L’ONU chiede agli Stati di perseguire la felicità

Com’era moderna la Napoli di Antonio Genovesi, figura fondamentale per l’economia, maestro dei più noti illuministi e i più grandi riformatori del Mezzogiorno, che costituirono l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia, cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile napoletana, salvezza per l’Occidente di oggi, teorizzò nel Settecento lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità” mentre l’Economia Politica britannica di Adam Smith subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione. E la “pubblica felicità” ispirò anche la Regina Maria Carolina nella stesura dello Statuto di San Leucio. Anche Ferdinando II finalizzò la sua spending review ottocentesca alla “pubblica felicità”.
Dal 2011, l’ONU esorta la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito a desistere dall’Economia Politica a beneficio di un recupero dell’Economia Civile. Le Nazioni Unite stilano ormai annualmente la classifica degli Stati più felici. Per la cronaca, l’Italia non è che se la passi proprio bene. A proposito, il Regno delle Due Sicilie, all’appuntamento con l’Unità, si presentò come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Ma che retrogradi questi napoletani, immersi in un Mezzogiorno infelice… oggi.

L’illuminismo napoletano radice della Costituzione degli Stati Uniti

Angelo Forgione – La settimana scorsa, intervenendo in Piazza del Plebiscito al dibattito sulla questione Treves/degrado, ho parlato della necessità di una nuova formazione culturale per una città che nel suo passato ha indicato la via al mondo intero, citando l’esempio di Gaetano Filangieri. È dunque il caso di approfondire quella mia dichiarazione.
Nel 1787, a Filadelfia, fu completata la stesura della Costituzione degli Stati Uniti d’America, nati formalmente il 4 Luglio del 1776. Vi partecipò lo statista statunitense Benjamin Franklin che, proprio tra il 1781 e il 1787, aveva intrattenuto una fitta corrispondenza con il nostro Gaetano Filangieri di cui aveva letto la Scienza della Legislazione, pubblicata nel 1780 e divenuta il testo di riferimento delle colonie nordamericane durante la prima rivoluzione d’indipendenza dei coloni d’America contro la Gran Bretagna. Appena conclusa la stesura, Franklin inviò una copia della carta costituzionale americana al giurista napoletano per testimoniargli l’importanza della sua opera e la sua partecipazione indiretta alla scrittura di Filadelfia. L’illuminismo napoletano, cui tutto il mondo guardava, aveva dato il suo contributo alla creazione della democrazia americana.
Solo nove anni dopo, nel 1796, gli USA crearono una missione diplomatica nel Regno delle Due Sicilie con un Consolato che divenne Ambasciata nel 1832, poi chiusa nel 1861, quando Garibaldi marciò per “liberare” il Sud. Rigorosamente tra virgolette, proprio come scrive il Dipartimento di Stato degli States nella breve storia ufficiale del rapporto diplomatico fra USA e Due Sicilie.
Il rispetto della storia, almeno quello, è ancora oggi ben vivo tra i diplomatici americani. L’ambasciatore David Thorne, nel Dicembre del 2011, sottolineò che l’amicizia tra gli Stati Uniti d’America e il Regno delle Due Sicilie aveva compiuto 215 anni, più antica di quella con l’Italia che aveva 150 anni, e che la missione a Napoli era stata la settima nel mondo, cioè tra le primissime.

Napoli prima nella classifica della “qualità della morte”

le statistiche 2012 de “Il Sole 24 Ore” veritiere sui servizi ma non sull’esistenza

