In napoletano non si dice «t’amo» ma «te voglio bene assaje». Falso!

Angelo Forgione Da qualche tempo, i napoletani si sono persuasi che la lingua dell’amore non preveda la più eloquente delle dichiarazioni d’amore. Niente «t’amo»: bandito! Si dice «te voglio bene assaje». È davvero così? Facciamo chiarezza.
Il fatto è che esiste un napoletano popolare, sostanzialmente solo parlato, e parlato dal popolo, ed esiste un napoletano letterario, quello parlato e scritto altamente, che ha dato grande dignità al dialetto, rendendolo lingua.
È un po’ come nel caso del condizionale “vorrei”, che il napoletano popolare traduce con l’imperfetto congiuntivo “vulesse” in luogo del letterario “vurria”. I pochi che scrivono e parlano un napoletano alto usano il secondo, anche nel terzo millennio, mentre la massa usa diffusamente e pur correttamente il primo. Il che non significa che uno dei due sia sbagliato. Anzi!
Dunque, affermare che il verbo “amare” in napoletano non esiste, con la prima persona al presente addirittura bandita, è scorretto.

Il Napoli ha perso, i napoletani hanno stravinto

tifosi_madridDa Martinafranca a Madrid, la tredicennale parabola ascendente del Napoli, rinato dal nulla, ha condotto la marea azzurra nella città del miglior club del XX secolo. La miglior tifoseria azzurra da esportazione, quella colorita, sobria e corretta, è giunta da ogni parte del mondo e ha dato gran prova di civiltà, così come quella madridista. La chiassosa marea azzurra non ha creato alcun problema nella capitale spagnola, e ha vissuto l’evento come una grande festa del calcio. E se è vero che tale dovrebbe essere la normalità è anche vero la normalità è rara nella mediocrità contemporanea.
I tifosi olandesi del Feyenoord di Rotterdam, qualche tempo fa, scesero a Roma a devastare persino i monumenti.
La Puerta del Sol è parsa piazza del Plebiscito, non solo per il comune monumento equestre a Carlo III, che sarà stato felicissimo di avere ai suoi piedi i due popoli da lui più amati. Lì, per un giorno, si è parlato castigliano e napoletano, in gran serenità. Il Santiago Bernabeu è sembrato il San Paolo quando i napoletani hanno urlato, alla loro maniera, sull’inno della Champions League. Non si cruccino troppo i reduci dalla grande giornata per la sconfitta contro i mostri sacri del football. Siano invece fieri di aver vinto la partita più importante, quella della civiltà.
Si auspica replica al 7 marzo, e sempre.