Il dialetto meno apprezzato? Il napoletano (ma non si sa di chi sia l’indagine)

Angelo Forgione – C’è francamente da sorridere sulla notizia diffusa da Preply.com dieci mesi or sono e rimbalzata fortemente qualche giorno fa, in occasione della Giornata nazionale dei dialetti, che vedrebbe il Napoletano il meno apprezzato di tutti.
L’indagine demoscopica, o presunta tale, che ha generato la notizia è a dir poco nebulosa. Chi l’ha condotta? “Un istituto di ricerca di mercato indipendente”, avverte l’ucraina Nadiia Mykhalevych, senza citarlo. Attendibilissimo, direi.

E non è per niente credibile quello che tale indagine avrebbe evinto: “Secondo l’analisi, il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto.”

Quindi, secondo gli over 55, il napoletano è okay, ma non lo è per i giovani. Strano che Mare Fuori sia tanto amato dai ragazzi italiani, che cantano in massa le canzoni dei rapper e trapper napoletani. Così appare una notizia creata ad arte, artificiosa, per generare chiasso proprio sul dialetto evidentemente più popolare — altro che impopolare! — da una piattaforma che, per chi non lo sapesse, è un un marketplace online per l’apprendimento delle lingue che mette in contatto i tutor con centinaia di migliaia di studenti in diversi Paesi del mondo e propone lezioni private online, e che, probabilmente, provando a far parlare di sé, avrà cercato di adescare nuovi “studenti”. Anche perché l’analisi dice persino che “pure tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità”. Ma vi pare credibile? Un popolo che ha il più alto tasso di bilinguismo italiano-dialetto e che di ciò ne ha fatto un forte tratto distintivo e identitario? Suvvia.

Un altro sondaggio, altrettanto vago nelle metodologie adottate, indica il Napoletano come il più sexy tra i dialetti italiani (SpeedVacanze.it).
Insomma, online si legge tutto e il contrario di tutto, ma a fare da Cassazione, come sempre, è la storia, e quella dice insindacabilmente che il Napoletano è idioma di altissima dignità letteraria, pari a quella dell’Italiano; è lingua d’arte della Canzone, del Teatro, del Cinema e della Cultura in generale, l’unica dialettale ad aver fatto il giro del mondo e a rifarlo continuamente, dal Cinquecento a oggi.

Bando alle facezie, dunque, e rispolveriamo piuttosto le parole vere di Lucio Dalla, tanto per citare “uno qualsiasi”:
“Studio il Napoletano tutte le settimane da anni. Se potessi fare un’iniezione da duecentomila euro con tutto il Napoletano dentro la farei subito per poter pensare, parlare e ragionare come loro sempre”.

Più napoletano degli altri

Angelo Forgione – Quale migliore data della Giornata del Dialetto e delle Lingue Locali per dire in lingua dialettale che ‘o sestu figliu mio parlarrà napulitano! Ho infatti concluso il mio nuovo manoscritto e avviato la macchina editoriale di tale appassionato lavoro, un trattato proprio sulla lingua dialettale napoletana, la cui uscita è prevista in primavera.

Oltre due anni di appassionato impegno per dare completezza alle due metà da cui sarà composto il saggio: una storica e una didattica.
La parte storica è frutto di una rigorosa ricostruzione dell’evoluzione nei secoli dell’idioma partenopeo, anche in relazione alla koinè italiana, e quindi del percorso linguistico di Napoli rispetto a Firenze.
La parte didattica, altrettanto sudata, è una sorta di prontuario chiaro e completo per l’assimilazione di un’ortografia corretta a supporto e beneficio di coloro che vogliano minimamente padroneggiare la scrittura di una lingua d’arte, una delle pochissime di reputazione internazionale tra quelle dialettali.

La Giornata del Dialetto e delle Lingue Locali, nonché le versioni dialettali di Topolino appena pubblicate e andate a ruba, dimostrano quanto la dialettofonia rappresenti una parte importantissima della cultura italiana. Ennesimo segno della vittoria su chi, dall’alto, ha provato a cancellarla tra l’unità d’Italia e gli anni Settanta del Novecento.
L’omologazione linguistica e la sparizione dei dialetti, fortunatamente, non si sono compiute. Oggi, pur convergendo verso l’uso dell’italiano quasi la totalità degli italiani, la dialettofonia è ancora più o meno radicata nel comportamento linguistico, e restano vive le espressioni locali. In alcune regioni, come in Campania e in Veneto, il bilinguismo è più alto che altrove, e la percentuale di uso alternato di italiano e dialetto in famiglia e tra amici è davvero alta.

