Tremonti: «Vogliono che l’Italia faccia la fine che i piemontesi hanno fatto fare alle Due Sicilie»

Angelo Forgione Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, e Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, ospiti a In 1/2 ora di Lucia Annunziata, hanno affrontato Il tema del futuro dell’economia italiana alla luce della proposta avanzata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel di un’Europa a due velocità, con un gruppo di testa.
Secondo Tremonti, i tedeschi non vorrebbero gli italiani nel gruppo guida perché «ci vogliono far fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie». E ha aggiunto: «Credo che nello spirito dei tempi e nell’andamento della storia si apra una fase sovranista, che non vuol dire chiudersi ma difendere quello che hai e valorizzarlo sull’esterno. Lo stanno facendo Usa e Germania, lo deve fare l’Italia. Non possiamo continuare a farci portar via la nostra roba. Il destino dell’Italia non è quello del non povero Regno delle Due Sicilie».
Nelle parole dell’economista lombardo, che dimentica di dire che la Lombardia si era unita al Piemonte, insorgerebbe per l’Italia un’esigenza protezionistica-sovranista, proprio quella per cui la storiografia risorgimentale ha condannato Ferdinando II di Borbone, statista non disposto ad indebolire l’economia del Mezzogiorno d’Italia per beneficio di interessi stranieri. Inghilterra e Francia fecero in modo che un indebitato Piemonte colonizzasse e devitalizzasse le Due Sicilie. Nacque un paese unito caricato del debito pubblico piemontese, debole economicamente e politicamente. Nulla è cambiato. A proposito, per Ferruccio De Bortoli, per non sprofondare «ci vogliono statisti veri e seri».

videoclip / NORD PALLA AL PIEDE

videoclip (consigliato!) / NORD PALLA AL PIEDE

modello di sviluppo italiano e cause del sottosviluppo del paese

Angelo Forgione – Qualcuno si è mai chiesto perchè durante le festività consumistiche il mercato è invaso da panettoni, pandori e colombe? È ora di raccontare la verità! Non è più possibile ascoltare in TV e leggere sui giornali che il Sud è la zavorra che fa affondare il paese quando è di fatto la parte che paga di più la crisi ed è spremuto come un limone.
Certo… le banche. La crisi finanziaria che subisce tutto il pianeta è colpa loro; ma perchè in Italia le cose vanno peggio? Semplice: perchè la finanza si è sommata all’economia. E la crisi economica arriva da lontano.