Angelo Forgione per napoli.com – Ci risiamo! Anche quest’anno la rituale classifica della qualità della vita stilata da “Il Sole 24 Ore” vede Napoli in fondo, penultima per la precisione, meglio della sola Taranto. Già lo scorso anno affrontai la questione partendo dal presupposto che a Napoli i servizi sono scarsissimi e che sono davvero poche le cose che funzionano. Come si fa ad assolvere una città in cui il lavoro è una conquista e non un diritto, dove il verde e gli spazi pubblici sono pressoché inesistenti e dove l’ordine pubblico non è assicurato?
Ma queste graduatorie vanno prese per quelle che sono e non per quelle che vogliono essere. La classifica in oggetto non dovrebbe chiamarsi “della qualità della vita” ma “della qualità dei servizi”, che è cosa ben diversa. E per smontarne l’accezione assegnata che tende a proiettare del Nord un’immagine di serenità e del Sud di estremo disagio esistenziale basta tener conto della classifica della “qualità della morte”, quella che dice che i suicidi in Italia sono maggiori al Nord-est e al Nord-ovest, in media al centro e nelle isole e nettamente sotto la media al Meridione. Sono statistiche tratte dal sito dell’ISTAT e dalle quali si evince che la Campania è la regione meno colpita da questa specifica mortalità così come dagli stati d’ansia, seguita da altre del Mezzogiorno ben distanti dai valori critici della Liguria e di altre settentrionali. Le città del Sud hanno i più bassi coefficienti per 100.000 abitanti, Lecce, Messina e Napoli in testa con tutti i loro problemi, mentre schizzano a livelli veramente allarmanti centri come Vercelli, Asti e Cuneo, posti dove paradossalmente la “qualità della vita” è buona quando non ottima. Napoletani e meridionali masochisti? Ma no. Semmai consapevoli del loro handicap civile, del loro disagio sociale e della loro sofferenza. E la sofferenza è vita più che morte, nel senso che se si è allenati alle difficoltà le si affrontano con più preparazione. Tradotto in soldoni, se un meridionale non trova lavoro sa che deve emigrare e arrangiarsi.
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) monitora costantemente questi dati perché la prevenzione del suicidio è una delle priorità di sanità pubblica da perseguire, e mette a confronto i vari paesi OCSE. Ne viene fuori che l’area del Mediterraneo compresa tra Portogallo, Spagna, Italia (più Sud che Nord) e Grecia ha tassi di suicidio nettamente inferiori a paesi come Germania, Austria, Finlandia, Islanda, Irlanda, Estonia, Ungheria e Slovenia. Inferiori persino alle decantatissime Australia e Canada che sono notoriamente i paesi in cui la “qualità della vità” raggiunge i più alti livelli. Per non parlare poi di Stati Uniti e, soprattutto, Giappone.
E allora, vogliamo continuare a dare ascolto al “Sole 24 Ore”? Si, se prendiamo quelle statistiche per fotografia dei servizi. Perché tali sono, altrimenti ci metterebbero la classifica della concentrazione di monumenti, della qualità e della varietà del cibo e tutto quanto attiene alla cultura dei luoghi. A proposito, nello scorporo dei coefficienti che le compongono, è il caso di sottolineare che nella specifica classifica dell’ordine pubblico Napoli si attesta al posto 90. Male, certo, ma meglio di Prato, Milano, Roma, Torino, Pisa, Novara, Forlì Cesena, Bologna, Brescia, Bergamo, Rimini, Pescara, Imperia, Foggia, Sassari e la peggiore Latina. Fate un po’ voi.

Lettera di un americano: «Ho capito la differenza tra Roma e Napoli»

Matt Vogel, ventisettenne cittadino americano residente ad Ardmore in Oklahoma, nativo dell’Ohio e con parenti a Napoli, dopo aver appreso del servizio del TGR Piemonte, ci ha scritto alcune righe per spiegare le piacevoli sensazioni che ha provato durante e dopo il suo viaggio all’ombra del Vesuvio.