In un’epoca in cui non c’è più traccia di contrasto ai dialetti, il problema, in certe aree come quella napoletana, non è più quello di preservarne l’uso ma quello di proteggerne la scrittura dalla mancanza di uno standard riconosciuto, problema che sta generando il proliferare di un’ortografia “fai-da-te” e un eccesso di libertà nel trasformare il napoletano a proprio piacimento, rifugiandosi nell’alibi fornito da quella che è una lingua viva, quindi soggetta come tutte le altre a modifiche nel tempo. Tale libertà sta contribuendo a spostare una lingua d’arte nel recinto dei dialetti. Si sta correndo il rischio che il napoletano non venga più considerato una lingua letteraria, come lo è stata per secoli, e che perda quindi il suo prestigio, esattamente quello che viene riconosciuto a quei pochi dialetti non solo parlati ma anche scritti a livello autoriale.

Per fortuna, tra i veri amanti dell’identità partenopea affiora un certo rispetto per l’ortografia del napoletano, attorno al quale si è palesato un crescente interesse, anche di giovani e meno giovani di altre aree d’Italia appassionati di musica e serie televisive, testimoniato da alcune coraggiose iniziative didattiche, alle quali mi appresto ad aggiungere questo mio lavoro, andando oltre e svelando anche la storia di una grande città, Napoli, sede dell’unica corte reale della Penisola, che ha lasciato fare la più piccola Firenze e ha contribuito ad avviarne la spinta linguistica. E però ha continuato a parlare al mondo in maniera spontaneamente poliedrica, anche attraverso il suo logos territoriale, che ne definisce la condizione identitaria; e non poteva che riscattarsi, senza neanche imporselo, anche da una sua certa indolenza linguistica plurisecolare.

Ma per dirci tutto, ci leggiamo in primavera.

A 10 anni dalla morte di Pino Daniele, i say «tu staje cca»!

Angelo Forgione – Sapete cosa significò l’irruzione di Pino Daniele sulla scena musicale italiana? Erano, i Settanta, gli anni della grande crisi dei dialetti. Pier Paolo Pasolini a malincuore e Italo Calvino con sollievo li avevano dati per spacciati. A Napoli sorse pure la demonizzazione dei genitori nelle famiglie benestanti della città, quella per lo spontaneo uso della parlata natìa da parte dei figli, ai quali si smise di trasmetterla perché considerata erroneamente retriva e volgare. L’ordine era perentorio: «Parla bene!».

In questo difficile scenario, Pino Daniele osò una contaminazione musicale con il blues americano e l’uso di un napoletano più moderno e sfrontato. Riuscì ad affermarsi, e ad arrestare la ghettizzazione del napoletano in musica. Fu di fatto lui a rigenerare lo sdoganamento della parlata partenopea, riportata da lì in poi sulla scena internazionale e poi definitivamente legittimata dall’uso disinibito e spontaneo che ne fece Massimo Troisi, non a caso amico di Pinotto e a questi accomunato nel dare una più asciutta immagine dei napoletani, lontana da quella del folclore.

Nel 2006, il linguista torinese Gaetano Berruto parlò di “risorgenza dialettale” per fotografare una nuova attenzione verso le parlate locali d’Italia dopo l’assopimento degli anni Settanta. Una risorgenza che doveva molto al napoletano, a sua volta obbligato con Pino Daniele, anche se allontanatosi dal “Neapolitan Power” degli esordi. Lui, cavallo di razza, un puledro che aveva bisogno di frustate di napoletanità per galoppare, dopo aver rivoluzionato la musica napoletana, si era adeguato al trotto del pop italiano e si era fatto divorare dallo star-system commerciale. Aveva chiuso nel cassetto un codice linguistico-musicale di cui sentì la mancanza anche Federico Salvatore, cantandola in una sua celebre canzone: “Chiederei a Pino Daniele che fine ha fatto ‘Terra mia’, ‘Siamo lazzari felici’, ‘Quanno chiove’, ‘Appocundria’, ‘Napule è ‘na carta sporca’, ’Napule è mille paure’, ‘Ma pe cchiste viche nire so’ ppassate ‘sti ccriature’.

