I Borbone volevano lasciare libero il paesaggio

Angelo Forgione Come non parlare di storia di Napoli nella Giornata nazionale del Paesaggio? È la città delle gouaches, in un’epoca in cui la fotografia non c’era e il desiderio dei viaggiatori del Grand Tour settecentesco di serbare l’inimmaginabile emozione visiva del Golfo di Napoli fu appagata commissionando ai pittori che si incontravano sul posto dei dipinti di facile trasporto. A quel tempo, Goethe scrisse che Roma, a confronto della grande apertura di cielo di Napoli, appariva come un vecchio convento in posizione sfavorevole.
È la città della celebre Scuola di Posillipo, grande espressione Ottocentesca del tradizione vedutista, in cui furono coinvolti diversi artisti di mutazione del gusto rispetto al modello settecentesco delle gouaches, fedeli alla trascrizione pittorica del vero con aggiunta di più marcate suggestioni romantiche.

Del resto Neapolis, la nuova Napoli, nacque esattamente con l’intento di preservare la veduta piena del Golfo, allorché il piano urbanistico ippodameo generò tre grandi direttrici da est a ovest su tre livelli protesi sul mare, i plateiai (poi decumani in epoca romana), secondo un modello scenografico “a terrazze” che assicurava la vista del mare agli abitanti e la veduta di un’urbanizzazione monumentale per settori ascendenti ai naviganti.

Circa ventidue secoli dopo, nell’Ottocento, durante l’espansione di Napoli sulle colline, in un ampio piano progettuale voluto nel 1839 dal re Ferdinando II per la definizione de “l’Abbellimento della città di Napoli”, l’amministrazione borbonica restava de facto ancora fedele alle antiche finalità greche, e vietava l’edificazione di edifici che ostruissero la vista panoramica nelle strade sulla linea di costa con dei lungimiranti rescritti reali in materia di tutela e difesa paesistica, affinché fosse preservata la vista d’insieme della città bassa, del golfo e del Vesuvio, magari in eruzione.

Il Real Rescritto del 28 luglio 1841, relativo alla strada di Posillipo, così recitava:

“[…] fermo restando il principio, che sulla strada di Posillipo non si possono innalzare o costruire fabbriche che impediscono la vista del mare, né ricostruire le antiche senza il permesso del Consiglio istesso”.

Il 22 gennaio 1842, lo stesso divieto fu esteso alle strade collinari di Poggioreale e Capodimonte:

“[…] ancora alle strade del Campo e Capodimonte, per quello che riguarda gli edifici, che toglierebbero alle medesime la veduta delle campagne sottoposte e del mare”.

Qualche anno più tardi, in conseguenza alla realizzazione del corso Maria Teresa, oggi Corso Vittorio Emanuele, fu pubblicato un apposito Real Rescritto datato 31 maggio 1853:

“Lungo la novella strada corso Maria Teresa sia vietato ai proprietari dei fondi alzare edifizi, muri o altre costruzioni, le quali impediscano o scemino la veduta della capitale, dei suoi dintorni e del mare, dovendo rimanere affatto scoperta la visuale del lato sinistro della strada medesima dalla Cesaria ad andare a Piedigrotta”.

Ne venne fuori un primo tratto di strada che, della Madonna di Piedigrotta di Mergellina fino al complesso monastico di Suor Orsola Benincasa, fu definito nelle cronache del tempo come “il più bel loggiato del mondo”.
La zona a valle venne peraltro destinata a verde da un piano redatto dal consiglio edilizio borbonico nel 1859.

Strada che doveva approdare fino a Capodimonte, ma con la caduta borbonica nel 1861 tutto fu stravolto.
Il Corso, nel 1873, fu portato solo fino al congiungimento con la zona della Cesarea, la piazza Mazzini di oggi, e senza i vincoli paesistici che avevano fatto del primo tratto un’elegantissima strada panoramica di costa. È infatti notevole e visibile la differenza estetica tra il tratto borbonico e quello “piemontese” nella strada ai giorni nostri.
Immaginiamocelo con il lato mare completamente privo di edifici come nel tratto rimasto panoramico a monte del Parco Margherita. E immaginiamoci quel panorama senza il grattacielo nel centrale rione Carità, con i suoi trenta piani innalzati a cento metri di altezza, a sfregiare brutalmente la riconosciuta e incomparabile bellezza della baia di Napoli, totem a bella posta – si fa per dire – di una bellezza sfigurata e violento schiaffo al panorama sferrato dalla Società Cattolica di Assicurazioni di Verona tra il 1954 e il 1957.

Appena dopo l’unità d’Italia, le banche piemontesi e romane, nella sfrenata bolla edilizia che condusse allo scandalo della Banca Romana, edificarono con criteri “bidimensionali” adatti a città pianeggianti, ignorando l’orografia dei luoghi e le tre dimensioni tipiche della città obliqua, protesa verso il mare. Un’omissione visibile, oggi come allora, nella rarità di aperture panoramiche con vista sul Golfo.

Nel 1893, il periodico d’élite Napoli Nobilissima così descrisse gli interventi appena realizzati sulla collina del Vomero:

“Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”.

Quella bellezza alla quale non ci si abitua mai, e che sempre ci stupisce quando un panorama napoletano ci appare all’improvviso, nascosto dietro una curva e in tutti quei luoghi dove è ancora cortesemente lasciato libero il paesaggio.