1836, Pulcinella va sulla Luna

Angelo Forgione – Cinquant’anni sono passati dal 20 luglio del 1969, giorno del primo allunaggio, ma già nell’Ottocento, agli albori della tecnologia di volo che preludeva ai palloni aerostatici, si iniziava a fantasticare l’approdo sul nostro satellite.
Nel lontano 1835, Sir John Herschel, figlio del famoso astronomo William, costruì in Sudafrica il più grande telescopio dell’epoca. Fu così che un giornale americano, il New York Sun, cominciò a fantasticare su ciò che si vedeva con quello strumento, e pubblicò una lunga serie di servizi con immagini di improbabili creature alate che abitavano la Luna. Il giornale divenne popolarissimo, raddoppiando le vendite, ma dopo alcune settimane il direttore capì che era il caso di piantarla con quell’enorme bufala, pur senza smentirla. Si inventò che il gran telescopio era stato bruciato inavvertitamente dal Sole e che non si poteva più proseguire con le cronache.

Le fake news americane arrivarono fino a Napoli, dove nel 1836 furono date alle stampe 13 litografie firmate da Fergola, Wenzel, Gatti e Dura con illustrazioni lunari fantastiche e bizzarre. Tra queste, tre tavole di un immaginario viaggio sulla Luna di Pulcinella che raffiguravano la partenza, l’arrivo e il ritorno della maschera napoletana.

Pronto ad accertarsi della veridicità della storia, Pulcinella partì a bordo di un piccolo veliero spaziale con ruote dentate che si incastravano negli anelli di una catena tesa tra il molo Beverello e la Luna, e una vela tesa a sfruttare il vento e, nello spazio, l’aria generata da un soffietto per camino. In quell’immagine c’era tutta l’avanguardia cantieristica della Napoli borbonica, che solo cinque anni prima aveva varato il primo piroscafo da crociera al mondo, il Francesco I, straordinariamente veloce rispetto alle navi a vapore dell’epoca grazie ai 120 cavalli motore, contro il massimo degli 80 francesi.

Nella stampa della partenza venne illustrato il telescopio di Herschel orientato verso la Luna, inquadrando una città lunare nella quale gli abitanti alati puntavano a loro volta un grandioso telescopio verso la Terra. E Pulcinella, come san Tommaso, esclamava:

S’io no lo bbevo / s’io non lo ttocco / io no lo credo / non mme lo mmocco!

Varie stampe illustravano l’escursione satellitare di Pulcinella, la prima maschera sulla Luna, mentre in quella del ritorno sulla Terra scendeva brindando al successo dalla sua missione e al funzionamento della sua spaziale barca a vela, con le catene ormai arrotolate:

Mirabbilia aggio visto e aggio toccato / Ercel le scoperte toje frietelle / io cchiù sfunno de te songo arrivato / e aggio visto cose strane e belle / ’nfaccia a sta vela videle pittate.

Sulla vela erano rappresentati gli straordinari animali che popolavano quel mondo lontano, che solo 133 anni più tardi sarebbe stato raggiunto davvero dagli americani, stavolta mostrando al mondo la verità dell’immenso deserto lunare.

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A Castellammare per sostenere i lavoratori di Fincantieri

A Castellammare per i lavoratori di Fincantieri

28 Maggio ’11 – Questa mattina, insieme ad altri delegati del Parlamento delle Due Sicilie, ci siamo recati a Castellammare di Stabia in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa “Castellammare è Fincantieri”, per esprimere il nostro sostegno agli operai di Fincantieri in questa e in altre prossime manifestazioni di protesta per la chiusura dei prestigiosi cantieri navali stabiesi, vanto italiano e, ancora prima, del Regno di Napoli (leggi la storia).
Nei prossimi giorni valuteremo la possibilità accordataci di allestire una mostra sulle industrie dell’antico Regno delle Due Sicilie in una struttura di Castellammare.