L’accusa è sempre la stessa: Sud parassita che beneficia di trasferimenti statali per 45 miliardi di euro annui, che non produce e che assorbe risorse. Questo è quello che si ascolta continuamente, ma nessuno dice che il Nord ne ricava in termini maggiori con un flusso di ritorno pari a 63 miliardi dal Sud al Nord. Da dove arrivano? Dagli acquisti delle merci delle aziende settentrionali che invadono il mercato meridionale. E la cifra potrebbe lievitare con il costo dell’emigrazione intellettuale e sanitaria.
Il calcolo è semplice: 63 – 45 = 18 miliardi di euro/anno distribuiti al Nord. I dati non sono aleatori ma forniti da economisti di spessore come Paolo Savona (Fondo Interbancario Tutela Depositi) e Luca Bianchi (SviMez) che configurano il sistema produttivo italiano impostato su un Nord che produce per un Sud che acquista.
Così la parte produttiva del paese, per trattenere a sé la maggior quota della ricchezza prodotta, invia denaro al Sud e nasconde dietro il dogma leghista del parassitismo meridionale due vantaggi fondamentali per la propria economia: tagliare fuori dal mercato il Meridione per sottrargli reddito e occupazione, due piccioni con una fava. Ruolo fondamentale è anche quello delle mafie cui non si pone un vero contrasto perchè utili ad indebolire la valida imprenditoria del Sud. E in questo quadro, grosse colpe hanno i politici meridionali, nella maggioranza asserviti a determinate logiche.
Questo sistema è però fragilissimo perchè la ricchezza di un paese va distribuita per mantenersi stabile e semmai crescere, e se c’è una parte che vende e un’altra che acquista, in presenza di crisi finanziarie come quella in corso che si somma a quella economica ormai cronica, il potere di acquisto in calo al Sud fa crollare anche il potere commerciale al Nord. L’Italia è una ma di fatto configurata in due aree non amalgamate ma intrecciate da questi flussi, e il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa. «Metterci le mani – secondo Paolo Savona – potrebbe causare un danno irreversibile al modello di sviluppo predeterminato».
Ecco spiegato il motivo per cui non si è mai posto, non si pone e non si porrà rimedio alla cronica questione meridionale che nasce con l’Italia. Ecco perchè l’assioma del Sud-zavorra va smontato e sovvertito, individuando nel Nord il vero problema del mancato sviluppo del paese, la causa di un egoismo che fa male a tutta l’Italia.
La verità è che, nonostante si sbandieri il contrario, sono davvero poche le aziende settentrionali davvero competitive da poter “saltare” il Mezzogiorno che resta di fatto il mercato preferito. Tant’è che, a fronte dei 63 miliardi di deflusso dal Sud-Italia, si contano solo 13 miliardi dall’estero.
“Report” e “Presadiretta” hanno provato a farlo capire agli italiani, e sono stati i soli. Ma altrove è tutta una propaganda filo-leghista e una congiura del silenzio che devia artatamente la discussione dei veri problemi. Il videoclip mostra un collage audiovisivo che mette insieme un filo logico per raccontare la verità nascosta e le menzogne che l’opinione pubblica non solo non riconosce ma sostiene, facendo il gioco di chi le racconta.

Financial Times: Grecia come le Due Sicilie dopo l’unità

Financial Times: Grecia come le Due Sicilie dopo l’unità
firmato M. Jacomb, ex-Rettore Università Buckingham

«La Grecia sta vivendo, dopo l’adozione dell’euro, lo stesso processo che portò all’impoverimento permanente del Sud dell’Italia quando la lira divenne la moneta nazionale, dopo l’unificazione avvenuta 150 anni fa con il Risorgimento». Il giudizio è del Financial Times (4.7.2011) in un articolo dal titolo “Greece has no future within the eurozone” dell’ex Rettore della Università di Buckingham Martin Jacomb.
Nell’articolo si legge anche che «all’inizio del 19esimo secolo, Napoli era la più grande città d’Italia e la sua regione era abbastanza sofisticata. Ma la sua economia cominciò a declinare rispetto a quella del Nord. Nonostante il Regno delle Due Sicilie abbia cominciato a costruire ferrovie negli anni 30 dell’‘800, prima di ogni altro Stato italiano, quello sforzo fu interrotto. (…) Le economie del Nord e del Sud d’Italia cominciarono ad allontanarsi tra loro, ed il declino del Sud si accentuò ulteriormente con l’introduzione della lira, quando perse la possibilità di correggere lo squilibrio competitivo. I meridionali capaci ed intraprendenti si trasferirono al Nord oppure emigrarono, il divario divenne permanente, così come si manifesta oggi. E la tragedia continua».
La soluzione, secondo Jacomb, sarebbe “lo smantellamento dell’euro” che consentirebbe di restituire competitività alla Grecia (ed all’attuale Meridione). Che la moneta unica abbia avuto un impatto disastroso sull’economia dei Paesi cosiddetti periferici dell’Unione Europea è sotto gli occhi di tutti. Non solo la Grecia, ma il Portogallo e l’Irlanda sono ormai commissariati da Bce, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea, mentre in chiara difficoltà sono Spagna ed Italia. L’altissimo rapporto di cambio lira-euro (1936,27 lire = 1 euro) fissato da Romano Prodi nel 1999 ed una serie di fattori aggiuntivi come gli insignificanti eurocents e l’assenza di una banconota da 1 euro, che fanno dell’euro una moneta “capace di generare di per se stessa inflazione”, come ha osservato l’economista Massimo Lo Cicero, hanno provocato un impoverimento dei ceti medi e popolari a tutto vantaggio della grande finanza e della grande distribuzione.
«Se gli italiani non ce la fanno a finire il mese (…) lo devono tutto a Prodi ed a come è stato fatto l’euro, che è stata la rapina del secolo», sintetizzava qualche anno fa il ministro per l’Economia Giulio Tremonti (Ansa, 10.6.2004).