Si Pino se fosse astipato pe nnu’ murì, fuorze stesse ancora cu nnuje, e so’ ssicuro ca stesse cantanno n’ata vota ‘o nnapulitano… oggi di fortissima tendenza.

40 anni senza Eduardo, alfiere del linguaggio napoletano

Angelo Forgione – 31 ottobre 1984, ultimo giorno in vita dell’immenso Eduardo De Filippo. Ricordarlo significa andare ben oltre la rassegnazione del suo «fujitevénne», caricato di un peso e di un significato diverso da quello che in realtà conservava, per via, credo, di un certo modo di interpretare Parthenope. Quell’invito non era rivolto ai napoletani ma ai giovani attori napoletani che gli chiedevano di indicargli la strada per riuscire. Risposta: «Se volete fare qualcosa di buono (per voi attori), fujitevenne ‘a Napule». La politica locale gli aveva promesso un Teatro Stabile e la direzione dello stesso, ma erano rimaste solo chiacchiere. Uno scontro raccontato da Isabella Quarantotti De Filippo, sua moglie, nel suo libro Eduardo – Polemiche, pensieri, pagine inedite del 1985. Il significato di quell’amaro invito ai suoi epigoni è stato assolutizzato da una stantia narrazione sulla città come una spinta all’emigrazione per tutti i napoletani.

Di Eduardo mi preme evidenziare un aspetto identitario più sostanziale: è stato uno dei massimi artefici della resistenza del napoletano in un’epoca, quella fascista, di contrasto ai dialetti, già definiti nel 1903 “la malerba dialettale” dal critico letterario Pietro Mastri, infastidito dal grande successo dei poeti dialettali della Penisola, tutti incoraggiati dall’uso insistito del dialetto da parte degli artisti napoletani, che nell’Italia che provava a fatica a valorizzare la lingua unica, rappresentò l’elemento di massima garanzia di conservazione delle parlate locali.

Il grande successo Natale in casa Cupiello, del 1931, e le commedie successive furono portate in scena con un napoletano italianizzato affinché fosse compreso da tutti. Nel 1984, poco prima di morire e superata la più grande crisi dei dialetti, quella degli anni del miracolo economico in cui s’era diffusa la convinzione che fossero destinati a scomparire (Pasolini ne aveva tristemente constatata “la tragedia della perdita“), in una nota alla sua traduzione de La tempesta di William Shakespeare, Eduardo scrisse:

[…] Quanto al linguaggio, come ispirazione ho usato il napoletano seicentesco, ma come può scriverlo un uomo che vive oggi; […]. Però… quanto è bello questo napoletano antico, così latino, con le sue parole piane, non tronche, con la sua musicalità, la sua dolcezza, l’eccezionale duttilità e con una possibilità di far vivere fatti e creature magici, misteriosi, che nessuna lingua moderna possiede più. […]

Alla sua morte, il testimone del napoletano parlato passò a Massimo Troisi e a Pino Daniele, grazie ai quali, e non solo a loro, si arrivò lentamente a chiudere l’epoca del «parla bene!» nelle famiglie medioborghesi di Napoli, cioè del dover parlare italiano, e poi ad aprire il problema del parlare bene il napoletano. Oggi, momento in cui non c’è più traccia di contrasto ai dialetti, e il napoletano è di fortissima tendenza, si pone anche quello di tornare a scriverlo (bene).

