Napoli e il suo cibo, prima discriminati e poi ricalcati

Angelo ForgioneFu nel Seicento che la pizza napoletana iniziò ad affermarsi, ovviamente a Napoli . A quel tempo, la parola “pizza“, apparsa per la prima volta nel Codex diplomaticus Cajetanus di Gaeta dell’anno 997, era riferita a preparazioni ripiene rustiche e dolci, accezione ancora oggi parallela a quella più comune. I fornai di Napoli cuocevano l’impasto condito in modo più semplice: strutto, pepe, formaggio di pecora e tanta vasinicola, il basilico, che, per storpiatura, dava a quella pizza il nome di “mastunicola”. La vendevano per le strade. Niente stoviglie e posate; niente tavoli e sedie. La pizza napoletana nacque esattamente come cibo di strada per il popolo partenopeo.

Pizze bianche che dai panifici passarono ad essere sfornate da specifiche botteghe dei pizzajuoli, come quella inaugurata nel 1738 nella chiassosa strada di Port’Alba. Per consentire agli avventori di mangiarle in piedi, i pizzaiuoli napoletani presero a stendere l’impasto in modo da ottenere uno strato sottile da tenere in forno giusto il tempo della cottura, senza biscottarlo, così da poter ripiegare la pietanza, una volta pronta, due volte sulla sua larghezza, “a libretto”, e metterla tra le mani degli avventori. Ugualmente ripiegate, le pizze venivano sistemate in caratteristici contenitori in rame, le cosiddette “stufe”, utili a distribuire il prodotto caldo e fragrante nelle strade limitrofe, dove venivano consumate senza alcuna formalità.

Ancora a metà dell’Ottocento, quando il pomodoro stava facendo irruzione su pizza e maccheroni napoletani, il pizzaiuolo che non preferiva stendere l’impasto a mano usava… il matterello! Non era un’eresia a quell’epoca, come testimonia lo scritto del filologo napoletano Emmanuele Rocco nel 1858:

Prendete un pezzo di pasta, allargatelo o distendendolo col matterello o percotendolo colle palme delle mani, metteteci sopra quel che viene in testa, conditelo di olio o di strutto, cocetelo al forno, mangiatelo, e saprete che cosa è una pizza.

pizzaiuoloSe non si era ancora dotato di una pizzeria secondo l’accezione moderna, ovvero di tavoli in marmo e sedie per consumare al chiuso, il pizzaiuolo si organizzava alla meglio con un banchetto di legno per la vendita, su cui adagiava le pizze appena sfornate e trasferitevi proprio nelle stufe. Impugnava un tipico coltello appuntito, ben affilato, pronto a tagliare spicchi di pizza per chi non voleva acquistarla intera.
Restarono per diversi anni questi i connotati di un tipico mestiere di strada della Napoli preunitaria, poco comprensibile per il resto degli italiani a Italia fatta. Il fiorentino Carlo Collodi, ne Il viaggio per l’Italia di Giannettino del 1886 dedicato agli scolari italiani, descrisse i pizzaiuoli di Napoli con disprezzo, scrivendo che la pizza ha “un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore”. E per venditore si intendeva il pizzaiuolo, come quello ritratto in foto, su una banchina del porto di Napoli.
Lo scritto di Collodi non era assai diverso nei toni da quello, per esempio, di Matilde Serao, ma testimoniava di come la neonata unità nazionale discriminasse il Sud nelle scuole, anche attraverso le sue abitudini alimentari. I pizzaiuoli di Napoli, complice il colera del 1884, furono a lungo infamati come pure la pizza napoletana, i maccheroni e pure le lasagne e il pomodoro, per anni considerati simboli di una meridionalità rozza e popolana. La pizza, in particolar modo, era erroneamente vista come un potenziale veicolo di contagio. La storia romanzata dell’invenzione della ‘margherita’, nel 1889, servì anche a ricostruire l’immagine del cibo napoletano. Se l’aveva mangiato la Regina d’Italia potevano mangiarlo tutti.

