E ora Olimpiadi a Napoli… perché no?

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Angelo Forgione – Cala il sipario sull’Universiade di Napoli2019. Non pervenute, le cassandre della vigilia, pronte a dire che sarebbe stato un flop organizzativo, che Napoli non avrebbe potuto fare che una figuraccia raccogliendo con ritardo la rinuncia di Brasilia, e invece…
E invece atleti entusiasti per il programma, i luoghi, l’accoglienza e il cibo, e addetti ai lavori col pollice all’insù, a cominciare dal presidente della Federazione Internazionale Sport Universitari, Oleg Matytsin:
“Non è stato facile organizzare queste Universiadi, ma alla fine sono state un successo grazie allo spirito e all’energia dei napoletani. Gli impianti sono stati ristrutturati e ora sono pronti per ospitare altri eventi. Questa è una delle eredità che lasciamo. Abbiamo avuto dei problemi, ma abbiamo trovato sempre delle soluzioni. Napoli ci ha dato una grande lezione”.
In verità Napoli, con la Campania tutta, ha dato una lezione a se stessa e a tutta l’Italia: senza sprechi e speculazioni, ma lavorando a testa bassa, si possono fare anche buone nozze con i fichi secchi.

E se non fossero solo fichi secchi? Perché non prenderla come una prova generale per il più importante degli eventi sportivi? Sono convinto che Napoli dovrebbe ora ambire all’organizzazione di un’Olimpiade, l’unico modo per risollevare definitivamente la città. I Giochi olimpici sono motivo di rigenerazione territoriale e non c’è nessuna città italiana più bisognosa di rinnovamento urbano ed extraurbano come Napoli. In tal senso, l’esempio massimo è quello di Barcellona, l’unica città spagnola ad aver ospitato l’evento. Nel 1992 non fu la più grande capitale Madrid ad accogliere il mondo dello sport ma la metropoli catalana.

La Barcellona degli anni Ottanta era nelle stesse condizioni di Napoli, arenata in un preoccupante vuoto di modernità, bisognosa di riconversione industriale e afflitta dai problemi urbanistici ereditati da decenni di dittatura franchista. La politica locale lanciò una sfida apparentemente impossibile, in un momento pure particolare. La candidatura fu infatti avanzata nel 1981, cioè soltanto due anni dopo le prime elezioni democratiche di Spagna. In quel momento, gli enti locali potevano contare su pochissime risorse economiche, che mai avrebbero potuto attuare il cambiamento necessario. Andò a finire che, sostenuti da Juan Antonio Samaranch, ex politico locale e fresco presidente del Comitato Olimpico Internazionale, i soggetti governativi catalani si imposero alla politica nazionale e riuscirono a trascinarla nel sostegno alla trasformazione urbana del secondo centro spagnolo. Fu una scommessa, vinta nei presupposti.
Il turismo, pressoché inesistente, cominciò ad aumentare due anni prima dell’evento mondiale, solo perché il nome della città iniziò a circolare sui media, e fu l’inizio di un percorso che condusse Barcellona ad essere tra le mete preferite in Europa, con tutto ciò che ne consegue in termini di economia cittadina e occupazione nel settore. La città dovette affrontare il grave problema della sicurezza e quello dell’impreparazione del settore ricettivo, proprio come Napoli, che si rilancia oggi in modo parziale e poco strutturale. Con assoluta mancanza di visione prospettica, gli operatori alberghieri pensarono di poter far tranquillamente fronte all’aumento della domanda nei soli quindici giorni di Giochi, contando anche sulle strutture della Costa Brava. E invece da lì dovettero necessariamente far crescere l’offerta, partecipando alla crescita del PIL, unica grande risorsa cittadina al cospetto dell’avanzata finanziaria di Madrid.
I tre chilometri di lungomare barcellonese che si apprezzano oggi non esistevano, come non esistono a Napoli da quando, nell’Ottocento, è stata cancellata la lunga spiaggia di Chiaja che attirò i viaggiatori del Grand Tour da tutt’Europa. I catalani, con le Olimpiadi, hanno restituito il mare alla città demolendo fatiscenti edifici industriali e realizzando una costa fruibile. La cittadella olimpica fu edificata dove fino ad allora c’erano solo vie ferroviarie e decadenti opifici del XIX secolo. Fu posto fine al completo stato di abbandono del vecchio porto e della montagna di Montjuïc, strutturando un complesso piano di localizzazione di impiantistica sportiva.
Certo, furono fatti anche degli scempi in nome della modernità speculativa, e tanti se ne vedono in giro per la città. Ad esempio, per un porto turistico rilanciato alla grande si paga il prezzo di due orribili torri, la Mapfre e la Arts nel quartiere di Sant Martì, che deturpano la già piatta linea di costa. Ma nel complesso fu l’Olimpiade di Barcellona l’esempio universale di come sfruttare l’evento per migliorare lo spazio urbano.
«Le Olimpiadi hanno aiutato a far entrare il nome di una cittá nell’ideale collettivo universale», affermò Juan Carlos Montiel, direttore generale di Barcelona Regional, l’azienda pubblica creata dopo i Giochi Olimpici per dare continuità al movimento innescato. E oggi la città catalana è quella che in Europa accoglie più turisti in proporzione alla popolazione residente.