La parola italiana più diffusa al mondo è napoletana

La parola italiana più diffusa nel mondo? È pizza, pure tra le più diffuse in assoluto. Si tratta esattamente di parola dialettale napoletana, come ci spiega lo scrittore rinascimentale Benedetto Di Falco nel suo Rimario del Falco (vedi immagine) del 1535, riferendoci che il particolare lemma partenopeo, almeno già dal primo Cinquecento, è sinonimo di focaccia:

“Focaccia in Napoletano è detta pizza“

Parola oggi comprensibile al mondo, in tempi remoti era ignota al di fuori dei territori di Napoli. Secondo Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, derivazione di pititia (particella “titi” > tts), di appartenenza allo strato germanico-longobardo, che al plurale (pititie) si ritrova in un documento napoletano di enfiteusi dell’anno 966, la più antica attestazione di tale termine, derivante a sua volta dal greco pita/pitta, trasformata dai Longobardi, la cui lingua presentava il principio fonetico della “seconda mutazione consonantica”, che poteva far pronunciare la lettera ti come zeta. Inutile ricordare che i napoletani sono un popolo di origine greca.

Trentun’anni più tardi, nel 997, si legge la parola pizze in un documento scritto in latino, il Codex Diplomaticus Cajetanus di Gaeta, a quel tempo territorio ducale autonomo di retaggio storico campano. L’atto aveva per oggetto la locazione di un mulino presso il fiume Garigliano e del terreno annesso di proprietà del vescovato a condizione che “[…] ogni anno nel giorno di Natale del Signore, voi e i vostri eredi dovrete corrispondere […] dodici pizze, una spalla di maiale e un rognone, e similmente dodici pizze e un paio di polli nel giorno della Santa Pasqua di Resurrezione”.
Non si trattava certamente di pizze come le intendiamo noi ma di preparazioni ripiene rustiche o dolci, accezione ancora oggi parallela e secondaria a quella più comune (pizza di scarole, etc.), come si evince da quel che scrive Bartolomeo Scappi, cuoco papalino, che nel secondo Cinquecento scrisse come preparare “torta di diverse materie da Napoletani detta pizza“. Lo stesso fece Jacopo Sannazaro, citando “la piza cun lo mèle“.
Successivamente, la parola si irradiò nei vari volgari meridionali, assumendo una pluralità di significati gastronomici.

È alla fine del Cinquecento, quando a Napoli pizza era sinonimo di focaccia, che si affermò la “mastunicola”, una pizza antesignana di quella dei giorni nostri condita con strutto, pepe, formaggio di pecora e tanta vasinicola, il basilico in napoletano (dal greco vazilikon), che, per storpiatura, diede il nome alla pietanza.

Il filologo Emmanuele Rocco, nel 1858, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti” diretto da Francesco De Bourcard, confermò che pizza, come parola e come pietanza, era una specificità esclusivamente napoletana:

“La pizza non si trova nel vocabolario della Crusca, perché […] è una specialità dei napoletani, anzi della città di Napoli (…)”.

Era ormai la pizza moderna, cioè rossa, condita con il pomodoro, che dall’inizio dell’Ottocento, nella tipicità lunga, era anch’esso una specificità della sola cucina popolare di Napoli. È in questo passaggio che bisogna individuare la vera rivoluzione dei pizzajuoli di Napoli, che in seguito avrebbe fatto scuola nel mondo.

L’ingresso nei vocabolari di lingua italiana avvenne solo nel 1905, nel Dizionario moderno di Alfredo Panzini:

“Nome volgare di una vivanda napoletana popolarissima”.

La parola dialettale napoletana pizza e la pietanza partenopea che indica divennero internazionali solo dal dopoguerra in poi, quando i turisti americani, che avevano conosciuto la pizza nel loro paese grazie agli emigranti napoletani e ai soldati yankees inviati a Napoli, la cercarono a Roma, a Firenze, a Venezia e un po’ dappertutto, ma non la trovarono. La domanda americana creò l’offerta italiana di un prodotto che a Napoli era noto da qualche secolo.
Si tratta del cosiddetto “pizza effect“, un termine sociologico che indica qualcosa che nasce in un luogo specifico, diventa noto in un’altra nazione che fa conoscere quel qualcosa alla nazione in cui si trova il luogo specifico d’origine.

