Le relazioni tra USA e Sud-Italia compiono 220 anni

Angelo Forgione Il 16 dicembre del 1796, 220 anni fa, nascevano le relazioni diplomatiche tra il Sud-Italia e gli Stati Uniti. A Napoli veniva inaugurata la settima sede consolare degli States nel mondo, quella che è oggi la più antica rappresentanza degli USA in Italia. Primo agente consolare fu John S. M. Matthiew. Gli statunitensi erano diventati indipendenti pochi anni prima, e avevano stilato la loro Dichiarazione d’Indipendenza anche grazie all’intenso rapporto epistolare tra Benjamin Franklin e Gaetano Filangieri, la cui opera Scienza della Legislazione, contenente il “diritto alla felicità” inserito nella Costituzione a stelle e strisce, era divenuta manifesto di libertà delle colonie europee d’oltreoceano. Nel frattempo i francesi entravano nel Nord-Italia, inaugurando il triennio giacobino, e si avviavano a sconvolgere lo Stivale per un un ventennio. Lo stato meridionale dovette in seguito pagare 1.500.000 ducati napoletani agli americani per indennità dalle perdite inflitte da Murat (depredazioni, sequestri, confische e distruzione di navi statunitensi con i carichi) dal 1809 al 1812.
Avrete capito che gli States allacciarono rapporti col Regno di Napoli e Sicilia, e solo con l’Unità iniziarono a dialogare con altri territori italiani. Trent’anni dopo l’avvio delle relazioni, tramontato ormai l’Impero napoleonico, Napoli ritenne di accreditare Ferdinando Lucchesi, un proprio rappresentante diplomatico, negli States, e già nel 1844 le Due Sicilie vantavano un consolato a New York e dei vice-consolati a Filadelfia, Boston, New Orleans, Baltimora, Charleston, Richmond, Savannah, New Heaven e Providence (gli ultimi due successivamente chiusi e sostituiti da San Francisco, Key West e Norfolk). A questi corrispondevano gli agenti consolari americani a Palermo, Catania, Messina, Trapani, Taranto, Brindisi, Barletta, Monopoli, Pozzuoli e Mazzara.
Gli ultimi anni di vita dello Stato borbonico furono caratterizzati da un notevole sviluppo dell’interscambio commerciale tra Due Sicilie e Stati Uniti, improntati alla cordialità, anche se numerosi incidenti diplomatici si verificarono per la simpatia liberale di parte dell’opinione pubblica statunitense. La fine dello Stato napoletano vide l’adesione al governo unitario del console generale duosiciliano Giuseppe Anfora di Licignano al governo unitario sabaudo, che agì come incaricato d’affari ad interim dal 24 settembre 1860 al 15 dicembre 1861.
grand_hotelL’attuale sede del Consolato USA per i distretti di Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, in quel posto paradisiaco che è il lungomare di via Caracciolo a Napoli, fu edificata dopo la Guerra in luogo del Grand Hotel (molto simile all’esistente Excelsior, come può notarsi nella foto; ndr), bombardato e raso al suolo dagli Alleati anglo-americani. Purtroppo anche gli yankees, dal 1943 in poi, avrebbero causato non lievi danni al tessuto sociale del Sud d’Italia, tra potenziamento del potere mafioso e accordi politici con l’alta imprenditoria settentrionale.
I 220 anni di relazioni tra USA e Sud-Italia vengono celebrati da un video-messaggio della Console Generale Mary Ellen Countryman, nel rispetto della storia, che è ancora oggi ben vivo tra i diplomatici americani. Già nel 2011 David Thorne, l’Ambasciatore in Italia sotto l’amministrazione Obama, sottolineò che l’amicizia tra gli Stati Uniti d’America e il Regno delle Due Sicilie aveva compiuto 215 anni, più antica di quella con l’Italia che aveva 150 anni.

Pienone a Gaeta. Pino Aprile: «Bisogna essere capaci di far vergognare»

Al Valenti (foto Freddy Adams)

Al XXII Convegno tradizionalista di Gaeta del 16 Febbraio, circa cinquecento persone hanno gremito la sala-convegni dell’hotel Serapo. Attenzione alta per tutti gli interventi sul tema “Napoli capitale”, coordinati da Marina Campanile e introdotti da Sevi Scafetta, regista della manifestazione. Messaggi di saluto, tra gli altri, del sindaco di Gaeta Cosmo Mitrano e dell’assessore al commercio e alle attività produttive del Comune di Napoli Marco Esposito. Grande pathos per la performance grafico-musicale in omaggio alla verità storica di Al Valenti ed Eliana Esposito da Siena, già apprezzati nei teatri e sul palcoscenico di Zelig. Applausi per gli sconcertanti dati del prof. Giuseppe Fioravanti sulla Scuola delle Due Sicilie che sconfessano i luoghi comuni della storiografia ufficiale. Per Gennaro De Crescenzo e i suoi collegamenti tra passato, presente e futuro, sempre ricchi di ritmo avvincente. Per Pino Aprile e le sue prospettive future. L’autore di Terroni è tornato a parlare del suo proposito, in corso di realizzazione, di dirigere un giornale del Sud, motivandolo con la necessità di vigilare. A tal proposito, Aprile ha ancora una volta riconosciuto l’esempio di V.A.N.T.O., primo vero strumento di controllo e vigilanza rispetto agli atteggiamenti di un certo Nord, capace di generare senso di vergogna.
«Bisogna fare la politica – ha detto lo scrittore – e per fare la politica serve un giornale. E per fare un giornale servono delle domande. Un giornale serve ad evitare che i fatti passino sotto silenzio. La civiltà nasce dalla vergogna che è il controllore dei popoli, ed è fondamentale la capacità di far vergognare. Viviamo in tempi in cui, per l’affermazione dell’egocentrismo, il giudice delle nostre vergogne coincide con noi stessi, e questo sfascia la società. Per far vergognare qualcuno devi pubblicamente sottolineare quello che sta facendo, ma servono degli strumenti. Qualcuno esiste già…».
Commozione e folla anche sugli spalti di Gaeta, dove l’annuale cerimonia del lancio della corona di fiori a mare in memoria dei caduti dell’assedio ha rinnovato l’impegno della ricostruzione della verità storica e dell’identità meridionale (guarda il Brigantiggì di Gino Giammarino e Mary D’Onofrio)

il saluto del sindaco Cosmo Mitrano
il saluto dell’assessore Marco Esposito
la performance di Al Valenti ed Eliana Esposito
intervento integrale di Giuseppe Fioravanti
intervento di Marina Campanile
intervento integrale di Gennaro De Crescenzo
Intervento integrale di Pino Aprile
.
(si ringrazia Antonio Ciano per le riprese video)

Frankenstein è napoletano

Alzi la mano chi non conosce Frankenstein, il personaggio immaginario frutto della fantasia della scrittrice inglese Mary Shelley. Tantissimi lo identificano come il mostro creato mettendo assieme pezzi di cadaveri trafugati in un cimitero svizzero, mentre in realtà è il nome del suo creatore, il dottor Victor Frenkenstein, appunto.
E sono davvero pochi coloro a sapere che lo scienziato è napoletano, nato alla fine del Settecento alla Riviera di Chiaia. Così disse la fantasia di Mary Shelley che scrisse il romanzo nel 1818, nell’imminenza del suo soggiorno trimestrale nella Napoli capitale che tanto ammirò. Era il tempo dello sviluppo tecnologico e della paura che esso generava e che il mostro rappresentava. Espressione del timore delle alchimie e degli esperimenti illeciti in ambito bioetico. Che si sia ispirata alla figura settecentesca del Principe di Sansevero?