SVIMEZ: nel 1861 PIL identico tra nord e sud, poi…

SVIMEZ: nel 1861 PIL identico tra nord e sud, poi…

dall’unità d’Italia si sviluppa la “questione merdionale”

Angelo Forgione per napoli.com  Prima il CNR con il saggio di Malanima e Daniele, poi la Banca d’Italia con Fenoaltea e Ciccarelli, ora lo SVIMEZ. Anche l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno da ragione a noi meridionalisti e rafforza le tesi revisionistiche sui reali effetti dell’unità realizzatasi nel 1860.
Il Presidente Adriano Giannola e il vicedirettore Luca Bianchi hanno illustrato i risultati di un rapporto che mette e a confronto le statistiche italiane. Si evince che nel 1860 in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale (Milano-Torino-Genova) e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo. Se nel 1861 il Pil tra le due aree era simile, cioè pari a 100 per entrambi, dopo 150 anni il Pil del Mezzogiorno risulta pari solo al 59% del Centro-Nord.
Per i meridionalisti e gli archivisti che si occupano di questo tema, non è certo una novità. I saggi di CNR, BANCA D’ITALIA e SVIMEZ arrivano assai in ritardo rispetto agli studi e le analisi di inizio ‘900 di Francesco Saverio Nitti, economista, politico e giornalista antifascista italiano, che per primo elaborò delle proposte per risolvere la questione meridionale sulla base dei suoi stessi approfondimenti di economia e finanze dell’Italia preunitaria. Ma in ritardo anche rispetto ai vari Nicola Zitara e Angelo Manna. Eppure i trattati di oggi cominciano a parlare di parità di PIL, non evidenziando il fatto che in ogni caso la ricchezza e le riserve auree erano al sud, motivo per cui il Regno sabaudo in bancarotta lo invase senza dichiarazione di guerra per sanare i suoi debiti.
Invece di lasciare ai meridionalisti e a istituti e associazioni il compito di restituire al meridione ciò che gli spetta dal punto di vista storico e antropologico, sarebbe ora che i politici in primis e a seguire gli storici e i giornalisti di sistema la smettessero dopo 150 anni di menzogne di raccontare la brutta storia di un sud atavicamente arretrato a prescindere. Sarebbe ora che le opinioni in merito dei vari Giorgio Bocca, già facilmente confutate in passato (leggi), non venissero più considerate dogmatiche a tal punto da lasciarle srotolare in ogni pulpito, con le solite stantie falsità prive di contraddittorio.
Se il sud è arretrato è perchè prima un regime settentrionale, quello sabaudo, e poi la politica che pende a nord dalla nascita della Repubblica l’hanno inginocchiato, compresi i politici meridionali che sono scelti o per manifesta inattività o per dichiarato asservimento ai loro leader settentrionali.
E a tal proposito mi preme ripescare un intervento del 27 Febbraio 2010 di Marco Esposito, giornalista napoletano e responsabile della sezione dipartimentale Politiche per il Mezzogiorno di IDV, che ha elaborato cinque emendamenti per la finanza regionale 2010 della Campania su nucleare, acqua pubblica, RC auto, bonus occupazione e bollette sociali (tutti approvati). Marco Esposito attacca Caldoro alla vigilia dell’elezione alla presidenza della Regione, ma anche Giulio Tremonti, dando l’esatta dimensione di come il sud sia raggirato e continuamente colonizzato dai politici del potere settentrionale che guidano il paese in funzione degli interessi delle proprie aree di provenienza.

Marco Esposito contro Caldoro e Tremonti