Il timore di lacerare quel che è lacerato

La proposta grillina della “Giornata della Memoria per le Vittime Meridionali del Risorgimento”, approvata recentemente in diverse regioni meridionali, ha suscitato la veemente reazione di una serie di docenti, politici, operatori dell’informazione e della cultura patriottica, tutti contro il cosiddetto “revisionismo sudista a 5Stelle”, colpevole di rimorchiare e poi supportare i racconti di noi scrittori d’altra corrente. Una levata di scudi senza precedenti, perché senza precedenti è l’iniziativa politica del M5S.
Riporto qui una mia risposta al professor Aurelio Musi, docente dell’Università di Salerno, che nell’edizione del 5 agosto de laRepubblica, pagine di Napoli, ha puntato il dito contro il riuscito evento dello scorso maggio a Portici, al quale fui invitato anch’io insieme a Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo (Movimento Neoborbonico), pensato dal senatore Sergio Puglia e voluto per far incontrare il M5S campano e la cultura meridionalista. Il professor Musi ha definito quell’incontro “una strana alleanza che di certo non accredita i grillini come fautori di ideali unitari”, neanche in quel giorno fosse stata fondata una società segreta per la secessione. I grillini declassati perché a contatto con noi. Davvero inaccettabile!
Prima di  leggere il botta e risposta tra me e Musi, vi consiglio di leggere prima il suo sfogo su laRepubblica del 5 agosto, cliccando qui.

Il mio intervento dell’8 agosto:

Gentile professore Aurelio Musi,
ho letto e seguito la disputa innescata sulle pagine napoletane di Repubblica circa il presunto uso politico della storia risorgimentale da parte del M5S campano, e non solo campano, e quelle che Lei definisce “prospettive velleitarie” poggianti “sul rifugio nostalgico in quella mitica età dell’oro rappresentata dal periodo borbonico”. Anche se Lei non ha fatto riferimento preciso al sottoscritto, presente in qualità di relatore al da Lei citato evento del 17 maggio a Portici, in cui confluirono politici, intellettuali e una gran folla di ascoltatori per lanciare la mozione per la memoria delle vittime dell’Unità, mi ritengo in diritto e dovere di intervenire per chiarire e precisare alcuni concetti da Lei esposti.
Nessuno dei tre relatori in tema storico parlò in quella giornata di età dell’oro, e mai è accaduto prima di allora. Mai nei miei libri ho scritto in questi termini delle condizioni dell’antico Regno delle Due Sicilie, e piuttosto ho sempre descritto un Sud arretrato quanto il Nord rispetto alle grandi economie delle nazioni guida del progresso europeo ottocentesco, perché le cose, Lei lo saprà certamente, stavano così, e non vi era sensibile differenza tra i nostri Meridione e Settentrione. Il problema è la modalità con cui il vantaggio settentrionale si è poi concretizzato, in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, attraverso l’imposizione di un’egemonia colonialistica del Nord sul Sud.
Non mi risulta che mai Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo abbiano detto e scritto qualcosa di diverso da ciò. Ed è proprio qui il punto, perché anche in ottica contemporanea, la nostra incessante e seria opera culturale, peraltro basata su ricerche di archivio e analisi di documenti (siamo ricercatori storici, lo storico è Lei) è finalizzata alla richiesta di una necessaria par condicio tra Nord e Sud che non esiste da un secolo e mezzo, non certo di una secessione separatista. Lei, professore, si preoccupa delle lacerazioni del quadro unitario nazionale, ma non si pone il vero problema: il quadro unitario nazionale è già lacerato, all’origine, e non siamo stai noi che raccontiamo oggi un’altra storia a strapparlo.
Anzi, qualcuno pure poteva ricucirlo, quando si passò dalla Monarchia alla Repubblica, ma anche quell’occasione fu clamorosamente persa, coi soldi del piano Marshall che il presidente di Confindustria, il ligure Angelo Costa, dirottò in gran parte al Nord per la ricostruzione delle fabbriche, negando categoricamente quanto chiese il pugliese Giuseppe Di Vittorio, e cioè che quei danari venissero utilizzati in parti uguali affinché si costruissero anche fabbriche nel Meridione. E invece no, Costa disse che non erano le fabbriche a dover scendere al Sud ma gli operai meridionali a dover salire al Nord. E poi, supportato dall’amico De Gasperi e dai finanziamenti americani, mise su la Costa Crociere. La storia non è mai cambiata, non è una questione di Borbone e Savoia, ma di classi politiche italiane di sempre. E Lei si preoccupa ancora delle possibili lacerazioni?
Mi perdoni, ma non riesco neanche a comprendere il suo ragionamento circa quella che Lei definisce “strana alleanza” tra noi intellettuali revisionisti e il M5S, confluenza che, a suo avviso, non accredita i grillini come fautori di ideali unitari. Se per Lei vale il presupposto per cui è antiunitario chi chiede equità di trattamento tra Nord e Sud, documentando come ciò sia sin qui mancato, allora devo pensare che il Suo sia un preconcetto basato su un clamorosa strumentalizzazione del nostro lavoro, e pure dell’ottica politica dei grillini.
Chiudo questo mio intervento invitandoLa a una riflessione. Qualche pagina successiva a quella su cui era stampato il suo scritto su Repubblica dell’5 agosto era riportata la classifica di vendite relativa al mese di luglio ufficializzata dalla libreria Iocisto di Napoli. Il mio ultimo libro Napoli Capitale Morale figurava al secondo posto tra i non romanzi, dopo essere risultato primissimo tra le novità nella categoria “Storia sociale e culturale” di Amazon. I dati di vendita dei miei precedenti lavori sono altrettanto lusinghieri, per non parlare dei risultati di Pino Aprile, che Lei stesso ha precisato come fenomeno editoriale da capire e da non sottovalutare, e della prolificità pubblicistica del neoborbonico professor De Crescenzo.
Ma non è per autoincensarmi o incensare gli altri due che La informo di certi segnali. Sì, segnali, appunto, e bisogna capirli, insieme ai fenomeni, per poi decidere se sia il pubblico a essere stupido o se si tratti invece di sete di conoscenza, una conoscenza fin qui negata, e che ancora si tenta di negare. Veramente vogliamo pensare che quei pochi che oggi leggono libri in Italia e, nello specifico ancor più triste, a Napoli siano stupidi? Mi sembrerebbe un’offesa davvero troppo grande.

