentire. Ma va evidenziato un nuovo fenomeno preoccupante: i rapinatori di Rolex di Roma starebbero usando una tecnica per depistare le indagini, cioè simulare l’accento napoletano. Sempre che l’attore, pur conoscitore dell’inflessione napoletana (minuto 4:00), l’abbia ben riconosciuta.

2 thoughts on “Via il Rolex a Banfi: «parlavano napoletano». Ma erano romani.


  1. A riguardo della banda del Rolex voglio raccontarvi un episodio che mi è accaduto diversi anni fa. Era all’incirca il 92 o 93 del millennio scorso e da poco mi ero specializzato in cardiologia, e da giovane medico quale ero, mi arrabattavo a fare mille lavori, vivendo nella precarietà più assoluta. Tra le altre cose andavo a fare gli elettrocardiogrammi presso lo studio di un collega in via del Cassano vicino piazza Capodichino. Abito a Ponticelli e per arrivare a Secondigliano prendevo il tratto di autostrada che poi si connette alla Tangenziale, uscendo sulla rampa che porta a Capodichino. Quel giorno proprio subito dopo la rampa che esce dall’autostrada mi bussa sul finestrino un tizio a bordo di una vespa dicendomi “stateve accorto, mi avete stretto”. Lì per lì rimasi perplesso perchè ero sicuro di non avere stretto nessuno ma dopo un pò non ci pensai più. Ma in seguito mentre percorrevo il viale Umberto Maddalena mi accorgo che due vespe, con due individui a bordo ciascuna, mi stanno seguendo. O meglio sembra proprio che stanno seguendo me ma non riesco a capire per quale motivo dovrebbero farlo. Mi chiedo “forse hanno visto la valigetta con l’elettrocardiografo e la vogliono rubare”. Arrivo a piazza Capodichino, dove c’è la bella chiesa dedicata da Ferdinando II allo scampato attentato di Agesilao Milano, e faccio un giro completo della piazza, ritornando al punto di partenza. Vedo che i quattro sulle vespette fanno la stessa cosa e confabulano fra di loro. Ora io posso anche essere cretino e fare un giro completo della piazza ritrovandomi al punto di partenza, ma gli altri perchè avrebbero dovuto farlo? Ho quindi la certezza che mi stanno seguendo! Rompo gli indugi e mi infilo tra le bancarelle del mercatino rionale di via del Cassano il famoso “o’ Buvere”ed imbocco il vicolo dove si trova lo studio del mio collega. Loro mi seguono, io mi fermo, scendo dalla macchina, e comincio a parlare con alcuni pazienti che conoscevo, proprio all’ingresso dello studio. Loro mi sopravanzano, si fermano a qualche decina di metri da me e cominciano a confabulare rivolgendo con insistenza il loro sguardo verso di me. Io, quasi in gesto di sfida, rimango sull’uscio dello studio a parlare con i miei pazienti. Loro stanno qualche altro minuto a parlare, poi vanno via. Qui finisce l’episodio e non ci penso più. Da premettere che in quel periodo un mio paziente “sveglio e che sa arrangiarsi”, forse intenerito dalla dignitosa povertà che allora esprimevo inconsapevolmente, mi regalò un favoloso finto Rolex modello Daytona del valore (l’originale) di svariate decine di milioni di lire. Lo mettevo spesso e lo misi pure a un Congresso a Riva del Garda. Ricordo ancora lo sguardo incuriosito e perplesso dei colleghi medici Toscopadani che non riuscivano a risolvere l’enigma di quel giovane medico che indossava vestiti da mercatino rionale ma che teneva al polso un Rolex da svariati milioni, e nel loro sguardo da assoluta supponenza intuivo il loro pensiero: “D’altra parte con questi Terroni c’è da aspettarsi di tutto”, e non avevano tutti i torti! Inoltre allora avevo comprato una Fiat Croma, targata Ravenna, di seconda mano, che nonostante l’età faceva ancora la sua porca figura. Dopo anni venni a sapere della banda che rapina i Rolex e quell’episodio che mi era successo mi fu finalmente chiaro. Non l’elettrocardiografo era l’obiettivo dei miei inseguitori, ma il mio finto Rolex. La macchina targata Ravenna, la valigietta, il fatto che io arrivassi dall’autostrada li avevavano ingannati, facendogli credere che ero il pollo arrivato da fuori da spennare, ma come si dice a Napoli “pigliaijn e pal ‘nfacc”. Ora in realtà questo lungo racconto ha come obiettivo quello di dimostrare che, come dice Pino Aprile, se qualche cosa non si è realizzata in tanti anni probabilmente non è che non si è potuto realizzare ma che piuttosto non si è voluto realizzare. L’episodio che mi ha visto protagonista è accaduto circa vent’anni fa, e in venti anni sono cambiate tante cose. In vent’anni è nato si è sviluppato ed è crollato il fascismo e a me pare impossibile che in tutto questo lungo periodo nessuno sia stato in grado di capire come funzionano, da dove vengano e come si muovano queste famose bande del Rolex. Come dicevo prima forse è un problema che non si è voluto risolvere. Come il problema dello sversamento dei rifiuti tossici nella conurbazione di Napoli e Caserta (quella che l’approssimativo ex ministro Renato Brunetta definì male assoluto, cancro etico e morale, passando dal cancro biologico al cancro morale di cui incolpare gli abitanti delle province di Napoli e Caserta) che persiste tutt’ora nonostante i decenni passati e le tante denunce. Come il problema della piazza di spaccio più grande d’Europa, cioè Scampia, di cui si sa tutto da svariati decenni, ma che nonostante gli anni che passano rimane invariata nel suo degrado. Luoghi come l’insediamento 167 di Secondigliano o Ponticelli dove sono stati deportati i “Lazzari” di Napoli cioè il Popolo di Napoli dove che oltre che un luogo per dormire e sopravvivere poi non vi è nient’altro, e tra l’altro lontani dalla propria città, dalle proprie radici e dalla propria memoria storica. Popolo tollerante, coraggioso e finanche troppo civile. Chiunque altro sarebbe insorto creando seri problemi di ordine pubblico. Anche in questo caso se in tanti anni il problema non è stato risolto forse è perché non si è voluto risolvere. Potrei continuare ma per il momento è tutto. Cordiali saluti, Antonio Mura

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...