La “padania” tra balle e palloni sgonfi

La “padania” tra balle e palloni sgonfi

la “nazionale” tramonta, Bossi & C. insistono 

Angelo Forgione – La “nazionale” padana nasce a fine anni ’90, disputa due partite e poi scompare. Poi la squadra rinasce nel 2007, fortemente voluta da Renzo Bossi, che ne diventa team manager e s’affanna perchè sia vincente. Ad ogni costo!
E così la Lega paga tutto, persino le trasferte ai tifosi in occasione della VIVA World Cup, i Mondiali delle Nazioni non riconosciute. Umberto, Renzo e Riccardo Bossi si godono le lussuose suite, i tifosi i camper a noleggio per andare e tornare dalla Lapponia con simbolo della Lega in bella vista. Oppure i viaggi in aereo quando si vola a Gozo. E poi il vitto: qualsiasi cosa comprino ne conservano lo scontrino che garantisce il rimborso. Sono in tanti li, senza spendere una lira. Famiglie intere che sugli spalti raccontano le stesse favolette dei loro rappresentanti in tv, rivendicano le loro undici ore di lavoro al giorno per pagare i meridionali mentre sono in vacanza spesata, lontano dal loro lavoro.
Soldi che escono a fiumi anche per pagare i calciatori, ex preofessionisti come Dal Canto, Scaglia, Gentilini, i fratelli Cossato e persino Maurizio Ganz, “el segna semper lü” di Atalanta, Inter e Milan. Naturale che quella selezione vinca due mondiali, superando in semifinale a Gozo le Due Sicilie.
Da dove escono quei soldi? Dai finanziamenti pubblici, cioè soldi dei cittadini italiani. E dopo gli scandali che travolgono il partito verde e il figlio del “senatur”, la selezione padana giocattolo del “Trota” va in soffitta e ritira l’iscrizione alla VIVA World Cup 2012 per “mancanza di presupposti organizzativi”.
Finisce la favola della maglia biancoverde griffata Legea di Pompei prima della Gilbert. Proprio così, la Padania si faceva produrre le divise da gioco in terronia. Ma del resto il suo presidente Renzo Bossi ha pure conseguito una laurea in Albania, proprio in una delle patrie della tanto contestata immigrazione padana. Un diploma universitario rinvenuto nella cassaforte dell’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito; e il sospetto è che anche questa sia stata sovvenzionata dai finanziamenti pubblici. Il presidente del partito socialista albanese Edi Rama, sindaco di Tirana dal 2000 al 2011, ha così detto durante un incontro con gli studenti albanesi a Firenze: “Renzo Bossi si è laureato non in un’università dove si studia ma in una dove si paga”. Tant’è, almeno lui ce l’ha fatta, seppur a spese nostre. Il padre invece era laureato in medicina solo per la prima moglie che lo vedeva uscire la mattina per andare in ospedale, poi scoprì l’inganno e mandò il Dottor Bossi a comprare il sale. Ma Umberto non ingannò solo lei; ci riuscì per tempo anche con la madre. In occasione della presunta discussione della sua tesi, Umbertino si inventò qualche scusa e riuscì a non farla entrare in aula. Poi organizzò ben tre feste di laurea per altrettante lauree inesistenti. Quando tutti capirono, tentò la strada della musica al festival delle “voci nuove” di Castrocaro pur sapendo di non saper cantare. Inutile dire come andò. Gli restò l’ultima balla da giocarsi: la tutela degli interessi dei corretti settentrionali, baggianata utile a curare i suoi interessi raggirando il popolo del Nord e rispolverando il razzismo per scopi politici di risorgimentale memoria. E fu la Lega Nord, la Padania… baggianate, appunto. Povera Italia!

