Sarri al potere, il colpo è gobbo

Angelo Forgione per Vesuvio Live – E venne il gran giorno: Maurizio Sarri ha fatto ingresso a “palazzo”, entrandovi senza ariete, senza sfondare portoni o finestre ma calcando sorridente il tappeto rosso srotolatogli sotto i piedi. Doveva fare il colpo di stato e ora sarà egli stesso lo stato. Rischiò di essere la rivoluzione napoletana del calcio italiano e ora sarà la rivoluzione interna alla Juventus.
Benservito e cordiali saluti di facciata al pluriscudettato Allegri per virare sull’opposta filosofia, proprio quella che aveva provocato una crisi di nervi al licenziato. «Lo spettacolo, al circo», ammonì il defenestrato, ed ecco spuntare proprio il tendone a strisce bianconere, in attesa di capire se spettacolo sarà e se Champions finalmente arriverà.

Sarri al posto di Allegri è un guanto completamente rivoltato, e che lo si rovesci ora, a distanze dal Napoli aumentate, è ammissione implicita di uno scudetto immeritato, quello del 2018, anno di una rivoluzione azzurra riuscita sul campo e sventata fuori.

Ora che Sarri è alla corte di Andrea Agnelli sarebbe inelegante parlarne in termini diversi, quantunque ci abbia già pensato lui stesso a farlo, mostrandosi controfigura di quel che fu sulle pagine di Vanity Fair: «Il “sarrismo” è un modo di giocare a calcio e basta». E basta?

Così il tecnico di Figline Valdarno, nonostante le dediche europee ai napoletani, ne ha preso le distanze e recintato la fecondazione del “sarrismo” a una vicenda del tutto personale, attribuendone la nascita esclusivamente alle sconfitte e agli schiaffi presi, a prescindere dall’ambiente in cui è stata sublimata la sua idea di calcio. Vero è che Sarri si è fatto caparbiamente da sé, ma nessun suffisso era mai stato agganciato al nome di un allenatore italiano, neanche di quelli più vincenti della nostra storia. Se è accaduto con Sarri è perché Sarri, che nulla aveva vinto, ha esaltato il Napoli e Napoli ha esaltato Sarri. “Sarrismo” e “sarristi” sono sbocciati a Napoli, dopo una lunga e impervia gavetta dell’allenatore in giro per l’Italia.

Il fatto è che il mister ha preso le distanze anche dai linguisti della Treccani, che il neologismo l’hanno sdoganato sul loro dizionario di lingua italiana. Non lo avrebbero fatto se l’accezione non fosse ampiamente condivisa da Bolzano a Pantelleria. Lungo lo Stivale, tutti hanno ammirato e lodato la fantastica storia di Sarri a Napoli, quella di un pifferaio che scacciò i topi al suono del suo strumento magico mentre la folla lo portava in trionfo. Là, dove l’estetica concessa anche nella provincia empolese beneficiò dell’afflato partenopeo, del sostegno di un popolo che creò il personaggio. I napoletani gli infilarono i panni del condottiero, e a lui piacquero tantissimo.

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Sarri e le sue idee esistevano prima del loro travaso in quel fecondo bacile che è Napoli, dove fiorì il “sarrismo”, e perciò quelli della Treccani l’hanno sintetizzato per estensione ne “l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo“. Tanto vale pure per l’aggettivo “sarrista”, ovvero “chi vede nella figura di Sarri l’espressione sanguigna della passione dei tifosi napoletani”.

Anche se Sarri minimizza il neologismo per non estenderne il significato al mondo al di fuori di sé, il “sarrismo” è nato in quanto sintesi di una personalità calzata alla napoletanità, in quanto filosofia di un genio consacrata da un ambiente a lui congeniale. E i “sarristi” si sono moltiplicati perché esiste la smisurata passione calcistica napoletana, totalmente riflessa nella squadra della città più identitaria d’Italia.