Durante il volo che mi ha portato a Napoli dagli Stati Uniti insieme a tutta la mia famiglia ero nervoso, travolto da molte domande e riempito di un sentimento di eccitazione. Non vedevo l’ora di far visita ai miei parenti e conoscere l’antica città di cui avevo letto tanto. Avevo sentito parlare bene e  male di Napoli, ma ho voluto vivere la città di persona e rendermene conto personalmente.
Giunto a Napoli è stato come fare un passo indietro nel tempo. I luoghi, i suoni e gli odori mi hanno subito rapito i sensi e l’architettura è sorprendentemente presente in ogni luogo che ho guardato. Gli edifici storici, i monumenti e le rovine sono una delle mie attrazioni preferite da vedere e Napoli è uno straordinario mix di barocco, rinascimentale e stili medievali. Il Museo Archeologico Nazionale e il Museo Nazionale di Capodimonte sono i più piacevoli da visitare per conoscere la storia della città.
Guardare il Golfo e il Mediterraneo è un altro punto forte di questo viaggio. La bellissima costa è qualcosa che il popolo napoletano dovrebbe essere orgoglioso di avere. La vista della stupefacente bellezza naturale e dell’architettura che Napoli offre sono solo una parte di ciò che c’è da ammirare. Napoli mi ha anche stupito per il miglior cibo che abbia mai mangiato. Ovviamente uno dei migliori piatti mangiati è la pizza che è diversa da qualsiasi altra che abbia mai gustato prima, e certamente molto diversa da quella americana. Il meraviglioso sapore della pizza napoletana cotta nel forno a legna è qualcosa di indimenticabile. Mia zia, una cuoca napoletana, ci ha portato anche alla pizzeria di proprietà della sua amica, Patrizia. Lei ci ha presentato numerosi piatti tra cui gnocchi alla sorrentina e polpette con parmigiana di melenzane. L’ospitalità che ci ha dato era incredibile, spiegandoci la storia dei piatti e come erano preparati. Anche durante il lavoro in una pizzeria affollata non ha mai lasciato il nostro tavolo e sembrava desiderosa di rispondere alle nostre domande.
Durante il mio viaggio a Napoli ho imparato molto sui napoletani, estremamente cordiali e disponibili. Io e mio fratello abbiamo visitato da soli la Galleria Umberto e abbiamo finito per perderci. Non avevamo i telefoni cellulari con gestore italiano, non conoscevamo la lingua e ci siamo sentiti persi. E invece abbiamo trovato una giovane coppia che parlava inglese e ci ha aiutato a ritrovare la strada, accompagnandoci al resto della nostra famiglia. Le persone che abbiamo incontrato lungo la strada erano sempre disposte a darci informazioni e consigli con molta soddisfazione di dare una mano.
Ho un grande ricordo del popolo napoletano! Lungo le strade ride ed è cordiale e questo mi ha fatto capire cosa fa la differenza tra Roma e Napoli. Ho sentito storie di alcuni mie connazionali americani che hanno viaggiato all’estero e hanno incontrato gente poco cordiale ma io non ho mai avuto una simile sensazione in questo viaggio. Anche dopo il mio ritorno a casa sono rimasto in contatto con un paio di napoletani che mi hanno aiutato a conoscere meglio il loro Paese.
L’America è il mio Paese, ma i napoletani ti fanno sentire a casa non appena entri in contatto con loro. Napoli è un posto meraviglioso e merita sicuramente di essere vissuto.

Matt Vogel

io, Benjamin Taylor, innamorato di Napoli… nel bene e nel male

«All’inizio avevo la testa piena di paure e pregiudizi, ora amo tutto di questa città. Non esiste nel mondo popolo più ospitale e raffinato di quello napoletano»