Pizze, pizzaiuoli e pizzerie restarono una tipicità napoletana fino all’inizio del Novecento, quando l’emigrazione portò con sé anche quella specialità. A conoscerla furono prima gli americani, accogliendo i bastimenti degli emigranti meridionali “pe’ terre assaje luntane”. Solo nel dopoguerra la adottarono anche gli altri italiani. L’americano Ancel Keys assaggiò quella originale, a Napoli, soggiornandovi a lungo nei primi anni Cinquanta per osservare e studiare sul posto la virtuosa alimentazione locale, così da iniziare la comparazione delle diete di vari popoli nel mondo e condurre l’elaborazione del modello nutrizionale della Dieta Mediterranea, ma in un ristorante della vicina Roma gli rifiutarono una comanda particolare: «Spiacenti, niente pizza qui, quella è roba da napoletani».
E infatti era ancora una tipicità esclusiva dei cittadini partenopei, ma da lì in poi iniziò a conquistare la Penisola con velocità eccezionale. Gli italiani, per secoli diffidenti nei confronti della pizza, così come dei maccheroni, delle lasagne e del pomodoro, ancora non lo sapevano che avrebbero adottato quel modello alimentare, e che sarebbe diventato manifesto della cibo italiano nel mondo. E non potevano neanche lontanamente immaginare che chi preparava la pizza, i miseri pizzaiuoli napoletani, definitivamente affrancatisi dal matterello e assolutamente votati all’inderogabile “tecnica dello schiaffo” per stendere l’impasto, avrebbero conquistato il prestigio dell’inclusione della loro arte nella lista dei patrimoni immateriali dell’Umanità. Perché il pizzaiuolo di Napoli, da secoli, staglia, ammacca, schiaffeggia e poi sforna un capolavoro mai biscottato. Ecco perché c’è differenza tra pizzaiuolo, come giustamente recita l’Unesco, e pizzaiolo. Non sbagliate!

per approfondimenti su questa e altre storie:
Il Re di Napoli (Angelo Forgione – Magenes, 2019)
Made in Naples (Angelo Forgione – Magenes, 2013)

Il risveglio del Napoli

Non mi stupisce il risveglio del Napoli, e non deve stupire nessuno. È questo il vero Napoli, e doveva esserlo dal principio, per ben altra classifica. È un Napoli che, dopo aver visto le sabbie mobili vicine, ha ritrovato serenità e certezza dei propri mezzi. Non sarebbe potuto accadere se non fosse scattato qualcosa nella testa dei calciatori. In uno sport di squadra è necessaria quella leadership che Ancelotti, purtroppo, non rappresentava per il gruppo. Gattuso sta riuscendo a incarnarla e garantirla. Del Napoli ritrovato è lui il leader calmo, e non lasciatevi impressionare dal furore del Gattuso calciatore. Il confronto a viso aperto che il mister ha avuto con i calciatori immediatamente dopo la brutta sconfitta casalinga contro la Fiorentina, fino a notte fonda, ha certamente fatto scattare una molla nel gruppo, e da lì le vittorie contro Lazio, Juve e Samp. Il resto lo fa la qualità della rosa, pure puntellata.
“Ringhio” non è allenatore di rango, ed è molto lontano da tutto ciò che rappresenta Ancelotti per il calcio internazionale, ma sta dimostrando le sue doti di allenatore-psicologo già evidenziate alla guida di altri club in condizioni di grande difficoltà. Che poi, quella di “Ringhio” è un’etichetta del Gattuso calciatore poco aderente alla figura del Gattuso allenatore.
Fuori dalla crisi, il primo passo è compiuto. Il resto lo vedremo solo vivendo.

Eurispes: dal 2000 al 2017 il Centro-Nord ha sottratto 840 miliardi al Sud

eurispes_2020

Angelo ForgioneCome dice la canzone più famosa d’Italia? Il Sud rapina il Nord? Il Nord è la mammella di tutto il Sud? Roba da giornalacci e da trasmissionacce nazionali che nascondono o non sanno individuare la verità di un Centro-Nord che beneficia di una spesa pubblica superiore a quella destinata al Sud e che, sottoforma di beni e servizi, ottiene dal Sud più di quello che gli “elargisce”.
Ce lo conferma anche il freschissimo 32° Rapporto Italia di Eurispes, l’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, che ha fatto le pulci alla spesa pubblica nelle aree geografiche d’Italia relativa al periodo 2000-2017. Sentenza scontata per chi conosce la Questione meridionale e la sua persistenza:

Emerge una realtà dei fatti ben diversa rispetto a quanto diffuso nell’immaginario collettivo che vorrebbe un Sud ‘inondato’ di una quantità immane di risorse finanziarie pubbliche, sottratte per contro al Centro-Nord. Dal 2000 al 2017 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le Regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale. Se della spesa pubblica totale, si considera la fetta che ogni anno il Sud avrebbe dovuto ricevere in percentuale alla sua popolazione, emerge che, complessivamente, dal 2000 al 2017, la somma corrispondente sottrattagli ammonta a più di 840 miliardi di euro netti (in media, circa 46,7 miliardi di euro l’anno).

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, è eloquente:

«Sulla Questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d’Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva. All’interno di questo Rapporto si trova una descrizione della vicenda meridionale ricca di dati e di informazioni prodotti dalle più autorevoli agenzie nazionali ed internazionali che certificano come siamo di fronte ad una situazione letteralmente capovolta rispetto a quanto comunemente creduto».

Il rapporto Eurispes evidenzia una realtà che proprio non vuole entrare in testa a chi abbocca alle faziose descrizioni delle interdipendenze italiane limitandosi ai trasferimenti statali dalle regioni ricche a quelle povere:

Il Prodotto interno lordo al Nord Italia dipende molto poco dalle esportazioni all’estero e per grossissima parte invece dalla vendita dei prodotti al Sud, il quale a sua volta nei confronti dello scambio di prodotti con il Nord Italia mostra valori in perdita di diversa gravità.
La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia, tutta a vantaggio del Settentrione è resa possibile, paradossalmente, proprio da quei tanto discussi trasferimenti giungenti da Nord a Sud, come frutto delle tasse pagate dal Settentrione. Se questi ultimi infatti fossero oggi annullati o semplicemente ridotti, il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, subendone le conseguenze peggiori.
A conti fatti, a fronte dei 45 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord compiendo il percorso inverso.

Dunque, il Presidente dell’Eurispes precisa anche che: «ogni ulteriore impoverimento/indebolimento del Sud si ripercuote sull’economia del Nord, il quale vendendo di meno al Sud, guadagna di meno, fa arretrare la propria produzione, danneggiando e mandando in crisi così la sua stessa economia». Realtà da me ampiamente descritta più volte in passato. Basta copiare e incollare un passaggio del mio libro Dov’è la Vittoria (pag. 44-45):

Del danaro fa il tragitto Nord-Sud e dell’altro compie il percorso inverso. Il Sud riceve flussi di reddito, ma fornisce forza lavoro ed è gran mercato di sbocco per le merci delle industrie del Nord. La produzione settentrionale, infatti, è competitiva nel Meridione e molto meno all’estero, il che significa che a ogni drastica riduzione dei consumi al Sud corrisponde una riduzione del PIL al Nord. I due territori sono legati a doppio filo e l’economia settentrionale, che vanta di poter essere autonoma e lamenta di essere frenata, in realtà subisce conseguenze negative a ogni calo del potere d’acquisto dei “terroni”. Le due Italie sono evidentemente diverse da sempre, ma molto più coinvolte in un percorso comune di quanto la superficialità del dibattito faccia pensare. Il vero problema è che si tratta di un cammino intrapreso con una macchina inadeguata. La struttura economica italiana, così com’è, rappresenta un limite per tutti, anche per chi guida. Il ragionamento è semplice: se un territorio produce tanta merce e la sua offerta si scontra con una contrazione della domanda, quel territorio è costretto a ridurre la produzione, incassando meno soldi del previsto. Ecco spiegato il motivo per cui, al di là dell’evidenza della divaricazione, negli anni della recente recessione si è registrata un’impennata di chiusure aziendali al Nord, sia pure in percentuale minore rispetto al Sud. L’Italia, spinta dalle economie europee più forti e dai cartelli di alcuni soggetti opachi, ha fronteggiato l’ingente passivo delle sue finanze aumentando il carico fiscale in modo massiccio e iniquo, colpendo le fasce più deboli e generando disoccupazione e calo del potere d’acquisto. Le reciprocità economiche italiane e le interdipendenze del mercato interno ne sono uscite pesantemente indebolite, con un Sud in ginocchio e un Nord disorientato da una recessione mai affrontata prima.