Non Sarri ma la sua emanazione in un luogo preciso ha conquistato un posticino nella terminologia della lingua italiana. Nella Treccani è entrato un sostantivo, non un nome. Vi è entrato Sarri a braccetto con la gente di Napoli, non da solo. È accaduto nel settembre 2018, ad avventura finita, consegnata alla storia del calcio italiano, quando Maurizio era ormai a Londra, e nessun linguista, in questi nove mesi inglesi, è tornato sul significato dei due nuovi lemmi, perché il Sarri-ball londinese non era in antitesi e conflitto con il “sarrismo”. Il Sarri juventino sì, e depaupera automaticamente l’essenza semantica del neologismo, esattamente come ha fatto lo stesso Sarri riducendolo a solo gioco, così privandolo della sua grande forza: l’identità.

Il “sarrismo” puro è legato a una tifoseria omogenea che parla un solo dialetto ed è in cerca di una rivincita sportiva contro il Nord egemone e predone, e non può rifiorire con una tifoseria eterogenea che non ha polis e non è popolo, che non deve ribaltare nulla (in Italia) ma ha solo da mantenere lostatus quo. Il “sarrismo” che fu si annacqua e qui finisce, restando parola svuotata del suo intrinseco significato.

Sarri è pronto anche a spogliarsi della tuta, se dovessero vietargliela a corte, e a passare dal sarto a farsi prendere le misure per un nobile vestito. È il proletario che diventa dirigente. È il sindacalista che passa dalla difesa dei diritti dei lavoratori alla protezione degli interessi degli imprenditori. È l’anima popolare che lascia il posto all’aristocrazia del “palazzo”.

Sbaglia chi pensa che Sarri abbia tradito oggi. L’infedeltà è d’altri tempi, quelli in cui al Napoli era sposato e flirtava con il Chelsea nel bel mezzo del tentativo di golpe. Proclamò l’intenzione legittima di arricchirsi, ma attese l’abbraccio inglese perché in fondo il matrimonio non funzionava più come al principio. Mise il Napoli a bagnomaria, nascondendosi dietro l’amore dei tifosi e usandolo contro De Laurentiis. La voglia di separarsi chiara nelle dichiarazioni all’insegna del “ti lascio perché ti amo troppo“, cavalcando e acuendo il malcontento di parte della tifoseria verso un presidente spazientito che finì per lasciarlo per non rischiare di essere lasciato.

Oggi Sarri si appella alla sua professionalità, e non fa una piega per uno che ha imparato a fare egregiamente il suo lavoro e pure i suoi interessi. Perché mai avrebbe dovuto dire no alla Juventus? Quella è roba forte da veri revolucionari con gli attributi per dire «mai nessuno in Italia dopo il Napoli». Ma qui non si tratta di discutere il professionista quanto la persona, quella cui piacque prendere il comando di un popolo contro il potere d’Italia e ora ha preso il potere con l’alibi dell’umana nostalgia per l’Italia; non riesce più a stare lontano dagli affetti, e se gli si crede non si può pretendere che si autocondanni all’esilio.

È il professionismo ultraflessibile del dorato calcio a tirare strani scherzi al destino e al cuore dei più romantici appassionati. Difficile accettare di trovarsi contro chi ha ammiccato in modo spinto, quantunque credibile, alle lusinghe di una città storicamente mal abituata ad aggrapparsi a capipopolo e comandanti. Difficile digerire di vedere nella trincea nemica chi si schierò per la causa del popolo azzurro, chi evidenziò l’ipocrisia di un mondo del calcio sensibile al razzismo contro i neri e sordo alle violenze verbali contro i napoletani. Chissà come si comporterà quando, dall’altra parte della barricata, si leveranno le più classiche esortazioni al Vesuvio.

Che Sarri fosse un professionista bisognava capirlo quando strizzò l’occhio ad Abramovich. Bisognava capirlo quando fu l’unico ad abbracciare «come un figlio che ti ha fatto incazzare ferocemente per una scelta inaspettata e discutibile» l’inviso Higuain, mentre l’argentino neanche andava a salutare gli ex-compagni negli spogliatoi. Bisognava capire che Sarri era un professionista maniacale quando, concentratissimo su una partita ininfluente, non concesse a Maggio la dovuta passerella d’addio, lasciando che il suo commiato si consumasse mestamente fuori dal campo di gioco, a bocce ferme.

