“Contro la violenza insegnare nelle scuole i veri valori dello sport”

Tratto da ilNapoliOnline.com
Intervista a cura di Maria Villani e AdrianoPastore

ESCLUSIVA – Angelo Forgione: “Il Napoli come esempio positivo per la città. Contro la violenza insegnare nelle scuole i veri valori dello sport”

Ilnapolionline ha fatto una chiacchierata con Angelo Forgione durante la cena che ha inaugurato i tre giorni dedicati alla memoria di Ciro Esposito:

Angelo come vivi la tua passione azzurra?
Questa passione è viva anche in me anche se non la vedo come perno della mia napoletanità, piuttosto come uno dei modo di intenderla, un’estrinsecazione di orgoglio. Non credo alla filosofia del riscatto di Napoli attraverso il calcio. Trovo sbagliato e controproducente pensare alla risoluzione dei problemi della città nella vittoria di uno scudetto.

Potrebbe il calcio invece fare da trampolino di rilancio della città, essere cioè tifosi del Napoli per diventare tifosi di Napoli?
Il Napoli è un esempio, ecco perché De Laurentiis mi piace, pur riconoscendone dei difetti. In questa città c’è bisogno di persone che guardino con lungimiranza alle cose, all’impresa. Il Napoli è una realtà sportiva ma nello stesso tempo è anche una società per azioni che può interpretare il calcio come qualcosa da sfruttare in positivo per la città. Ecco perché dico che il riscatto è ben altro.

Cos’è il riscatto allora?
Innanzitutto rivedere positivamente il proprio passato, poi nel presente attivare un processo virtuoso fatto di un rapporto diverso tra napoletani, di un modo diverso di fare impresa. Il napoletano dovrebbe cominciare a fare network, a guardare oltre i miseri vantaggi immediati, e a rispettare la propria casa, che è Napoli.

Hai parlato di orgoglio, lo vedi questo orgoglio nel popolo napoletano?
Lo vedo, ma è un orgoglio di «pancia» e non di «testa».

Cioè?
È un orgoglio sentito fortemente a livello viscerale, al quale non si riesce a dare i contorni; un orgoglio «di pancia» crea solo danni quando reagisci. Quando sei profondamente consapevole che c’è una risposta da dare chi ti offende allora non rispondi più con rabbia, ma con intelligenza, con cultura in modo totalmente diverso. Questo ci eleva anche come popolo, invece il nostro orgoglio, che ci riconoscono anche all’estero, è solo potenziale, di «rabbia» e non di «intelletto» proprio perché non abbiamo una visione culturale, più elevata della nostra storia.

Quando è nata in te la consapevolezza di riscoprire l’identità culturale napoletana?
È stato tutto spontaneo, un percorso di crescita. Cammini per Napoli e vedi degrado e sfarzo insieme, lì capisci che c’è qualcosa che non va e che questo contrasto deve per forza avere una ragione ed un’origine. Ho cercato di capire il perché ci si ritrova in queste condizioni di povertà, di colonizzazione e, da autodidatta, ho capito che tutto è nato in un momento storico. Purtroppo si condannano gli effetti della Napoli moderna senza considerare le cause che vengono nascoste. Se venissero a galla, i mali di Napoli potrebbero essere curati. Forse non si vuole che accada.

Le tue idee hanno trovato seguito nella gente nel tempo?
Molta gente è curiosa, vuole punti di riferimento; la televisione non li dà, i libri di scuola neppure. Quando invece qualcuno dà nozioni, mette a confronto le fonti, usa il ragionamento e una buona dose d’intuito, dice delle cose interessanti, è credibile è ovvio che la gente segua. Non sono neanche il solo a fare questo discorso, ce ne sono tanti altri, divulgare è importante anche se la strada non è facile.

C’è speranza?
C’è e non deve morire, altrimenti non avrebbe senso. Anche se la cultura è un po’ «sotterrata». La questione meridionale è nazionale, parlo non solo di Napoli ma di tutto il Sud, anzi di tutta Italia. Stasera parliamo di calcio e purtroppo il calcio ha monopolizzato un po’ tutto.

Cosa ha calamitato il calcio?
Il calcio è stato utilizzato da sempre per monopolizzare l’attenzione dei cittadini italiani. Nel 2014 si parla di calcio in maniera esponenziale, le società di calcio campano di diritti televisivi e in tv questo sport è preponderante, mentre la cultura non passa. La gente è costretta anche suo malgrado a sorbirsi un discorso calcistico.

Secondo te quello che è successo a Ciro e che abbiamo celebrato stasera (n.d.r.) può davvero insegnare qualcosa?
Purtroppo non credo. Ho la sensazione che sia stato vissuto come «un episodio», cui seguiranno altri, una cosa «normale», e lo dico con molta tristezza. La violenza fa parte del calio da quando è stato inventato, ma non è normale affatto essere affrontati a mano armata all’esterno di uno stadio. Attenzione però, perché chi ha premuto quel grilletto non lo ha fatto per una questione calcistica, piuttosto per una questione antropologica, razziale, di odio verso i napoletani. Ho denunciato negli anni questo sostrato di razzismo strisciante.

C’è una soluzione?
Uscire dalla logica degli stadi ed insegnare ai ragazzi a scuola la tolleranza, la fratellanza, uscire dalla logica di un Nord contrapposto a un Sud con i napoletani come emblema di un degrado di cui invece essi stessi sono in parte vittime. Bisognerebbe insegnare i veri valori del calcio, insegnare che, come la vittoria, esiste anche la sconfitta, e che si impara da essa. E che vincere non vuol dire deridere l’avversario sconfitto. Il valore della vittoria, quello della sconfitta, nel calcio e in tutti gli altri  sport, è questo… insegnamento di vita”.

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