L’ammuina storica de “Il Mattino”

L’ammuina storica de “Il Mattino”

Il direttore Cusenza inciampa sul falso storico

Monti a Napoli, segue editoriale de “Il Mattino” a firma del direttore Cusenza dal titolo “Subbuglio, non ammuina”. Una disamina del momento del paese visto da Sud dettato da una dichiarazione del premier:  “Al Sud manca la massa critica, per il subbuglio innovativo che spinga la classe dirgente a cambiare e i cittadini a chiedere la soddisfazione di diritti collettivi e non soluzioni privilegiate”.
Cusenza si domanda cosa intenda Monti con la parola “subbuglio” con osservazioni precise e condivisibili, chiudendo però lo scritto con un falso storico ancora tristemente in voga, purtroppo tirato di nuovo fuori dal quotidiano di Napoli. “Il rischio è che il «subbuglio» montiano diventi la traduzione lombarda del napoletanissimo editto della marineria borbonica sul «facite ammuina», così chiude Cusenza.
Il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie non ha mai contenuto alcuna disposizione o articolo che regolasse “ammuina” e confusione a bordo. A testimoniare il fatto che l’editto fosse falso e a scopo denigratorio è il fatto che il regolamento della Real Marina, al pari di tutti gli atti ufficiali del Regno delle Due Sicilie, era redatto in lingua italiana e non napoletana; di fatto, i firmatari di quel falso regolamento, Di Brocchitto e Bigiarelli, non risultano in alcun archivio italiano e in alcun atto ufficiale borbonico. In realtà si tratta di una astuzia di un ufficiale napoletano, Federico Cafiero, passato dai napolitani ai piemontesi, che fu sorpreso nel sonno con buona parte dell’equipaggio a bordo della sua nave da un ammiraglio piemontese. Messo in punizione, inventò la disposizione tornando sulla nave per dettare ai suoi marinai la maniera per evitare di essere sorpreso nuovamente.
È particolarmente triste che proprio il quotidiano di Napoli contribuisca ancora a sdoganare falsità sulla storia di Napoli, facendo “ammuina storica” e disonorando peraltro la grande Real Marina delle Due Sicilie che rese la vita difficile alle grandi potenze europee nel Mediterraneo, facendo arrossire il Regno di Sardegna che, ad unificazione avvenuta, non potè che adottarne regolamento, uniformi e gradi. Altro che “napoletanissimo” editto.

La faccia straniera de “Il Mattino”

La faccia straniera de “Il Mattino”

seconda puntata del dibattito storico col quotidiano di Napoli

Il contraddittorio con il direttore de “Il Mattino” di Domenica scorsa in merito alla napoletanità dei Borbone di Napoli (sembra uno scherzo ma non lo è) ha avuto un seguito interessante utile, perchè no, ad approfondire la nostra storia. Virman Cusenza aveva replicato su Twitter invitando ad arrenderci alla storia in quanto i Borbone erano una casata straniera impiantata a Napoli. Ebbene, la storia ci dice che i Borbone sono un ramo cadetto della dinastia dei Capetingi di Francia divisosi in tre linee regali: quella di Francia, quella di Spagna e quella delle Due Sicilie. È chiaro a tutti che a Napoli non nascono i Borbone ma quattro dei cinque Re Borbone di Napoli. Insomma, se chi legge è nato a Napoli come il padre, il nonno e il bisnonno ma ha un trisnonno spagnolo, per Cusenza non è napoletano ma impiantato.
Discussione che non sarebbe il caso di proseguire se non fosse che, guarda caso, proprio a tre giorni dalla piccola polemica storica è apparso su “Il Mattino” del 21 Marzo un articolo a firma Gigi Di Fiore dal titolo “I Borbone, con quella faccia da stranieri” che non sembra affatto casuale. Il titolo, conoscendo l’autore, stupisce più del tempismo; ma scorrendo nella lettura, si legge che “Certo, l’unica dinastia che, dopo cinque generazioni di re, poteva considerarsi autoctona fu quella dei Borbone. (…) I Borbone divennero napoletani, ma erano spagnoli di provenienza”.
In definitiva, l’articolo sembra avere un titolo “pensato” dal direttore Cusenza ma basta leggere approfonditamente per intuire che  Di Fiore “asseconda” il titolo stesso con una verità interpretabile dai due diversi punti di vista. Basta invertire l’ordine della frase: “I Borbone erano spagnoli di provenienza ma divennero napoletani” e il gioco è fatto.
Carlo III si considerava napoletano a tutti gli effetti, gli altri quattro discendenti lo erano. Pensavano, parlavano e mangiavano in napoletano. Francesco II, Borbone di Napoli da quattro generazioni, all’epilogo dell’assedio di Gaeta con cui il regno napoletano fu spazzato via dai Savoia, scrisse così al suo popolo: «Io sono Napolitano; nato tra voi, non ho respirato altr’aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo, che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni mie ambizioni».