In termini di acquisti di beni e servizi il valore di quanto va dal Sud al Nord è pari a circa 70 miliardi annui. Va infine precisato che il Rapporto Eurispes non tiene conto dell’emigrazione sanitaria (2 miliardi/anno), della spesa delle famiglie del Sud per formare laureati destinati al Centro-Nord (20 miliardi/anno) e di tutta la raccolta agli sportelli bancari al Sud delle banche del Centro-Nord (700 miliardi/anno) con cui si coprono i finanziamenti fatte alle aziende settentrionali.

Le inaccettabili illazioni di un giornalista juventino

Invito il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Nazionale (Carlo Verna), il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania e della Lombardia (Ottavio Lucarelli e Alessandro Galimberti), nonché il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (Luigi Ferrajolo) e i presidenti dei gruppi regionale di Campania e Lombardia della stessa USSI (Mario Zaccaria e Gabriele Tacchini) a prendere posizione rispetto alle inaccettabili illazioni di Claudio Zuliani (iscritto all’OdG della Lombardia) formulate nel corso della trasmissione Lunedì di rigore, dedicata a Milan, Inter e Juventus, e andata in onda il 27 gennaio scorso sull’emittente Top Calcio 24. Zuliani, nel tentativo di giustificare l’allenatore della Juventus Maurizio Sarri per le dichiarazioni sgradite agli ambienti juventini, definiva la sala stampa dello stadio San Paolo come un covo di provocatori e scalmanati che accolgono il pullman della Juventus con calci, petardi e insulti. Esternazioni prive di deontologia che ledono gravemente la professionalità e la serietà dei giornalisti napoletani e campani, ma anche l’immagine dell’intera categoria. Insinuazioni del genere, capaci di nutrire i più stantii e radicati luoghi comuni e fomentare sentimenti negativi, non possono essere pronunciate impunemente.


Il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Carlo Verna, dopo aver ricevuto la segnalazione, “condanna” giornalista e trasmissione intera (con incursione sulle recenti esternazioni di Giampiero Mughini) attraverso i microfoni dell’emittente regionale Televomero, passando la palla al Consiglio di Disciplina, che analizzerà e si esprimerà in merito.

Il vino campano in lutto

Angelo ForgioneSe n’è andato all’età di 91 anni Michele Moio, napoletano di Marano e mondragonese di adozione, figura di spicco del vino campano.
Quante volte ho sorriso e chiacchierato davanti a un bicchiere di Falerno Moio 57? È uno dei rossi preferiti dalle nuove generazioni della Campania, prodotto di punta dell’azienda da lui fondata in provincia di Caserta. Un vino primitivo prodotto tra il fiume Volturno e il monte del Massico, battezzato così in ricordo della straordinaria vendemmia del 1957.
Michele Moio è stato tra coloro che nel dopoguerra recuperarono il particolare vitigno del Falerno, salvandolo dalla sparizione seguita alla grande crisi della vitivinicoltura in tutta l’Europa per i grandi flagelli parassitari. Era “il vino degli imperatori”, il preferito dagli antichi Romani, che, facendo tesoro dei vini greci prodotti in Campania, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti proprio il Falernum, un vero e proprio status symbol destinato alle tavole dei ricchi che identificava il rango di appartenenza e, se vogliamo, la prima Doc del pianeta. Nonostante il riconoscimento della Doc sia arrivato ovviamente nel 1989, i ritrovamenti delle anfore usate per il commercio e l’esportazione del Falernum, provviste di etichette, recano inciso l’anno, la tipologia e la zona di origine, con timbro e ceralacca sui tappi.
L’area di produzione era l’Ager Falernus, corrispondente agli attuali comuni di Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole, dove si produce tutt’ora il Falerno del Massico DOC. Anche nell’azienda Moio, da oggi orfana del suo benemerito fondatore.

michele_moio

MiBACT: bene i musei campani (e manca il napoletano più visitato)

Angelo ForgioneLa Top 30 degli afflussi ai musei e ai parchi archeologici statali del 2019 conferma ovviamente il podio del Colosseo, con oltre 7,5 milioni di visitatori, delle Gallerie degli Uffizi, con quasi 4,4 milioni di ingressi, e di Pompei, con circa 4 milioni di presenze. In calo, ma stabili in classifica, sesta e settima, Venaria Reale e la Reggia di Caserta (-14%).