Benjamin Taylor è uno scrittore di origine texana che vive a New York dove è titolare della cattedra di Letteratura alla “Columbia University”. In questi giorni, per la dodicesima volta, è a Napoli per guidare una troupe di Discovery Channel alla scoperta della città. Lui Napoli la conosce benissimo e recentemente ha pubblicato il libro “Naples Declared – a walk around the bay”, dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, che negli Stati Uniti sta raccontando obiettivamente una Napoli diversa e sorprendente pur senza nascondere le sue vergogne, giungendo nella “top 10” americana dei libri dedicati ai viaggi.
Taylor in realtà racconta un po’ la sua esperienza personale, la sua scoperta di Napoli che ha sgretolato i suoi pregiudizi e l’ha condotto ad innamorarsene. Scoperta Iniziata per caso proprio dalla lettura in America di un fatto di cronaca nera accaduto a Napoli. Alla metà degli anni ’90 vi si recò per la prima volta ma per vedere gli scavi vesuviani e Capri. Poi, si legge dal Corriere del Mezzogiorno del 14 Settembre ’12, prima di spostarsi sull’isola per un po’ di relax, volle conoscere la scrittrice Shirley Hazzard residente a Posillipo, vedova di quel Francis Steegmuller di cui aveva letto un racconto. Gli era capitato di essere rapinato con violenza a Napoli ed era finito in ospedale; lì aveva avuto modo di conoscere l’altra faccia della realtà: circondato da mille attenzioni, da grande umanità e comprensione, di quella brutale esperienza, alla fine, gli era rimasto un ricordo assolutamente positivo. Anche la Hazzard, nonostante tutto, era follemente innamorata di Napoli e invogliò Taylor a restare in città e a scoprire le cose veramente importanti, quelle nascoste nel cuore della città. «Furono giorni indimenticabili. Per questo sono sempre tornato», dice lo scrittore americano.
Taylor non ama i luoghi comuni, nel bene e nel male, ma questo è il suo preciso e lusinghiero pensiero sui napoletani: «Non ho mai trovato, in nessun’altra città del mondo, un così spiccato senso dell’ospitalità. E non credo che esista un popolo più raffinato del napoletano. Credo che la generosità e l’apertura mentale dei napoletani siano incomparabili. E credo che nessuno dovrebbe mai pensare che la camorra possa rappresentare la realtà di Napoli. No: la camorra è un esercito di invasori e conquistatori, niente di più. Anch’io prima di venire a Napoli avevo la testa piena di pregiudizi. E una certa paura. Quando arrivai in città e feci la mia prima visita al centro storico, decisi di infilare il passaporto in una sacca che portavo ben assicurata sottobraccio. Andai a vedere il duomo — posto fantastico! — e forse dovetti chinarmi o fare un movimento strano. Fatto sta che qualche ora dopo, quando ormai ero molto lontano da lì, mi accorsi che il passaporto non era più nella sacca. Tornai quasi di corsa sui miei passi fino al duomo, ma lo trovai chiuso e sbarrato: era ormai quasi sera. Disperato, mi guardai intorno con un senso d’impotenza, e fu allora che, seduto su un gradino del sagrato, vidi un tizio che si faceva vento con una specie di libretto. Era il mio passaporto, e lui mi stava aspettando per restituirmelo. Fu la mia iniziazione alla favolosa gentilezza dei napoletani. E del resto lo so bene anch’io che basta andare a Roma, a un’ora da Napoli, e avere la sensazione di essere quasi in Scandinavia, in tutt’altro mondo. Ma il problema è sempre quello: non bisogna fermarsi alla superficie, si deve andare più a fondo».
La domanda da porsi è: cosa sarebbe Napoli se anche il senso civico fosse generalmente diffuso? Ma forse è una domanda inutile.

leggi l’articolo sul Corriere del Mezzogiorno

Di Napoli ce n’è una sola… ma anche no

Naples e Napoles, comunità omonime nel mondo

Un cordone ombelicale lega Napoli agli Stati Uniti e non è solo fama di canzoni, cibo e bellezze della città partenopea. Napoli è città italiana con molte omonime dedicate nel nuovo mondo, dove gli emigranti del periodo post-unitario si trasferirono per cercare fortuna.
Il caso più significativo è quello di Naples, città della Florida, fondata nel 1880 col nome della città partenopea per via del clima assolato e mite, del mare pescoso e della bellezza del posto paragonati al golfo di Napoli, anche se in realtà la conformazione geologica del luogo è ben diversa dalla Napoli originale. Vi si era trasferito l’ex calciatore Giorgio Chinaglia che curiosamente aveva giocato nell’Internapoli prima di diventare bandiera della Lazio, poi deceduto prima della partita Lazio-Napoli. Nel film statunitense “Stigmate” del 1999, c’è la scena in cui i due protagonisti si conoscono; un prete gesuita chiede ad una parrucchiera da dove viene. Lei risponde “Naples” riferendosi alla cittadina americana ma lui, sorridente, commenta in in italiano “la città più bella città del mondo” per poi ricevere chiarimento dell’equivoco.
Non solo la bella Naples sul mare, negli USA ve ne sono ben undici. Nel 1834, era già nata la città di Napoli nella contea di Cumberland nel Maine, nord USA. E poi la comunità di Naples nella contea di Boundary nello stato dell’Idaho composta da contadini e taglialegna in cui gli emigranti napoletani si trasferirono per costruire intorno al 1890 la prima ferrovia che attraversò la contea. Stesso nome per la Naples della contea Uintah nello Utah e per quella nella contea Ontario dello stato di New York dove, nella contea Cattaraugus c’è un’altra Napoli, stavolta chiamata all’italiana; e ancora, la Naples della contea di Clark in Dakota del Sud, la Naples nella contea di Scott in Illinois, la Naples nella contea di Morris in Texas e la Naples nella contea di Buffalo in Wisconsin.
Oltre gli USA, più a Sud vi sono Napoles in Messico, Bolivia, Colombia, Costa Riva, Ecuador, Messico e Filippine; e ancora Naples in Gambia.