Piccole precisazioni a “Il Mattino”

Piccole precisazioni a “Il Mattino”

Il Mattino, tramite il direttore Virman Cusenza, veicolo di diffusione di inesattezze storiche in risposta alla lettera inviata da Alessandro Tafuri circa i luoghi comuni sull’unità d’Italia. Ancora luoghi comuni superati da ricerche sempre più documentate.
Di seguito gli interventi di Angelo Forgione, Gennaro De Crescenzo e Lorenzo Terzi inviati in al direttore.

Gentile Direttore,
in merito alla Sua risposta ad Alessandro Tafuri firmatario della lettera “Quei luoghi comuni sull’Unità d’Italia”, non voglio snocciolarLe dati e statistiche sulla ormai sempre più crescente onda revisionistica. Ma voglio però chiederLe di non chiamare stranieri i Borbone di Napoli perchè questi erano, appunto, di Napoli, non di Spagna, Francia o Parma. Il capostipite, erede al trono di Spagna, era si Carlo III di Spagna ma prima ancora Carlo VII di Napoli. Nato si in Spagna da madre italiana, fu l’unico a non essere napoletano alla nascita ma quando salì a Madrid fu sancita la divisione delle corone. Poi vi furono Ferdinando nato a Napoli, Francesco nato a Napoli, Ferdinando II nato a Palermo e Francesco II nato a Napoli. Parlavano tutti, anche Carlo III, sia l’italiano che il napoletano, e lo erano a tutti gli effetti. Pertanto è un grave errore che il direttore di un importante quotidiano di Napoli dica una cosa del genere. Sarebbe come dire che la pizza napoletana non è napoletana, oppure che il Mattino di Napoli non è di Napoli.
Cordiali saluti.
Angelo Forgione

Caro direttore,
solo poche parole per suggerire a Lei e ad alcuni lettori qualche lettura che potrebbe evidenziare che, in quanto a situazione preunitaria del Sud, bisognerebbe effettivamente cambiare un po’ di storiografia:

1) I dati del famoso censimento del 1861 sull’analfabetismo sono parziali e inattendibili: limitati a poche aree dell’Italia, qualcuno può credere che qualche funzionario sabaudo sia andato in giro per il Sud ad accertarli in pieno caos, a guerra del “brigantaggio” iniziata e con l’esercito borbonico ancora in giro e non ancora tutto deportato nei lager dei Savoia? Studi aggiornati e documentati dimostrano che i dati del successivo censimento del 1871 misurarono gli alfabetizzati dopo 10 anni di chiusura delle scuole meridionali (le scuole dal 1860 non ottennero più finanziamenti pubblici ma solo comunali e limitati)
2) “due-tre esempi” della storiografia filoborbonica anche i 433 milioni di lire circolanti nele Due Sicilie (oltre ai famosi 443 delle nostre banche) (cfr. AA.VV. Dalla lira all’euro, 2011)? O i dati relativi al Pil e al reddito medio (CNR e Università di Catanzaro, 2007) “pari o superiori a quelli del resto d’Italia”? O anche quelli relativi all’industrializzazione  (1,6 milioni gli operai meridionali, “meno di 1,5 milioni quelli nel Centro-Nord”) (cfr, Svimez, 2011). Non è possibile, storiograficamente, ormai, dichiararsi equidistanti e mettere sullo stesso piano un secolo e mezzo di monopolio sostanzialmente filosabaudo e fondato sulla retorica e sulle mistificazioni e qualche anno di una storiografia sempre più documentata e diffusa…
Non sarebbe davvero il caso, infine, di interrompere questa dannosa e ormai indifendibile catena di luoghi comuni che offende tutti noi da 151 anni?
Cordiali saluti.
Prof.  Gennaro De Crescenzo.