I dati evidenziano una crescita sensibile della Galleria Nazionale delle Marche (+36,8%) e dei musei napoletani. Il Museo di Capodimonte aumenta del 34,2% pur restando ancora ampiamente sotto le sue potenzialità. Significativo incremento anche per Castel Sant’Elmo (+18,7%) e per Palazzo Reale (+11%).

Manca all’appello, perché non statale, quello che è il museo napoletano più visitato, che non è l’Archeologico (al decimo posto) ma, di fatto, la Cappella Sansevero. Lo scrigno del Cristo Velato, in continua crescita, ha totalizzato nel 2019 ben 758.453 accessi, senza domeniche gratuite. Confrontando i numeri con la classifica ufficiale stilata dal ministero dei Beni culturali, si piazzerebbe all’ottavo posto, proprio tra Venaria Reale e la Reggia di Caserta. Una posizione eccelsa, considerando che i numeri dei musei statali contemplano la gratuità degli accessi, che dovrebbe aggirarsi tra il 40 e il 50% del totale.

Insomma, bene il trend per la Campania della cultura e dei tanti tesori e delle potenzialità ancora ampiamente inespresse.

mibact_musei_2019

Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano

La Scuola Musicale Napoletana del Settecento fu una vera e propria rivoluzione dell’Opera compiuta da tutta una serie di maestri che mandarono in soffitta la tradizione ingessata della musica francese del secolo precedente e influenzarono l’Europa intera, Mozart compreso, che vi attinse giovanissimo sul posto. Migliaia di manoscritti sono conservati nella biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella e nel Convento dei Girolamini, e in oltre centocinquanta biblioteche sparse nel mondo che detengono almeno un manoscritto di autori napoletani. Si tratta di un patrimonio capitale per la storia della musica e per l’umanità che per qualcuno sembra non essere mai esistito. A picconarla fu inizialmente l’epoca rivoluzionaria di fine secolo.
In epoca risorgimentale subì il boicottaggio da parte da certi settori occulti tedeschi, decisi a canonizzare la Musica classica di radice germanofona e l’opera di Händel, Bach, Haydn, Mozart e Beethoven, a scapito di quella italiana. La Scala di Milano, geograficamente più vicina alla Germania, iniziò a guadagnare priorità a scapito del San Carlo di Napoli. A unità d’Italia fatta, la grande Scuola Musicale Napoletana del Settecento, con le sue opere, fu totalmente eclissata dal repertorio e tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica italiana, che la considerò un’astrazione storiografica, cioè un’invenzione di chi cercava di affermarne l’importanza. La verità è che i manoscritti dei compositori Napolitani sono custoditi ovunque nel mondo, non solo a Napoli, dove è concentrata una ricchezza enorme. Ecco perché abbiamo il dovere di raccontare, suonare e ascoltare quella Musica.
Da qualche anno si tiene a Napoli il Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano, per encomiabile iniziativa del maestro Enzo Amato. Venerdì 24 gennaio, alle 19.30, in occasione del concerto di chiusura della XX edizione, darò il mio contributo storico per la restituzione a Napoli della sua primaria importanza culturale nel mondo della Musica. Lo farò in una chiesa bellissima del centro cittadino, la Chiesa di Santa Maria dell’Aiuto (nei pressi di Santa Maria la Nova), dove poi sarà eseguita la “Sonata a tre” (violini, violoncello e clavicembalo) con le strumentazioni di Hasse, Jommelli e Porpora, tre dei grandi maestri della “Scuola Musicale Napoletana” del Settecento.

pit_rdn

Il 25 gennaio il PIT e l’Associazione Culturale Pink Cadillac Music sono lieti di ospitare Angelo Forgione e la presentazione del suo ultimo volume Il Re di Napoli – la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo.
La serata, a cui parteciperà l’autore, sarà presentata da Giuseppe Libertino, giornalista e conduttore di Minformo TV, e accompagnata dal set musicale con canzoni classiche napoletane proposto da Shila Capezzuto e Biagio Capasso della StarMusic.
Chi acquisterà il volume avrà in omaggio un barattolo di pomodorini prodotti artigianalmente dall’azienda dei F.lli Aiezza, sponsor dell’evento.
Mini-buffet a fine serata.