Certo che la pizza, in quanto disco di pasta condito, non nasce a Napoli. I “padri” spirituali della pizza sono gli antichi Egizi, che hanno scoperto il lievito. I fornai della Neapolis greca di due millenni e mezzo fa preparavano qualcosa di molto simile al “plakuntos” greco, un disco di pane insaporito con erbe, spezie, aglio e cipolla. A Napoli, tra il Seicento spagnolo e l’Ottocento borbonico, la preparazione della pizza diventa arte, oggi riconosciuta dall’Unesco quale patrimonio immateriale dell’Umanità (Arte dei Pizzajuoli Napoletani). Con l’introduzione universale del pomodoro lungo nella dieta napoletana, poi insegnata all’Europa intera e oltre, si afferma la pizza in rosso, e così si è diffusa nel mondo, insieme al suo nome.

Il Cavallo, simbolo ed eccellenza di Napoli

Angelo Forgione — Se divulgo storia identitaria di Napoli, del Sud e oltre, è perché lì c’è dell’eccellenza sotterrata da altra storia, da riportare alla luce. E se insisto sull’importanza del cavallo nella storia di Napoli non è per capriccio.
Oggi ci ha pensato il piemontese Guido Crosetto, ministro della Difesa delle Repubblica italiana a fare da sponda importante. Questi, a margine del suo intervento all’Aerospace Power Conference di Roma per i 100 anni dell’Aeronautica Militare, ha accennato alla genesi del cavallino rampante della Ferrari (nel videoclip), dimostrando di aver recepito la grandissima valenza del cavallo in quanto eccellenza di Napoli e del Sud Italia.

“Oggi siamo qua a parlare di futuro — ha detto il Ministro — ma un futuro esiste quando esiste un passato, e noi in questo settore abbiamo un grande passato. Molti di voi collegano l’immagine del cavallino rampante a quello della Ferrari, ma è il cavallino rampante che era sull’aereo di Francesco Baracca. Ma in realtà, se andiamo ancora più indietro, è la rappresentazione di un cavallo di razza Persano allevato dai Borbone, che governavano l’Italia del sud ancora prima che nascesse l’Aeronautica. Questo per ricordare che abbiamo una storia che si intreccia…”.

Intercettate le parole di Crosetto, riporto a corredo alcuni passaggi del mio Napoli svelata, a beneficio di chi vuol saperne di più:

“La tradizione equestre di Napoli fu alimentata enormemente in epoca borbonica, partendo dalla volontà di Carlo di Borbone di ottenere dei cavalli ancor più agili e resistenti, facendo avviare presso la tenuta di caccia di Persano un incrocio tra giumente del Regno di Napoli e veloci stalloni turchi che diede origine, alla metà del Settecento, alla pregiata Razza reale di Persano. Poi incrociata a stalloni spagnoli nella specialissima tenuta di Carditello, dotata da Ferdinando di un apposito ippodromo, divenne razza dei cavalli di Stato, la migliore dell’epoca, di fama internazionale alla fine del secolo.
[…]
Nel 1929 nasceva la Serie A, il torneo a girone unico, e contemporaneamente, con le automobili che sostituivano i cavalli, veniva fondata a Modena la Scuderia Ferrari per la gestione sportiva delle Alfa Romeo da corsa. Tre anni più tardi anche quei bolidi mostrarono in gara uno scudetto con il cavallo rampante su fondo giallo assai somigliante all’emblema della città di Napoli, e un legame c’era. Il pilota Enzo Ferrari aveva ricevuto quello stemma in dono dalla contessa Paolina Biancoli, madre del capitano Francesco Baracca, cavaliere e fuoriclasse dell’aviazione italiana durante la Prima guerra mondiale, defunto in battaglia nel 1918 dopo aver vinto trentaquattro duelli aerei. Sulla fusoliera del suo areoplano, il mitico aviatore romagnolo aveva fatto dipingere un cavallo rampante nero su fondo bianco in onore del suo reggimento di cavalleria, e la madre aveva invitato l’amico Ferrari a mettere quell’effigie sulle sue vetture da corsa, ché gli avrebbe portato fortuna. Suggerimento accolto, sostituendo il bianco di fondo con il giallo canarino per tributare la città di Modena. I puledri montati abilmente da Francesco Baracca erano di Razza reale di Persano; quella specie, ridotta a pochissimi esemplari dal Ministero della Guerra dei Savoia dopo l’Unità d’Italia in quanto simbolo della dinastia napoletana, era stata ripresa opportunisticamente intorno al 1900 dallo stesso ministero, resosi conto del grande errore commesso. Le originali doti di resistenza e agilità della ribattezzata Razza Governativa di Persano erano tornate utili per le esigenze militari ma anche sportive, e avrebbero fruttato medaglie alle Olimpiadi negli anni Sessanta con i fratelli Raimondo e Piero D’Inzeo. Il famoso “cavallino rampante” di Baracca, quello che oggi è il marchio di maggior valore al mondo, potrebbe davvero essere un superbo cavallo “borbonico”, dismesso nuovamente dall’Esercito italiano negli anni Novanta e salvato ancora dall’estinzione dall’appassionato principe siciliano Alduino da Ventimiglia di Monforte, che è riuscito ad assicurarne alcuni esemplari all’anch’essa recuperata tenuta casertana di Carditello, dove ancora oggi le stesse scuderie in cui fu selezionata la razza e il bellissimo ippodromo settecentesco, il più grande al mondo all’interno di un complesso reale, consentono la vita in libertà a una specie che rappresenta l’eccellenza napoletana al tempo in cui il cavallo era elemento determinante.”