Ora che ha finalmente vinto qualcosa d’importante, Sarri piace ai vertici juventini, ma non a molti tifosi juventini, che hanno intercettato la dedica della vittoria ai tifosi napoletani. L’ex Comandante ha strizzato l’occhio al popolo azzurro persino a Baku, che poi è città gemellata con Napoli. Dal Tirreno al Caspio, l’onda lunga delle parole al miele fino al confine d’Europa, sgradite a chi vuole arrivare fino alla fine della Champions e ha messo nel conto le troppe frasi contro il potere bianconero, a strisce come le maglie che Sarri suggeriva ironicamente di cambiare al Napoli pur di ottenere un qualche rigore. Quel dito medio alzato a chi sputò al torpedone azzurro in arrivo allo Stadium, con tanto di volontà di scendere a menare le mani, se solo avesse potuto farlo. Gli striscioni d’amore azzurro intenso che fecero del Sarri fin qui quel che solo Maradona per sempre sarà.

Non hanno gradito, gli appassionati bianconeri, neanche le distanze prese dal concetto di vittoria ad ogni costo. “Dove pensa di essere questo filosofo del bel gioco?“, si chiedono ora gli adepti dell’avido pragmatismo juventino.

Sarri alla Juventus mette miracolosamente d’accordo tutti, napoletani e juventini con le rispettive delusioni, almeno al principio di questo nuovo matrimonio che impone alla nuova sposa di difenderlo dai nuovi parenti, come fatto con Allegri al principio. Sarri alla Juventus, via Londra, dopo il viaggio diretto di Giuda Higuain, con tutte le reazioni suscitate, è de facto la consacrazione di una rivalità reciproca, non unilaterale, come fa intendere il proverbiale snobbismo di parte bianconera.

«Il tifo è una cosa e la professione un’altra». Lo dice opportunamente Sarri, ora che, da tifoso di Napoli e Fiorentina, visceralmente antijuventino al quadrato, va ad allenare la squadra più detestata. A Napoli gli riuscì naturale coniugare tifo e professione ma a Torino dovrà prodursi in grandi equilibrismi. Pazienza, è la carriera, e lui ha tutto il diritto di scegliersi il posto di lavoro che crede, di arricchirsi sempre più. Dice che i napoletani sanno benissimo quanto amore prova per loro, ma saprà altrettanto bene che l’amore, autentico o no che sia, si fa in due, e che questo finisce evidentemente qui, perché i tifosi fanno tifo, non carriera.

Arrivederci in campo e niente drammi, l’abitudine agli sgarbi e all’imponderabile è fatta. Del resto, in un’Italia che ha visto la Lega Lombarda, poi Lega Nord, ora Lega e basta imporsi al Sud, non c’è da sorprendersi per un golpista che il colpo l’ha fatto davvero, sì, ma gobbo.

Cessione Quagliarella, un destino che si compie

Cessione Quagliarella, un destino che si compie.

di Angelo Forgione per napoli.com
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Un fulmine a ciel sereno, il passaggio di Quagliarella alla Juventus in realtà era ampiamente annunciato da segnali ben precisi che però nessuno ha colto o voluto cogliere. L’attaccante era però destinato a partire alla prima occasione utile. Un addio improvviso che ha sconvolto la tifoseria azzurra che si è spaccata tra chi attacca il giocatore per il tradimento e chi De Laurentiis per la cessione a cuor leggero.  In realtà al banco degli “imputati” va aggiunto anche chi fin qui non ha avuto il dito contro, ovvero Mazzarri. Lo stesso Quagliarella, nelle sue criptiche dichiarazioni di addio, ha detto che le cose si fanno in tre.

I rapporti tra l’attaccante stabiese e il mister livornese erano ormai compromessi. La storia parte da lontano, in quell’equivoco tattico in cui era finito Quagliarella considerato quasi un doppione di Lavezzi. Non passa molto tempo dall’arrivo di Mazzarri in luogo di Donadoni che in quella scialba partita di Catania del 7 Novembre 2009 “Re Fabio” viene colto dalle telecamere ad urlare all’indirizzo della panchina «una sf… di palla». Li esplode il malumore nei confronti del tecnico per il modo col quale intende utilizzarlo, ma anche nei confronti di qualche compagno di squadra col quale ha scarso feeling. Qualche giorno dopo arriva un comunicato di scuse ufficiali, evidentemente dettate dall’alto.