Napoli ha oggi pressappoco le stesse problematiche della Barcellona pre-olimpica, ma anche potenzialità decisamente maggiori per patrimonio culturale e storico. Penso solo alla presenza di uno dei siti archeologici più visitati al mondo, Pompei, servito da una linea ferroviaria da terzo mondo anziché da un collegamento moderno con Napoli.
È per questo che un’ipotesi olimpica sarebbe non solo peregrina ma opportuna per affrontare criticità irrisolte, dalle infrastrutture alla rigenerante urbanistica del centro, di Bagnoli e di Napoli Est, dalla restituzione del mare a quella dell’immagine internazionale.
Napoli oggi, come Barcellona allora, ha bisogno di un evento davvero globale che consenta immissione di risorse ad investimento controllato. E ha bisogno di una politica locale forte, che spinga quella nazionale a sostenere un vero rilancio di una delle più antiche capitali della cultura europea.
Dalle Universiadi alle Olimpiadi il passo non è breve, certo, ma Napoli deve sapere che può compierlo, perché no?

Universiade Napoli2019, vince solo la Campania

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Angelo Forgione – Tutto pronto per l’edizione numero 30 delle Universiadi nella città della prima università pubblica al mondo.
Niente giri di parole, però: i Giochi olimpici dello sport universitario che stanno per aprirsi a Napoli non sono una scommessa vinta dell’Italia ma esclusivamente della Campania.
La storia della preparazione all’evento è paradigmatica di una certa vicenda politica che è il caso di ricordare a tutti.

Non doveva essere Napoli la sede dei Giochi universitari 2019 bensì Brasilia, la capitale di un enorme stato sudamericano, che nel novembre del 2013 vinse la concorrenza dell’azera Baku e dell’ungherese Budapest. Dopo solo un anno, però, la città brasiliana rinunciò per problemi finanziari, costringendo la Federazione Internazionale Sport Universitari a trovare una nuova sede.
Ci vollero due anni perché si facesse avanti una sola città, Napoli, per raccogliere la rinuncia brasiliana.
La Regione Campania lavorò per ottenere l’investitura che, dopo le opportune verifiche sul posto da parte degli ispettori FISU e l’illustrazione della candidatura alla Presidenza del Consiglio dei ministri, fu ufficializzata a marzo 2016, con soli tre anni di tempo utile per organizzare l’evento e, soprattutto, per rimettere in sesto un disastro impiantistico epocale della Campania.

Le istituzioni locali contavano sull’appoggio del CONI e del Governo, ma capirono che avrebbero dovuto fare da sole quando da Palazzo Chigi avanzarono l’ipotesi di uno slittamento dell’evento. A Roma, fiutate le divergenze tra il governatore campano De Luca e il sindaco De Magistris, nessuno credeva che Napoli ce l’avrebbe fatta e la rottura si completò quando Regione Campania e Comune di Napoli comunicarono di voler tenere ferma la data del 2019. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, giusto un anno fa, annunciò la decisione di restituire al territorio la gestione dell’evento, cioè di disinteressarsi all’organizzazione.

Oggi sembra un miracolo farsi trovare pronti senza aver fatto miracoli. 270 milioni di fondi pubblici stanziati dalla Regione Campania per la riqualificazione di impianti sportivi sul territorio regionale. Punta di diamante, il restyling del San Paolo, non più lo stadio della vergogna che è stato dal 1990 a qui, ma un impianto abbellito, più accogliente e arricchito di tecnologia moderna, quantunque sempre limitato strutturalmente.

Napoli ha fatto a tempo di record quello che non è riuscito a Brasilia, e quello che Roma non credeva riuscisse. Colta un’occasione unica anche per lasciare un’eredità e per la crescita della cultura sportiva in Campania, a patto che i rinnovati impianti siano curati come non in passato.

Il presidente del CONI Malagò, alla vigilia dell’apertura dei Giochi universitari, è onesto nel dire che «la Regione Campania ha avuto ragione a sostenere con forza e energia queste Universiadi». Idem Giorgetti: «la sfida è stata raccolta e vinta da altri, in particolare dalla Regione Campania».
Perché Napoli ha fatto sostanzialmente da sola, e lo rivendica, anche se concederà al Tricolore d’Italia le luci della ribalta nazionale, quelle della cerimonia d’inaugurazione pronte ad ammantare di bianco, rosso e verde i nuovi spalti orgogliosamente azzurri del San Paolo. Più per protocollo che per deferenza. Noblesse oblige.