Sabato 25 gennaio, ore 20:30
Centro Culturale PIT
via Marco Aurelio Severino 11A – Napoli (nei pressi di piazza Carlo III)
info: 081.341.48.94

Come un mese di radiazioni napoletane

Angelo ForgioneSta facendo discutere e indignare il modulo informativo di richiesta di un esame radiologico “CT CONE BEAM” per odontoiatria di una struttura ospedaliera della Regione Veneto (ULSS 9 – provincia di Verona). Per poterlo eseguire, è necessario il consenso informato scritto e firmato dal paziente, prendendo conoscenza dal documento che lo specifico esame radiologico comporta una “dose efficace” di radiazioni molto ridotta, che “equivale alla dose assorbita (…) per radiazioni ambientali vivendo un mese a Napoli (il capoluogo con la massima dose ambientale annua in Italia)”. Vero o falso?

radiazioni_napoli

Le radiazioni ambientali di Napoli sono fatto reale, ma bisogna chiarire ciò che il modulo non chiarisce. Esse non derivano da azioni umane ma sono un fenomeno naturale persistente e “volatile”, nel senso che sono dovute alle rocce porose di tipo vulcanico su cui poggia la città, tra il Vesuvio e i Campi Flegrei.
Si tratta dunque di capire che, per la concentrazione vulcanica, Napoli è una città ad alta presenza di gas radioattivo naturale, il Radon, un gas inodore e incolore, appunto volatile perché fuoriesce continuamente da suolo e sottosuolo e si disperde rapidamente nell’aria. Penetra però all’interno degli edifici e lì si può incamerare, e allora il pericolo può sussistere per chi abita o lavora in locali a diretto contatto con il suolo, soprattutto in ambienti costruiti con il tufo, e non li area. In questi casi, per far disperdere il Radon, basta aprire più volte le finestre durante l’arco della giornata, tenendole aperte per almeno cinque minuti d’inverno e trenta d’estate.

I rischi per chi inala Radon? È la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo. Non specificamente a Napoli ma in tutt’Italia, che è tra le nove nazioni più naturalmente radioattive al mondo secondo il rapporto Uscear 2000 (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiations) presentato all’Assemblea generale dell’Onu nel 2016. Rapporto che segnala come il posto più naturalmente radioattivo d’Italia, tra i cinque luoghi più naturalmente radioattivi del pianeta, sia Orvieto, e di gran lunga. Nessuna menzione specifica per Napoli tra le zone che innalzano fortemente la media, che, oltre la Campania e la zona di Terni, sono il Lazio (in testa) e il Sud della Toscana.

Il Radon è fortemente concentrato anche in alcune zone del Veneto, eppure si avvisano i pazienti veronesi (e bolzanini) sul fatto che sottoporsi a un particolare esame radiologico è come vivere per un mese a Napoli, e chissà perché non ad Orvieto.
L’intento è di minimizzare le preoccupazioni, ma induce a pensare che dopo un mese a Napoli si sopravvive, ma un anno intero è come esporsi a Chernobyl o Fukushima. Figurarsi tutta la vita.

Non c’è motivo di allarmarsi, perché il pericolo esiste per chi vive in certi ambienti a contatto con il suolo e non è abituato ad arearli continuamente. E però la ULSS 9 veneta di Verona, ma anche l’Ordine dei medici di Bolzano, forniscono un dato allarmistico e non contemplano il fatto che tutto dipende da quanto gas Radon si concentra nell’aria che si inala (al chiuso), non da quello che fuoriesce da sottosuolo. Certi luoghi come Napoli e Orvieto hanno un’alta concentrazione di Radon che fuoriesce dal sottosuolo ma, per assurdo, un veronese e un bolzanino possono respirarne di più in determinate condizioni ambientali.