Ma la tradizione equestre di Napoli risale almeno al Cinquecento, ovvero all’arte dell’Alta Scuola napoletana di Equitazione, fondata da Federico Grisone:

“Una maestria applicata all’insegnamento ma anche all’addestramento del nobilissimo Cavallo Napolitano, preferito a tutte le razze dall’esperto Carlo V e da altri grandi sovrani del tempo per la sua incredibile obbedienza e per la sua meritata fama di gran corsiero da guerra. Frutto di una selezione iniziata nel XIII secolo in territorio campano per ottenere cavalli più eleganti, veloci e leggeri di quelli ben più massicci necessari alla decaduta cavalleria medievale, veniva allevato in tutto il Regno di Napoli, di cui era in qualche modo rappresentativo, e da qui esportato verso il resto d’Italia e d’Europa anche come miglioratore di altre specie, apprezzato dappertutto per superiorità di intelligenza, mitezza, forza, bellezza, eleganza, leggerezza, portamento e andatura”.

Il Cavallo Napolitano era già allora considerato tra i più pregiati al mondo, insieme al turco e al berbero. E i maestri dell’accademia di Equitazione partenopea diffusero in tutta Europa uno straordinario metodo per addestrare i cavalli, quello che oggi è il Dressage, disciplina non più accademica ma sportiva, e olimpica.

Andando ancora più indietro, è nel Duecento che il cavallo diventa simbolo di Napoli, incarnando il popolo napoletano, indomito e scalciante…


per approfondimenti: NAPOLI SVELATA e MADE IN NAPLES


Il napoletano, la lingua dell’amore che non sa più dire “ti amo”

Angelo Forgione  — «Ti amo», si dice in Italia, ma non più a Napoli. Sì, perché un napoletano che si dichiara con il suo dialetto/lingua usa oggi l’espressione «te voglio bbene assaje» e, se proprio vuol essere più travolgente, la formula «songo ‘nnammurato ‘e te». Niente «ti amo», dunque. Bandito, non esiste. E invece no! Magari non si dice più, ma il napoletano, la lingua dell’amore, le conosce quelle due parole importanti. Ne ho trovato traccia nel trattato Del dialetto napoletano scritto nientepopodimeno che dal brillante economista Ferdinando Galliani e pubblicato nel 1779. Sfogliandolo, ci si imbatte nella coniugazione del verbo “Amare”, preceduta dall’avvertenza che la seconda persona singolare, per regola generale, termina sempre con una e. Dunque, nel fulgido Settecento napoletano dei Lumi, la gente del Regno diceva «ti amo», altroché!