Eddy Napoli canta Napoli e le Due Sicilie

Eddy Napoli canta Napoli e le Due Sicilie

l’artista al “Trianon” tra modernità e passato identitario

(videoclip intenzionalmente amatoriale in ottemperanza dei diritti d’autore)

Angelo Forgione per napoli.com Grandi emozioni sabato sera in un teatro Trianon riempito in tutti suoi circa 500 posti in occasione della seconda data “live” di Eddy Napoli. In una location storica nel cuore del centro antico (un teatro popolare tra mura greche!) l’artista napoletano ha una volta di più dato sfoggio della sua napoletanità pura, riscaldando la platea con la sua voce e con i suoi musicisti capaci di non far notare la mancanza del mandolino. Musica napoletana contaminata e rivestita di internazionalità senza perdere il contatto con la tradizione.
Ammiratori e amici hanno dato il loro piccolo contributo ad un’atmosfera magica tra canzoni di Napoli interpretate in maniera impeccabile. C’è spazio anche per la storia personale dell’artista con un toccante brano musicato su un testo del nipote Salvatore Lanza: «Conservo intensi ricordi della casa di famiglia, al Ponte di Casanova, un luogo dove sono passate diverse generazioni di artisti e dove si respirava un odore particole, ll’addore ‘e canzone». È poi il momento di un toccante omaggio a Lucio Dalla (“Caruso”) dopo il quale l’atmosfera si stempera con canzoni di Carosone e Fierro in chiave jazz/blues e con gli intermezzi degli ospiti Gianni Aversano dei “Napolincanto” e Aniello Misto che con Eddy Napoli ha proposto un briosa versione reggae di “Luna Rossa”.
Quando lo spettacolo sembra concluso, l’intenso e inatteso bis con la grande “provocazione”: Eddy saluta tutti ma il teatro lo acclama e quando il sipario si riapre non torna sul palco ma lascia scorrere su un grande schermo il videoclip di “Malaunità“. Spuntano tre bandiere delle Due Sicilie, due in galleria e una in platea, mentre gli spettatori restano rapiti e in silenzio fino all’ultimo fotogramma. Eddy torna sul palco, siede al piano in compagnia della fisarmonica, e suona una sua rivisitazione dell‘inno delle Due Sicilie di Giovanni Paisiello col testo riscritto da Riccardo Pazzaglia. Alla fine dell’esecuzione si alza in piedi tra gli applausi e spiega la grande provocazione; qualcuno dalla galleria chiede di insistere, ma il cantautore non va oltre e invita tutti ad approfondire l’irrisolta “questione meridionale” senza però chiudere il momento intensamente identitario. Un piccolo preambolo anticipa l’anteprima del lavoro discografico in uscita; «è un’atto d’amore verso la donna più bella del mondo» che Eddy presenta con la citazione di un suo “caro amico fraterno” (che lo ringrazia dalla terza fila). Una canzone intensa, a tratti struggente, che fa salire a tutti un nodo in gola. La serata chiude con un altro inno: ‘O surdato nnammurato.
Grazie Eddy per aver dimostrato come si fa rete tra gli artisti in una città troppo chiusa e diffidente. Grazie Eddy per aver unito la modernità alla tradizione e alla nostra storia identitaria. Grazie Eddy per averci riconciliato con noi stessi. Grazie Eddy!