Egregio Direttore,
mi complimento innanzitutto con lei per il “lapsus” assai significativo: “il dato che mi allarma è che per il nostro Sud si debba ricorrere sempre al salvatore straniero (i Borbone, i Savoia)”. Allora ammette che i Savoia erano “stranieri”? Bene: facciamo progressi!
 Se me lo permette, ribalterei la sua conclusione: è proprio la tesi dell’arretratezza del Regno delle Due Sicilie a fornire ancora, dopo un secolo e mezzo di presunta “redenzione”, un comodo alibi a chi non vuole che si indaghi troppo sui misfatti delle classi dirigenti nazionali e locali degli ultimi centocinquant’anni.
Boutade a parte, a proposito delle “litanie” borboniche lamentate da qualche lettore: è la pura verità che i Borbone puntassero sulle cosiddette “autostrade del mare”. Tra l’altro, erano assolutamente nel giusto. Sbaglia chi fa della facile ironia (tipo: “comodissimo Napoli-Foggia!”). Infatti, proprio poche settimane fa, nel corso di un incontro con alcuni imprenditori pugliesi, questi ultimi lamentavano proprio la scomparsa della navigazione “al piccolo cabotaggio”, assai più conveniente – parole loro! – per il trasporto delle merci. E sa perché non è possibile effettuare tale navigazione? Perché una legge proibisce espressamente questa possibilità. Una nave mercantile che parte da un porto della terraferma italiana non può approdare in un altro porto nazionale, a meno che esso non si trovi su un’isola. Unica eccezione: Genova (?!).
Ma a tale proposito, lascio la parola a uno storico assolutamente non borbonico o neoborbonico, Nicola Ostuni, che ha esaminato la questione delle “strade ferrate” preunitarie: “Naturalmente gran parte del successo economico dell’iniziativa era legato alla possibilità per a ferrovia di accaparrarsi il trasporto che veniva effettuato via mare. Si trattava di un volume di affari cospicuo: il 60% dei prodotti provenienti dalla Capitanata [cioè, guarda caso, proprio da Foggia e dintorni] e la quasi totalità di quelli della Terra di Bari giungevano a Napoli su navi, pagando per l’intero tragitto da Manfredonia o da Barletta a Napoli, 24 grana per ciascun cantaio. Con la stessa cifra un cantaio di merci avrebbe percorso sulla ferrovia, a tariffa massima, 29 delle 90 miglia che separano Napoli da Foggia. Per battere la concorrenza delle navi la ferrovia avrebbe, quindi, dovuto applicare una tariffa pari a meno di un terzo di quella massima, tariffe che non avrebbero coperto neanche le spese di gestione, valutate, correntemente, tra il 40 ed i 50 % della tariffa massima”. Al di là di tutto, si ripete sempre lo stesso errore: “cristallizzare” la situazione al 1860, come se, alla vigilia del crollo del Regno delle Due Sicilie, i Borbone pensassero di aver concluso il ciclo dello sviluppo meridionale. Anzitutto, vi è da dire che, a quell’epoca, già non si poteva più parlare della “Napoli-Portici”. Nel dicembre 1843, infatti, era stata aperta al traffico la Napoli-Cancello-Caserta, completata successivamente con le diramazioni per Capua (1844) e Nola (1846), cui si aggiunse, nel 1856, la tratta Nola-Sarno. Nel 1860, quindi, le ferrovie napoletane contavano 131 km di linee in esercizio e davano mediamente un prodotto annuo per km di 6000 ducati circa. Altri 132 km di linee erano in avanzatissima costruzione o completamento. Inoltre, con decreto 28 aprile 1860 il governo di Francesco II programmò l’inizio a breve scadenza di altre importanti linee: la Avellino-Foggia-Bari-Brindisi-Lecce, la Salerno-Reggio Calabria, la Napoli-Pescara, oltre a tronchi minori ed alle linee siciliane, la Palermo-Catania, la Palermo-Messina, la Palermo-Agrigento, per un complesso di ulteriori presumibili 1400 km ed un investimento complessivo di cinquanta milioni di ducati. Molto probabilmente tutto ciò avrebbe comportato, per l’industria metalmeccanica napoletana, commesse ammontanti ad almeno 16 milioni di ducati.