Ferdinando Galiani è attendibilissimo, quantunque abruzzese di nascita e pugliese di origini. Crebbe a Napoli dall’età di sette anni, e qui costruì la sua formazione profondamente intellettuale, diventando uomo di grande lustro e importanza universale con il suo trattato Della moneta del 1751, tanto da essere più volte citato ne “Il Capitale di Karl Marx del secolo successivo per le sue intuizioni sul mondo valutario del Secolo dei Lumi, sul valore economico dei beni e su quello del lavoro necessario per produrli. Il trattato dialettale sull’idioma partenopeo lo pubblicò cinquantenne, rivendicando il primato della lingua aulica napoletana su quella toscana e indicando la necessità di salvaguardare quella più vicina al latino per respingere quella contaminata dal dialetto plebeo, e renderla lingua ufficiale del Regno di Napoli.
Magari è stata proprio la contaminazione volgare a mettere in second’ordine l’espressione “t’amo”, indicando la via al grande filone della canzone classica napoletana di Ottocento e Novecento. Come dimenticare il celebre valzer Te voglio bbene assaje del 1839, in cui il paroliere e ottico Raffaele Sacco scrive il verso “I’ t’aggio amato tanto, e t’amo e tu ‘o ssaje”. Libero Bovio, nel primo Novecento della Belle Époque, rese con un “mo nun ce amammo cchiù” la malinconica realtà di un amore finito tra un anonimo lui e la sua Reginella. Ed Eduardo De Filippo, nel 1984, traducendo in napoletano La Tempesta di Shakespeare, scrisse “Te voglio bene e t’amo, cchiú t’amo cchiú te stimo e cchiú t’onoro!” per napoletanizzare la frase originale “Do love, prize, honour you.” rivolta da Ferdinando, principe di Napoli, alla figlia del duca di Milano.
Dunque, ci siamo convinti che la lingua dell’amore non preveda la più eloquente delle dichiarazioni d’amore. Ma davvero vogliamo continuare a privare di un sentito «ti amo» proprio la lingua dei sentimenti?

Corso base di lingua napoletana con Sii Turista

Angelo Forgione – Ma che sofferenza vedere frasi in napoletano scritte in modo a dir poco azzardato. Perciò sono felice di collaborare con Sii Turista Della Tua Città, presso la loro sede, in via Duomo 14, Napoli, dove terrò un corso base di lingua napoletana scritta e parlata in cinque lezioni di un’ora ciascuna, da sabato 12 novembre e per i quattro sabati a seguire (dalle ore 11 alle 12).

Disponibile l’opzione streaming per tutti coloro che non possono essere presenti in sede. Per info e prenotazioni, scaricare l’app di Sii Turista della Tua Città, oppure scrivere a sii.turista@libero.it

Il più bel viaggio di Fabio Pisacane è finito

Angelo Forgione – In un calcio sempre non troppo credibile mi piace ricordare che ha appena appeso le scarpette al chiodo un esempio: Fabio Pisacane, napoletano dei Quartieri Spagnoli, colui che undici anni fa, dopo aver sconfitto la sindrome paralizzante di Guillain-Barré, da calciatore del Lumezzane in C1, rifiutò di truccare una partita in cambio di soldi, molti soldi, per inseguire il sogno di arrivare in Serie A. Nel frattempo, a Bergamo, i tifosi dell’Atalanta scendevano in strada per difendere il truccatore seriale di partite Cristiano Doni da Verona al grido di «Noi non siamo napoletani».

L’esemplare denuncia di Fabio venne stranamente eclissata dalla stampa nazionale, che mandò sulle prime pagine il solo Simone Farina, difensore romano del Gubbio, encomiabile anch’egli per la denuncia di una tentata combine che seguiva quella del napoletano. Se ne stette in silenzio, il ragazzo dei “Quartieri”, ma pochissimi attenti alla vicenda, tra cui chi scrive, incalzarono finché non gli furono assegnati i giusti meriti.

Fabio realizzò il sogno dell’esordio in Serie A il 18 settembre 2016, a trent’anni, da ambasciatore FIFA del calcio pulito. Il destino scherza, e l’avversario del suo Cagliari, quel giorno, fu proprio l’Atalanta. Sul punteggio di 1-0 per i Sardi commise un fallo che costò il rigore a favore degli Orobici. Penalty fallito, e festa salva. Finì 3-0.

Nel dopo-gara Fabio non trattenne l’emozione al microfono di un’emittente sarda:

«Stava succedendo l’impossibile ma non poteva finire così. Oggi il destino mi ha dato una grossa mano. Da quattro mesi pensavo notte e giorno a questo momento e a tutte le difficoltà che ho attraversato. Però non ho mai mollato un secondo…». La voce rotta: «Non ce la faccio».

