Restaurati i lampioni di ghisa del “Risanamento”

lampioni_1Angelo Forgione – Il Museo Italiano della Ghisa ha effettuato qualche tempo fa delle ricerche sugli stabilimenti metallurgici dell’Italia meridionale nel periodo compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, evidenziando la presenza di pregiate fonderie capaci di produrre oggetti artistici di alta qualità e fattura. Testimonianze di quelle produzioni sono presenti a Napoli, città in cui proprio recentemente sono stati restaurati i pregevoli lampioni in ghisa di Corso Umberto e via Sanfelice a Napoli, (basi identiche si trovano anche in piazza del Plebiscito e altre zone della città), ora corredati di una nuova lampada di tipo autostradale, in sostituzione di quella che aveva già a sua volta preso il posto delle lampade a lampioni_3sfera napoletana, e mutati anche nel colore, adesso grigio antico, in luogo del verde scuro dell’ultimo periodo.
I lampioni furono fusi durante i lavori del “Risanamento”, nella realizzazione del nuovo asse viario che dalla stazione conduceva al centro e con cui si diede un nuovo decoro alla zona interessata (mettendo in atto un’enorme speculazione edilizia delle banche piemontesi e romane che condussero allo scandalo della Banca Romana). Per la realizzazione dei manufatti, l’ingegner Enrico Treichler della fonderia De Lamorte di Napoli si ispirò ai tre basamenti portastendardo di piazza San Marco a Venezia, fusi in bronzo nel 1505 dalla scultore lampioni_2Alessandro Leopardi e ancora oggi collocati davanti la basilica di San Marco. I decori furono in gran parte modificati, ma la forma era la stessa, in particolare la sezione centrale coi leoni alati. Identiche basi, sempre realizzate dalla stessa fonderia napoletana, si trovano anche nella bella piazza Duomo a Catania, attorno alla celebre fontana dell’elefante, ancora terminanti con lampade a sfera napoletana.
lampioni_5Le basi, di dimensioni imponenti, sono arricchite da festoni sostenuti da nastri con perle, da corone di foglie d’acanto e di alloro e dalle tre figure leonine alate, raccordate tra loro da elementi floreali e vegetali. I candelabri presentano delle colonna prima scanalate e poi lisce, impreziosite in alto da delle statue femminili che indossano drappi annodati in vita (nella foto a destra un esemplare custodito nel Museo Italiano delle Ghisa), rielaborazione di esempi scultorei tratti probabilmente da Francesco Jerace.
Va detto che Enrico Treichler, dopo l’esperienza maturata nella fonderia De Lamorte, ne fondò una tutta sua, dalla quale uscirono anche gli orologi dell’ora unica, quelli storici dell’Ente Autonomo Volturno, restaurati qualche anno fa con qualche modifica (e con sparizione di un paio di esemplari).

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Piazza dei Martiri, un leone mancante

Piazza dei Martiri, un leone mancante
La “Piazza della Pace” dimentica “certi” caduti

di Angelo Forgione per napoli.com

Piazza de Martiri, in tutta la sua bellezza e eleganza, racchiude tra i suoi palazzi storici un  monumento importante che offre un grande spunto di riflessione per i Napoletani che amano approfondire la propria storia e dare corpo alla propria identità. Lo slargo nacque intorno al 1600 e fu uno dei primi oltre quelle mura che delimitavano la massima estensione del tessuto urbano fino ad allora. Prese le sembianze attuali a partire dal 1700 quando vi furono eretti due dei tre palazzi storici: Palazzo Partanna e Palazzo Calabritto, ai quali si aggiunse poi un secolo dopo il Palazzo Nunziante.

Il Palazzo Partanna, oggi sede dell’Unione Industriali di Napoli, è sicuramente il più importante dei tre perché fu abitazione di Lucia Migliaccio, contessa di Floridia, poi moglie morganatica di Ferdinando allorchè fu a lei donata la Villa Floridiana dove vi si trasferirono entrambi.
Ferdinando II di Borbone destinò la piazza a simbolo di sentimenti di purezza battezzandola “Piazza della Pace” ed ergendovi al centro una colonna di granito grigio che simboleggiava la riconciliazione nazionale delle Due Sicilie, fortemente scossa dagli scontri rivoluzionari del 1848.

Con l’unità d’Italia e l’invasione piemontese, la piazza fu ribattezzata “dei Martiri” e dedicata alle vittime Napoletane per la libertà, vista dal punto di vista della monarchia subentrante. L’alto fusto eretto dai Borbone cambiò d’improvviso di significato e divenne “monumento ai Martiri”; vi fu collocato al suo apice una statua di Emanuele Caggiano rappresentante “le Virtù dei Martiri” e fu decorato con stemmi sabaudi, fregi e scritte a rilievo inneggianti al falso plebiscito del 21 Ottobre 1860 che gli diedero l’attuale aspetto. Proprio quella data riporta ad un periodo di invasione e sottomissione coatta durante il quale ci furono più vittime che nei 4 avvenimenti rimembrati messi insieme.

Alla base furono posti quattro leoni, ciascuno dei quali con un significato simbolico: il leone morente rappresenta i caduti della repubblica napoletana del 1799; il leone trafitto dalla spada raffigura i caduti dei moti carbonari del 1820; i due leoni feroci rendono onore ai caduti liberali del 1848 e quelli garibaldini del 1860.

A ben guardare manca un quinto leone, quello simboleggiante i soldati Napoletani morti in battaglia per difendere la patria duosiciliana. Quelle migliaia di Napoletani che giurarono fedeltà al Re Francesco II e che, dopo aver imprecato contro i propri generali felloni e traditori, diedero a Gaeta una toccante dimostrazione di sacrificio e fedeltà alla “patria Napolitana”. Quelle migliaia di Napoletani che, per non volersi piegare alla nuova monarchia dei Savoia, furono deportati al forte di Fenestrelle, a nord di Torino, dove perirono per fucilazione, fame e freddo nel primo vero lager d’Europa, prima di essere disciolti nella calce viva.

Purtroppo ogni guerra miete le sue vittime, e quelle degli sconfitti, si sa, non meritano ricordo.
L’omissione, diseducativa e per niente istruttiva, è spunto di riflessione sulla cancellazione della memoria della città compiuta dai Savoia con cui si è fortemente violentata l’identità dei Napoletani.