“Castellammare è Fincantieri” è la scritta blu e rossa stampata su un telo bianco che da domani sventolerà dai balconi di Castellammare di tutti coloro che vorranno esporla (la nostra sventolerà a Napoli in segno di solidarietà). Come dire: se chiudono i cantieri, muore Castellammare. Una bandiera per tenere accesa l’attenzione sul cantiere che è l’anima e il cuore pulsante di Castellammare di Stabia.
“Abbiamo stampato – spiegano i referenti del Comitato Promotore di questa bella iniziativa – una bandiera per ricordare a tutti che Castellammare è la Fincantieri ed invitiamo tutti i cittadini ad esporre ai propri balconi quella bandiera che deve unire il popolo stabiese per non perdere la speranza, per tornare ad ascoltare il suono di quella sirena che ha sempre accompagnato Castellammare, ricordandoci ogni giorno con orgoglio la bellezza e la dignità al lavoro”.

Continua la “Malaunità”: cantieri di Castellammare verso la chiusura.

Continua la “Malaunità”: cantieri di Castellammare verso la chiusura
operai in rivolta, distrutti i busti di Garibaldi e Vittorio Emanuele III

Forte tensione all’indomani della decisione di Fincantieri di chiudere lo stabilimento stabiese (assieme a quello ligure di Sestri), tagliando così 639 posti di lavoro in Campania. Continua la distruzione del tessuto industriale del sud avviata con l’unità d’Italia e con quest’ulteriore colpo si mandano in sostanza a chiusura i cantieri dove si realizzò la grande marina borbonica, orgoglio del Regno delle Due Sicilie nel mondo, e dove, dopo l’unità d’Italia si realizzò nonostante il ridimensionamento la nave-scuola veliero “Amerigo Vespucci”, ancora oggi vanto della Marina Militare Italiana, realizzata sui progetti dell’antesignano veliero borbonico “Monarca” (leggi l’articolo),  la più grande nave da guerra di tutti gli stati preunitari d’Italia.

Disagi alla circolazione a Castellammare ma anche solidarietà. Su alcune serrande abbassate sono apparse locandine a favore degli operai in lotta. Un gruppo di lavoratori ha occupato il Comune e devastato alcune sale del Municipio. Il sindaco, il vice sindaco, i capigruppo ed alcuni consiglieri comunali di Castellammare di Stabia sono rimasti bloccati all’interno della sede comunale. Il presidio è durato tutta la notte. Quattro agenti di polizia sono rimasti feriti.

Chiaro il messaggio lanciato con la distruzione di due statue di valore di Garibaldi e Vittorio Emanuele III. Quella del Savoia è stata fatta rotolare giù dal piedistallo in vico Sant’Anna. Al busto ottocentesco di Garibaldi dello scultore Giovanni Spertini, acquistata dopo l’Unità d’Italia, è stata mozzata la testa, che poi è stata piazzata all’interno di una tazza da toilette.

la protesta degli operai di Castellammare di Stabia (video)


(foto e video: Repubblica.it)

La “Amerigo Vespucci”, figlia dell’avanguardia borbonica

 

il veliero più famoso del mondo nato dai disegni del borbonico Monarca

Angelo Forgione per napoli.com Il vanto della Marina Militare italiana nel mondo è senza dubbio  la nave-scuola Amerigo Vespucci, costruita e varata nel 1931 nei cantieri navali di Castellammare di Stabia.
Non tutti sanno che il veliero fu costruito ricalcando il modello del Monarca, l’ammiraglia della Real Marina delle Due Sicilie, dal quale trasse l’aspetto e quei segreti che  ne fanno ancora oggi una delle navi più ammirate al mondo. Il Monarca, uno dei più prestigiosi velieri mai costruiti e la più grande nave da guerra di tutti gli stati preunitari d’Italia, fu varato sempre a Castellammare di Stabia nel 1850, quando era ormai tramontata l’era delle imbarcazioni a vela e si era già aperta l’epoca dei “vapori”. Fu una scelta in controtendenza che però mostrò subito il suo valore, frutto della lungimiranza di Ferdinando II di Borbone, che riuscì ad elevare la flotta borbonica ai massimi livelli di quella inglese. E oggi quella scelta è ancora motivo di prestigio per la Nazione moderna, che può vantare un veliero ammirato nei mari, diretto discendente del Monarca.