Qualche minuto per drenare le lacrime di gioia e di nuovo al microfono:

«Era una partita che sognavo da tempo, ho mangiato tanta polvere, ma ce l’ho fatta».

Fabio lo avevo incontrato ai Quartieri Spagnoli un mese prima e gli avevo detto che aspettavo fortemente il suo esordio in A. E oggi che smette in silenzio con il calcio giocato continuo a parlare di lui come ho sempre fatto da quando ha denunciato il tentativo di combine, perché sono napoletano come lui, e non posso dimenticare che un altro atleta, incastrato dai controlli antidoping, si difese da colpevole pretendendo fiducia dal suo medico così: “Sono altoatesino, non sono napoletano“. Scrisse esattamente questo, Alex Schwazer, in una email. Finì per confessare ed essere squalificato, dovendo restituire la medaglia olimpica vinta.

Perciò ricordo orgogliosamente uno sportivo come tanti che, silenziosamente, ha insegnato i valori della lealtà e della perseveranza, da napoletano fiero. Perciò continuo ancora a celebrare Fabio, volto sano di Napoli e ambasciatore del Calcio pulito, in un mondo che troppo spesso, e a sproposito, punta il dito sui napoletani.
Ora, per lui, inizia una nuova vita nel rinnovato staff tecnico del Cagliari. Riparte nelle vesti di tecnico, e certamente insegnerà i veri valori dello sport ai calciatori con cui lavorerà.
Voi, se lo incontrate per strada, a Cagliari o a Napoli, ditegli semplicemente “grazie”. Se lo merita!

È nato un napoletano fiammingo. Mertens merita la cittadinanza onoraria.

Angelo Forgione — Con gran giubilo tra i napoletani, i coniugi Mertens di Lovanio hanno data compiutezza alla loro aderenza partenopea assegnando al loro primogenito un nome assai diffuso nella provincia di Napoli, dove è concentrata più della metà dei Ciro nazionali. Come sempre, è la storia antica della Città a spiegare il perché di questa tipicità locale.Si tratta di un nome che riconduce al tempo della Neapolis greco-romana. Già i Greci conoscevano il nome Κυρος (Kyros), dal persiano Kūrush. In quella città piena di opportunità si stabilì una comunità di Alessandrini d’Egitto per fare gran commercio, anche durante l’epoca romana, quando Nerone ne stimolò l’ingrandimento. Quegli africani vivevano nel quartiere Regio Nilensis, dove oggi troneggia l’antichissima statua del dio Nilo. Alcuni si chiamavo Kyr, come anche il martire di Alessandria Abba Kyr, cioè “padre Ciro” in lingua copta, ovvero san Ciro.

Abba Kyr dà il nome ad Aboukir, la località sull’omonima baia egiziana nei pressi di Alessandria, famosa per una sconfitta di Napoleone, dalla quale gli Alessandrini partivano per raggiungere Napoli. Furono loro a edificare anche un tempio in suo onore nei pressi della statua del Nilo. Alcuni di loro, evidentemente, si chiamavano Kyr, come i greci Κυρος e poi i napoletani Ciro.

Le reliquie e i resti di Abba Kyr, morto nel 303 d.C., furono traslati da Alessandria a Roma nel X secolo, e nel Seicento nella chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, la più popolosa città dell’Europa barocca, dove ancora erano presenti molti mercanti Alessandrini, contribuendo a diffondere la devozione verso san Ciro nel popolo napoletano e non solo, visto che il Martire è peraltro patrono di Portici e Nocera Superiore. Le spoglie del Santo alessandrino si trovano tuttora a Napoli.

Dries e Kat potevano far nascere il loro primogenito in Belgio e potevano dargli un nome fiammingo, e invece gli hanno dato la luce a Napoli e un primo nome “partenopeo”. Perché Napoli li ha formati, e loro si sentono ormai per metà napoletani.
Ovunque saranno, da oggi e per sempre, Ciro Romeo, frutto del loro amore shakespeariano, sarà sempre il figlio che hanno voluto, e come l’hanno voluto: napoletano!

Una domanda, a questo punto, la farei: ma Dries Mertens e Signora cosa devono fare più per avere la cittadinanza onoraria napoletana?