Bonghi nell’Ottocento, oggi Cantone. Napoli fa Milano “capitale morale”

ll presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha ricevuto dalle mani del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il Sigillo della Città. «È una soddisfazione per un terrone – ha detto il magistrato napoletano – essere insignito di un’onorificenza della città più importante d’Italia, quella che ha sempre avuto l’idea di essere la capitale morale della Repubblica. Milano si è riappropriata di questo ruolo, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno e che tutti auspichiamo possa avere. Il modello Milano messo in campo per l’Expo ha mostrato sinergie che a Roma mancano».
Cantone e Pisapia, dunque, proprio mentre l’Expo di Milano volge al termine, hanno in qualche modo decretato il compimento positivo della missione di pulizia della fase organizzativa dell’esposizione meneghina, dopo il grave danno di immagine generato dalle vicende giudiziarie legate agli appalti. Cantone, il salvatore della moralità di Patria, ha probabilmente evitato che quel danno fosse ancor più grande, ma è impensabile che un paragone con Roma possa bastare per riabilitare Milano e porre fine a un periodo buio esploso con la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta.
Oggi, in concomitanza dell’Expo dell’alimentazione, un napoletano restituisce a Milano il ruolo di “capitale morale del Paese”, 134 anni dopo un altro napoletano che, in occasione di un’altra esposizione milanese, quella industriale del 1881, quella lusinghiera definizione la coniò scrivendola per la prima volta sulle pagine del giornale che dirigeva. Da Ruggero Bonghi a Raffaele Cantone, la storia si ripete, ed è sempre un napoletano a mettere Milano alla guida della Nazione.

Il mito di Milano “capitale morale”? Lo creò un napoletano.

Angelo Forgione Milano, la “capitale morale” del Paese, oggi in mostra con l’Expo, non il primo. Già nel 1881 la città si mise in vetrina organizzando l’Esposizione Industriale, prendendosi la rivincita su Torino e sui Savoia. Era già avviata sulla via dell’industrializzazione e mostrò di essersi consapevolmente posta alla testa dello sviluppo della Nazione. Fu in quell’occasione che il napoletano Ruggero Bonghi, già direttore del quotidiano milanese La Perseveranza, tirò fuori la definizione “capitale morale”, che per il capoluogo lombardo divenne un’etichetta lusinghiera agli occhi dell’Europa.
Milano si sentiva ormai città guida del Paese non soltanto per il fatto che Roma fosse lontanissima dallo slancio industriale del Nord-est, non soltanto perché Napoli fosse luogo di divisione politico-sociale circa l’Unità, ma anche perché c’era da colpire l’orgoglio di Torino, città dei Savoia e vera rivale in tema di sviluppo. In termini politici, Milano era la città che aveva tenuto fede all’idea radicale e democratica del movimento nazionale di cui non avevano dato prova né Napoli, città borbonica occupata, né Torino, città sabauda occupante. Ecco cosa significava “capitale morale”.
Non che la definizione non sia stata mai contestata, e non solo dai romani. Lo storico Renzo De Felice, negli anni Novanta, pur riconoscendo la grande dinamicità meneghina, contestò il mito milanese come pure quello romano: “se c’è un mito della capitale morale, c’è un mito anche di quella reale. L’Italia ha solo due capitali: Napoli e Palermo, le uniche che ricordano Parigi, Madrid, Vienna.” Erano gli anni del mito offuscato da Tangentopoli. Sembrano lontani, eppure le tangenti per l’Expo in corso non fanno, oggi come allora, rima con moralità.
A Ruggero Bonghi, padre del termine “capitale morale, è dedicata una piazzetta nei pressi dell’Università Federico II di Napoli, all’imbocco di via Mezzocannone, con tanto di statua che lo raffigura.