Il sarrismo napoletano al top in Europa, secondo il sereno Guardiola e il nervoso Allegri

Angelo Forgione «Mi piacerebbe vedere 11 facce di ca**o che abbiano la presunzione di palleggiare in faccia al Manchester City». Una parola forte in un concetto fortissimo che spiega il sarrismo. La verità è che Maurizio Sarri è uomo di poche parole e qualche parolaccia, che gli torna utile per entrare nella testa dei suoi calciatori. Fa parte proprio del sarrismo, sgarbato con il lessico ma molto rispettoso del calcio e del pubblico che paga per lo spettacolo. Diseducativo per il linguaggio dei giovani, ma maledettamente ed efficacemente evolutivo per il football. Il fatto è che, nell’era del calcio televisivo, le conferenze stampa e le interviste in quantità industriale inchiodano le svirgolate. E allora qualcuno storce il naso, come quando Sarri diede del «frocio» in campo a Roberto Mancini. Allora, a caldo, si disse che l’allenatore del Napolisi era giocato la reputazione. E invece eccolo ancora qui, a prendere elogi da Guardiolae da mezzo mondo per il gioco che ha dato agli azzurri… ma non dal non meno irriverente Allegri, anch’egli toscanaccio, per il quale lo spettacolo si fa al circo. Il rivoluzionario Pep esclama «wow» quando vede il Napoli mentre Max è talmente calato nel mondo Juve da sposarne in pieno il proverbiale “vincere è l’unica cosa che conta”.
Il dibattito è aperto, e Guardiola sembra averne centrato il cuore. «Il nostro mestiere dipende da quanti titoli vinciamo, ma questa è un’ingiustizia, perché ci sono tanti allenatori che non hanno la possibilità di allenare grandissimi calciatori che ti rendono la vita più facile». Allegri ha vinto senza deliziare al Milan e alla Juventus. Sarri sta provando a vincere a Napoli, che non è esattamente la stessa cosa, perché la squadra fattura decisamente meno delle tre strisciate, può investire meno e ha un monte stipendi pari a un terzo di quello della Juve. Per annullare i valori tecnici bisogna necessariamente passare attraverso la ricerca della perfezione estetica, e il fatto che la cosa minacci di riuscire sta mettendo in forte crisi nervosa Allegri e l’intero ambiente juventino, per cui vincere non è importante ma fondamentale, e allora figuriamoci quanto possa essere rilevante giocare bene.
La storia insegna sempre. Alla Juve, provò a coniugare vittorie e bel gioco tal Montezemolo negli anni Novanta, chiamato da Gianni Agnelli ad assumere la carica di vicepresidente esecutivo, determinando le clamorose dimissioni di Giampiero Boniperti, l’introduttore dell’antisportivo motto bianconero che rese dogma assoluto la vittoria. Per invidia dei trionfi del Milan di Sacchi, Montezemolo allontanò la leggenda Dino Zoff, tecnico dei trionfi in Coppa UEFA e Coppa Italia col metodo di gioco all’italiana, considerato démodé e sostituito con Gigi Maifredi, alfiere del gioco a zona totale. La rivoluzione produsse un disastro, col manager che, dopo aver rovinato i Mondiali, prima scaricò il prescelto e poi abbandonò la nave, a conclusione di una stagione fallimentare: fuori dalle coppe europee per la prima volta dopo 28 anni. Nel 1994 prese le redini Umberto Agnelli, il quale, dopo otto anni di vacche magre, inaugurò l’era degli scandali pur di tornare a vincere, e lo fece non solo con gli investimenti ma anche col doping e con la “cupola” calcistica, e non certo con il bel gioco.
In fondo, se vincere è l’unica cosa che conta, perché mai bisognerebbe vedere una partita invece di apprendere semplicemente il risultato finale?

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