La risposta di Aurelio Musi:

Non ho scritto che i lettori dei libri di Aprile e Forgione siano stupidi. Penso e ho scritto che quei libri non soddisfino un sincero desiderio di conoscenza. Essi, attraverso il processo al Risorgimento e alla Unità, fondamenti del nostro Stato nazione e della sua possibilità di divenire una media potenza europea, falsificano la storia e contribuiscono a lacerare ulteriormente la condizione difficile del nostro vivere in comunità.
Quanto alla nazione napoletana essa è stata una realtà plurisecolare che è stata e va attentamente ricostruita nei suoi caratteri storici e nei suoi fattori di crisi a metà Ottocento. Neo-borbonici e revisionisti di diversa specie ne hanno fatto un mito forse esaltante ma che non porta da nessuna parte se non nel porto delle nebbie e delle illusioni. Ancor più criticabile è infine l’uso strumentale del mito da parte di quelle forze politiche che non hanno nessun interesse per la seria conoscenza storica e pensano in tutti i modi solo a guadagnare più voti.

La mia controrisposta:

Eh, no, caro professor Musi, il confronto, se di questo si tratta, non può esserci se io propongo spunti di riflessione e Lei non entra nel merito dei drammatici problemi di oggi ma ritorna sul processo risorgimentale e sentenzia laconicamente che i miei libri, come quelli di Pino Aprile, non soddisfano un sincero desiderio di conoscenza perché falsificano la storia. Forse non ha letto i miei testi, dove peraltro parlo sempre di passato e presente, e sono costretto a incentrarvi la mia controrisposta per smentirLa.
Il mio primo libro, Made In Naples, uscì nel maggio del 2013, e fu ovviamente lavorato negli anni precedenti. In quel testo, per esempio, proponevo il capitolo “La Protezione Civile e il Governo del Territorio”, in cui, tra l’altro, dedicavo uno studio attento delle leggi antismiche del periodo borbonico e delle “Case Baraccate” in muratura con telaio in legno. Tutta teoria in base ai documenti che descrivevano quel sistema e testimoniavano che certe costruzioni erano ancora in piedi, e ancora lo sono. Qualche tempo dopo l’uscita del libro, con mia somma soddisfazione, l’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree del CNR a San Michele all’Adige, in collaborazione con l’Università della Calabria, fece un esperimento di resistenza di quelle costruzioni da me descritte come esempio costruttivo, sentenziando che l’eccellente comportamento antisismico rilevato del sistema costruttivo borbonico indicava le “Case Baraccate” quale esempio di costruzione da recuperare nel presente. Capirà che tutto questo significa parlare di passato per proporre soluzione ai drammi del presente italiano, di tutti, non solo del Sud impoverito e arretrato.
Nello stesso libro, di mio pugno, scrissi il capitolo “Le Banconote e i Conti Correnti Bancari”, affermando che i Banchi napoletani erano da considerarsi quali fondatori della banca moderna, e che le “fedi di credito” degli istituti napoletani rappresentassero il primissimo prototipo di deposito bancario. Qui i tecnici sono arrivati anche più tardi, perché solo qualche mese fa, nel giugno del 2017, gli studiosi di finanza bancaria di tutto il mondo hanno certificato quanto io avevo già scritto almeno cinque anni prima.
Solo due esempi utili a impugnare la sua sentenza. I miei scritti, evidentemente, non falsificano la storia, come Lei dice, ma la indagano e semmai anticipano la scienza. Ecco perché sono molto apprezzati. E questo perché raccontano quello che gli altri non hanno la voglia di approfondire e di raccontare, perché temono che ribaltare le certezze precostituite di un Sud arretrato porterebbe a lacerazioni del quadro unitario nazionale.
Chiaramente ho difeso il mio lavoro. Pino Aprile o chicchessia sapranno difendersi da soli, se riterranno opportuno farlo.
Cordialmente.