Dopo tre mesi, il 22 Febbraio 2010, De Laurentiis è pizzicato in tribuna a Siena mentre impreca «Quagliarella non vale un c…» e stavolta la rettifica è un teatrino con cui il presidente trasforma la frase in «Quagliarella si fa un mazzo».

Il 10 Aprile Quagliarella viene espulso nei minuti finali della gara persa contro il Parma al San Paolo e De Laurentiis fa esplodere la sua ira negli spogliatoi ma anche dopo la sanzione di tre giornate che diventano il motivo per un affondo diretto verso l’attaccante.Fabio va ai mondiali e sfodera un inutile secondo tempo super contro la Slovacchia, piange e commuove l’Italia e il mondo che gli riconosce una classe superiore. Eppure De Laurentiis dichiara che il giocatore non è incedibile e che se il Napoli non è approdato in Champions League è per colpa della sua squalifica di tre giornate rimediata dopo l’espulsione col Parma.

Un altro segnale di un amore mai sbocciato sono le strategie pubblicitarie del settore marketing del club. L’immagine di Quagliarella viene si sfruttata ma per iniziative minori. Il Napoli presenta il profumo “Marek” investendo sull’immagine di Hamsik e manda Lavezzi sotto la doccia come testimonial per il lancio del cronografo ufficiale.

Come in tutti i destini che si compiono, la cessione di Quagliarella prende forma con l’acquisto di Cavani, anch’esso a sorpresa proprio mentre dall’estero giunge un’offerta di 25 milioni per lo stabiese che evidentemente rifiuta perché non ne vuol sapere di andare all’estero. Quagliarella resta a Napoli ma controvoglia perché i rapporti col presidente, con l’allenatore e con qualche compagno sono ormai logori. In ritiro parla poco e niente, forse strategicamente, e nel frattempo si lavora alla luce del sole per portare a Napoli il fedele mazzarriano Lucarelli, un vecchietto terribile che sconfessa le strategie prospettiche di De Laurentiis e che dimostra come Mazzarri sia ormai stato investito del ruolo di allenatore-manager; un altro indizio che passa inosservato perché tutti pensano ad una strategia di rafforzamento del reparto offensivo del Napoli in vista delle fatiche da affrontare nelle tre competizioni mentre Lucarelli va semplicemente a coprire la casella di Denis come Cavani quella di Quagliarella.

L’attaccante stabiese rischia però di restare a Napoli, scontento. Il problema è di Mazzarri che in vista di una simile ipotesi deve studiare la coesistenza degli attaccanti. Ma è chiaro che la sua priorità è per Lavezzi e Cavani che lui stesso aveva contattato telefonicamente durante i mondiali in Sudafrica affinchè scegliesse Napoli. Edinson sposa gli azzurri proprio perché avverte la fiducia diretta dell’allenatore e si fionda all’ombra del Vesuvio. Quagliarella invece ne sente sempre più la sfiducia e comincia ad annusare una stagione tribolata con molta panchina, non ci sta e non vuole neanche perdere la Nazionale. E quando il Presidente De Laurentiis, durante la presentazione di Lucarelli, gli lancia un messaggio codificato dicendo alla stampa che è la stagione della maturità in cui tutti devono accettare le decisioni di Mazzarri e non devono badare a se stessi, capisce che ne è il destinatario e che è il momento del “si salvi chi può”. L’occasione gliela da il suo ex compagno di squadra e conterraneo Di Natale che coerentemente rifiuta la Juventus dopo aver rifiutato il Napoli lo scorso anno e gli lascia libero il posto nel reparto offensivo bianconero. Fabio era al terzo posto nella graduatoria delle preferenze del duo Marotta-Delneri: Pazzini, Di Natale e poi Quagliarella. Il primo non viene liberato, il secondo rifiuta, il terzo no. Per Fabio, ormai prigioniero della sua scelta di cuore dello scorso anno, è una liberazione. A Napoli non ci vuole più stare. In men che non si dica, complice un ingaggio più allettante, si accorda con la Juventus, e il Napoli lascia fare, accettando persino la formula del prestito oneroso con diritto di riscatto.