A proposito, improvvido lettore: i vagoni e le motrici erano ormai fabbricati a Napoli, e non in Francia. Mai sentito parlare di Pietrarsa?
Litanie “scolastiche”. Se si fosse dotati di minore malafede, si guarderebbe quanto meno con sospetto al famigerato dato del 90% di analfabeti che sarebbero stati presenti nel Mezzogiorno al momento dell’unità. Quale validità può avere un rilevamento effettuato non si sa bene come, secondo criteri statistici ignoti e, comunque, di un secolo e mezzo fa, peraltro durante una situazione di grave instabilità dell’amministrazione e dell’ordine pubblico?
Già nel 1767, dopo l’espulsione dei Gesuiti, Ferdinando IV annetté allo Stato i ventinove, floridissimi collegi precedentemente retti dalla Compagni di Gesù. Nel 1768 approvò, inoltre, l’apertura di ventuno scuole “minori” – cioè “scuole secondarie con cattedre di leggere, scrivere e abbaco, di lingua latina e qualche volta di greco o matematica” – e di collegi-convitti in ogni città in cui risiedeva la Regia Udienza, ovvero Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera, Salerno. Dall’aprile al luglio del 1769 il provvedimento fu reso esecutivo. Le “minori” sorsero all’inizio in Paola e in Amantea; subito dopo analoghe istituzioni videro la luce in Acerno, Atri, Barletta, Benevento, Brindisi, Campobasso, Castellammare di Stabia, Latrònico, Massa, Modugno, Molfetta, Monopoli, Monteleone, Nola, Reggio, Sora, Sulmona, Taranto e Tropea.
Alla fine del Settecento, inoltre, nel Regno di Napoli e in Sicilia vennero fondate le “scuole normali”, che conobbero una diffusione immediata e capillare. Gli sforzi governativi ottennero quasi subito risultati assai lusinghieri: fra il 1792 e il 1793 si contano oltre centodieci istituti – sommando quelli presenti nella capitale e nelle province del continente – in cui venne applicato con successo il metodo normale.
Per quanto concerne la Sicilia, dove mirabile fu l’impegno pedagogico di Giovanni Agostino De Cosmi, alla munificenza di privati cittadini fu dovuta l’apertura delle scuole di Augusta e Randazzo; l’abate Santacolomba creò a sue spese un centro d’istruzione nel seminario di S. Lucia del Mela; due scuole vennero attivate dentro il Palazzo reale di Palermo grazie a un finanziamento del viceré Caramanico e altre cinque videro la luce a carico delle rendite della Real Magione in Prizzi, Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani, Giuliana e Palermo. I municipi, dal canto loro, si adoperarono con impegno nell’istituire scuole normali, in una nobile gara che coinvolse tanto piccoli comuni – come, fra gli altri, Aci S. Antonio, Gagliano, Tortorici, Viagrande – quanto grossi centri urbani delle dimensioni di Caltagirone, Caltanissetta, Marsala, Noto, Termini.
Sebbene con alterne vicende, insomma, la consapevolezza, “del diritto e del dovere dello Stato di provvedere all’istruzione dei cittadini, non verrà più meno anche quando le vicende politiche ne offuscheranno o ne indeboliranno il valore”: sono parole – scritte nel 1927 – di uno storico che, ancora una volta, non ebbe nulla da spartire con il “borbonismo”, Alfredo Zazo.
Proprio Zazo riporta, alla fine della sua importante monografia sull’istruzione pubblica e privata nel Napoletano dal 1767 al 1860, una dichiarazione illuminante di un “padre della patria”, che dai Borbone era stato perseguitato, ovvero Luigi Settembrini: “Noi altri Napoletani paghiamo la pena di una nostra bugia: abbiamo gridato per tutto il mondo che i Borboni ci avevano imbarbariti e imbestiati e tutto il mondo ci ha creduto bestie, specialmente il Piemonte, che non aveva tutta la colpa quando ci mandò i sillabari e le grammatiche italiane”.
Lorenzo Terzi