5 Luglio 1984, Maradona sale le scale del San Paolo

Angelo Forgione – Maradona è del Napoli! Queste le quattro parole che fecero il vorticoso giro del mondo il 30 Giugno del 1984.
Fondamentale la volontà politica e l’appoggio del Banco di Napoli, tredici miliardi e mezzo di lire al Barça, combattuto tra il desiderio di trattenere il più grande talento del calcio mondiale e la necessità di liberarsi di un campione ormai troppo ingombrante e piantagrane, insieme al suo folto clan. Tra altalenanti smentite e conferme, il Napoli riuscì a chiudere l’acquisto del grande campione solo pochi minuti prima della chiusura del calciomercato. Quando mancavano ormai solo poche ore al termine ultimo per il trasferimento dei calciatori stranieri, il Presidente del Barcellona, Josep Lluís Núñez, convocò il direttore sportivo azzurro, Antonio Juliano. Maradona non ne voleva proprio più sapere di restare nella gabbia della Catalogna, laddove aveva conosciuto razzismo e droga, e voleva Napoli, il luogo della liberazione. Era fatta! Juliano rintracciò Ferlaino e lo fece precipitare in Spagna. Cinque ore per andare e tornare dall’Italia con un jet privato, firmare il contratto e poi depositarlo in Lega oltre il tempo massimo. Il patron, complice una guardia giurata “amica”, aveva organizzato un gioco di prestigio, consegnando una busta vuota in Lega a Milano, nei termini previsti, per poi sostituirla con quella contenente le firme, apposte direttamente all’aeroporto. Quando Juliano comunicò il buon esito delle operazioni, Maradona si abbandonò ad un pianto di commozione: «Sono un bambino nato da poche ore», disse.
La notizia rimbalzò a Napoli in simultanea, poi in tutto il mondo. Guardavo la tivù, Canale 34, e lessi la notizia in sovraimpressione intorno alle 23:30. Tutte le emittenti campane ne diedero comunicazione ai telespettatori. In poco tempo Napoli si riversò in strada come se la sua squadra avesse vinto il tricolore, il primo. Due dei miei fratelli maggiori trascinarono me i miei 11 anni e 9 mesi nella vecchia Fiat 500 scoperchiabile di mamma. La scoperchiammo e iniziammo ad urlare e sventolare bandiere nel mare del popolo azzurro, dal Vomero al centro. Caroselli di automobili e moto strombazzanti dappertutto, agitazione forsennata e festante di bandiere e sciarpe. Io incredulo, stralunato. Via Toledo intasata da un fiume di corpi, lamiere, urla e colori. Sfociammo lentamente in piazza Trieste e Trento, alla vista dell’assediata fontana “del carciofo”. Mai avevo visto nulla di simile. Solo Pochi mesi prima avevo ricevuto il magico battesimo allo stadio San Paolo: Napoli-Udinese 2-1. Una mediocre squadra aveva evitato la Serie B per un rigore di Ferrario e un goal di Frappampina. Quelli erano i nomi, ma io non conoscevo quello di Maradona. Il calcio era per me l’eleganza di Platini, i gol di Boniek, Paolo Rossi e Altobelli. Avevo visto il numero 10 sulle spalle dello sfortunato Dirceu. All’improvviso, senza averlo mai visto dribblare e incantare, capii chi era e cos’era Diego, e cosa era Napoli.
Chi trascorreva la serata nei cinema, nei teatri e nei luoghi al chiuso, lontano dalle tivù, si ritrovò uscendone in un pandemonio, il primo della storia azzurra. Nessuno capiva cosa stesse accadendo, anche se lo intuiva. «C’ammo accattato a Maradona!», rispondevano gli interpellati ai più scettici, e nessuno rinunciò a tuffarsi tra la folla, ingrossandola a dismisura. Spuntò anche Il Mattino, appena sfornato in tutta fretta da via Chiatamone, sulla cui prima pagina spiccava a caratteri cubitali la grande notizia.
Soli cinque giorni dopo, el Pibe de Oro mise piede per la prima volta sul prato verde del San Paolo. Accorsero a dargli il benvenuto ottantamila persone deliranti e felici. 2000 lire il costo simbolico del biglietto. Un palleggio ed un tiro verso la porta, quella sotto la curva B, e l’entusiasmo azzurro si trasformò in tripudio. Diego salutò il pubblico partenopeo con un semplice: «Buonasera napolitani». Lo stesso saluto riservato al San Paolo il 9 Giugno 2005, l’ultima volta in cui ha messo piede su quel terreno di gioco, in occasione dell’addio al calcio di Ciro Ferrara.
Tre anni dopo il primo delirio di massa la città sarebbe esplosa per il primo Scudetto. Ma in realtà la festa era la seconda.

(immagine: Salvio Capasso)