Il nuovo Quagliarella sabaudo è subito in polemica con Mazzarri e De Laurentiis e alla presentazione gli dedica un pensiero: «A Napoli con i tifosi e i compagni sono stato alla grande, c’è dispiacere. Ma quando poi si innescano certi meccanismi o mancanza di feeling con certe persone…». Mazzarri a distanza ribatte il colpo: «Non ho niente da rispondere a Quagliarella, uno che ha detto di essere felice alla Juve. Tireremo le somme mercoledì, quando finirà questo cavolo di mercato. Preferisco giocatori che non escano mai dalle logiche del gruppo». Quagliarella, secondo Mazzari, ormai corpo estraneo alla squadra. Non resta che attendere dunque la versione esplicita di Mazzarri alla ripresa degli allenamenti dopo la trasferta di Firenze.Le parole di Fabio dette in sede di presentazione a Torino fanno il resto ed è difficile che i tifosi capiscano che siano frasi di circostanza: «Sono felicissimo di essere qui. A Napoli si voleva migliorare l’annata precedente. La Juventus invece punta sempre al massimo, a vincere lo scudetto e ad entrare in Champions. Qui siamo un passo più avanti».

La cessione dell’ex “Re Fabio” non è affatto indolore. Per tanti motivi. Prima di tutto perché il giocatore ha scelto di andare via ma anche la destinazione, e la Società l’ha assecondato pur di liberarsene. Quagliarella sarebbe potuto diventare una scheggia impazzita ed è stato quindi giusto privarsene per il bene del gruppo, ma probabilmente avrebbe dovuto la società stabilirne la destinazione, evitando di indebolirsi rafforzando una diretta concorrente, realizzando una minusvalenza rispetto al prezzo d’acquisto dello scorso anno e respingendo offerte ben più vantaggiose giunte dall’estero. Tutto sommato un’operazione non conveniente dal punto di vista del bilancio e non è coerente che a far quadrare i conti siano poi i tifosi pagando le pay-tv.

Il segnale offerto dal Napoli al calcio italiano non è positivo perché ci si è privati di un giocatore di caratura internazione, forse il più forte della rosa, cedendo all’offerta di una delle squadre cosiddette “grandi”. Tutto questo offre un messaggio di subalternità che finora non si era voluto dare trattenendo tutti i pezzi migliori. Ci sono certamente delle logiche di mercato che sfuggono alla logica stessa ed è quindi giusto che il Napoli si affretti a spiegare alla piazza perché è avvenuto ciò che è avvenuto nel modo in cui è avvenuto.Quagliarella, dal canto suo, non ci ha fatto una gran bella figura. Non per quel che ha fatto bensì per come l’ha fatto. Intendiamoci, le scelte sono scelte e vanno sempre rispettate, ma in ogni storia d’amore chi lascia deve farlo con stile e mai girando le spalle senza un addio.

Solo un anno fa realizzava il suo sogno, oggi ha riaperto gli occhi e ha gettato i napoletani in un incubo già vissuto, la cessione di un beniamino napoletano ai grandi signori di Torino storicamente abituati a portar via ricchezze da Napoli. La storia, si sa, si ripete e il calcio non fa eccezione. Era già accaduto con Ferrara, ma quella fu una cessione dovuta, un sacrificio per rimandare il fallimento del club. Questa cessione è diversa, è una scelta, non un sacrificio, ed è avvenuta con le modalità della fuga che il popolo napoletano ha codificato come tradimento. Quagliarella è andato a Torino passando per la scandinavia, senza salutare il popolo che lo ha amato. Era soprannominato “Masaniello” ma il capopopolo ha mancato di rispetto alla sua gente che per questo oggi “gli taglia la testa”. Una sera lo si è visto con la maglia azzurra nella formazione anti-Elfsborg e la mattina seguente con la maglia bianconera, quella più detestata. È questo che ha ferito i Napoletani, gente di cuore che sa capire le scelte quando gli vengono spiegate.

In definitiva è una cessione in cui giocatore e società sono colpevoli allo stesso modo per come si è configurata. L’unico non colpevole è forse Mazzarri, almeno fino a quando i risultati gli daranno ragione.