A testimoniare tutto ciò è il fatto che il veliero duosiciliano fu pensato per durare nel tempo e non fu un capriccio momentaneo. Tant’è che fu progettato in funzione di una successiva integrazione con un impianto motoristico a vapore a caldaie tubolari e spinta ad elica, che si concretizzò nel 1860. Giusto in tempo per l’invasione piemontese del Regno che “consegnò” il gioiello nelle mani della marina sabauda; il Monarca divenne Re Galantuomo, in onore del poco onesto Vittorio Emanuele II, e le truppe borboniche dovettero sopportare di vederselo contro durante l’assedio di Gaeta che pose fine alle Due Sicilie. 80 anni dopo, il veliero fu il modello sul quale si costruì non solo l’Amerigo Vespucci  ma anche il Cristoforo Colombo.
Con l’ausilio della pubblicazione libraria L’industria navale di Ferdinando II di Borbone, di Antonio Formicola e Claudio Romano, è possibile confrontare i dati tecnici del Monarca e del Vespucci (nonché del Colombo). L’aspetto appare incredibilmente identico nonostante la nave attuale sia dotata ovviamente di un frazionamento velico chiaramente più moderno e abbia lo scafo in ferro e non in legno. Due dati tecnici sono praticamente sovrapponibili: identiche la massima larghezza del ponte e l’altezza dello scafo. Anche il numero di ponti è lo stesso, nonché il profilo laterale. La differenza è data dalla sola lunghezza (a favore del Vespucci), che però in fase di progettazione nautica può essere anche indefinita in quanto lo scafo può subire una differenza di misura a seconda dei materiali utilizzati, che per i due velieri erano, come detto, differenti. Piccola dissomiglianza sta nella diversa inclinazione del bompresso, che però è identico tra il Monarca e il “Colombo”.

Il padre del Vespucci e del Colombo, il Tenente Colonnello del Genio Navale Francesco Rotundi, prende ancora oggi tutti quei meriti che spettano invece al brillante ingegnere navale duosiciliano Felice Sabatelli. Rotundi era all’epoca il Direttore del cantiere navale di Castellammare Stabia, e fu per questo che, nonostante a distanza di 70 anni dall’Unità d’Italia le commesse fossero tutte dirottate ai cantieri del Nord, il Vespucci e il Colombo furono fatti nascere al Sud, in quei cantieri ormai declassati ma che custodivano i progetti di Sabatelli e tutte le tecnologie e i segreti di tale tipologia di imbarcazione che hanno poi fatto la fortuna del Vespucci.

I cantieri-arsenali di Castellammare furono tra i migliori al mondo al tempo dei Borbone, costantemente aggiornati con ampi piani industriali che ne fecero un’eccellenza del Regno duosiciliano. Come tutte le strutture produttive dello stato meridionale, purtroppo, anch’essi subirono con l’Unità d’Italia una strozzatura traumatica che mise in ginocchio le maestranze che vi lavoravano a favore dell’economia settentrionale. Tutto questo fu fatto con cognizione di causa se è vero che l’ingegner Giuseppe Colombo, direttore del Politecnico di Milano, all’indomani della distruzione della marina sabauda nella disfatta di Lissa del 1866, attribuita al poco capace Ammiraglio Persano, affermò che l’unico cantiere in Italia in grado di ricostruire la flotta italiana fosse quello di Castellammare di Stabia. E pensare che, ancora oggi, sui dizionari alla voce ‘borbonico’ si legge retrogrado, retrivo.