Ma che calcio dite?

Angelo Forgione – Il Napoli ha mollato. Troppo pesante la mazzata della vittoria juventina, a un passo dalla sconfitta, contro l’Inter. Gli azzurri, sabato sera, hanno capito che l’impresa non si può fare, che qualcosa spinge gli avversari, e hanno affrontato la Fiorentina senza quell’inerzia favorevole che si erano conquistati con la vittoria a Torino. Sembra una vita fa, e invece era giusto la scorsa domenica. Ma come? Giocatori euforici a festeggiare negli spogliatoi dello Stadium e a Firenze non pervenuti? Capita quando vedi l’operato dell’arbitro Orsato e la vittoria dei bianconeri a un passo dal crollo. Roba da abbattere un toro imbufalito. E così il Napoli, con l’obbligo di restare incollato alla Juve per un traguardo comunque possibile, ha colpevolmente sfoderato la peggiore prestazione dell’anno. Non è un caso.
Qui non si tratta di trovare scuse a un Napoli scialbo e spento. Qui non si tratta neanche di sentenziare che Orsato era in malafede, perché non se ne hanno le prove. Qui si tratta di dire chiaramente che Inter-Juve è stata indirizzata e falsata, a prescindere che lo sia stata per errore o per volontà. Qui si tratta di capire come raccontare e farsi raccontare il calcio, di come analizzare certi eventi, perché la sentenza di malafede, in quanto a dimostrabilità, vale esattamente quanto quella di buonafede. Nessuno può dire con certezza se in un giudice vi siano dei condizionamenti o meno, ma il dogma dell’arbitro retto e degli addetti ai lavori integerrimi non regge più. È la storia del nostro calcio, e non solo il nostro, a dirlo, ad alimentare sospetti.
È folle asserire o anche solo pensare che in un ambiente fatto di uomini, soldi e interessi capaci di attirare la complicità di istituzioni, politici e centri di potere, la pulizia sia garantita. Il sistema calcio, piuttosto, è guasto come il Paese di cui fa parte, e la sua questione morale si è palesata più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari che sono iniziati a inizio Novecento e mai sono terminati.
Eppure, chi ha il privilegio di parlare dai teleschermi nazionali non accenna mai all’approfondimento del dubbio ma tende sempre a salvaguardare la serenità del calcio. L’ultimo esempio in ascesa è quello del buon Riccardo Cucchi, passato dalla radio alla tivù, dall’ottima carriera di radiocronista apprezzato a quella di conduttore-commentatore ecumenico della Domenica Sportiva. Apprezzabilissimo il suo tentativo di abbassare i toni, ma la narrazione fiabesca di un calcio onesto e la sentenza della partita non falsata da Orsato sono fragili e non stanno in piedi, poiché i ripetuti scandali hanno minato da tempo la fiducia nella trasparenza dell’intero mondo del Calcio.
L’opacità di un mondo malato e immorale è nascosta da una scintillante retorica del pallone che brilla fino all’esplosione dello scandalo di turno. A scandalo in corso, tutti a indignarsi, e magari a sperare che termini al più presto possibile, senza troppi danni, tradendo la propria moralità. E a scandalo terminato si riprende a credere che tutto sia ripulito, di nuovo brillante. Illusione! Il fatto è che gli scandali sono iniziati coi primi calci di inizio Novecento, non hanno mai avuto soluzione di continuità, e chissà cosa ci riserverà l’incognita del tempo futuro.
C’era una volta un “giornalista giornalista” che i sospetti sul calcio italiano li approfondiva, non lasciandosi mai sedurre dalla retorica buonista del gioco pulito e della buonafede. Quel giornalista era uno “contro”, ma contro il giornalismo privo di verità. Denunciò il mobbing subito da Eugenio Scalfari a La Repubblica dopo aver raccolto prove in Africa della combine di Italia-Camerun ai mondiali di Spagna 82, e dovette lasciare il giornale nonostante la vittoria della causa intentata. Dopo più di 20 anni di giornalismo di inchiesta denunciò di essere stato boicottato dal Tg3 di Bianca Berlinguer, dove evidenziava ogni domenica la corruzione del calcio italiano anche dopo Calciopoli. Ha avuto una carriera piena di ostacoli e porte chiuse, e poi è scomparso, lasciando in noi che scriviamo per amor di verità un profondo vuoto. Di Oliviero Beha, nel giornalismo sportivo, ce n’era uno, ed era anche troppo.

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